Tempio di Romolo – Foro Romano

Il tempio di Romolo al Foro Romano. Restaurato nel 2000 e riaperto al pubblico, il tempio di Romolo al Foro Romano si trova nell’area archeologica del Foro Romano, a Roma, tra il tempio di Antonino e Faustina e la basilica di Massenzio. In origine il tempio pare fosse il vestibolo di accesso al complesso imperiale del Tempio della Pace sulla via Sacra, tra l’Arco di Tito e il Foro Romano ma poi sembra che, dopo l’abbandono del complesso imperiale, Massenzio (306-312) lo riutilizzò come tempio dedicato al figlio Valerio Romolo, prematuramente scomparso nel 309 e, in seguito, divinizzato. Successivamente, quando un’aula del Tempio della Pace venne trasformata nella basilica dei Santi Cosma e Damiano, nel VI secolo, fu utilizzato come vestibolo della chiesa. Il tempio di Romolo al Foro Romano è circolare ed interamente costruito in mattoni, è formato da un corpo centrale a cupola e da una facciata a forma di emiciclo, fiancheggiato da due ambienti uguali e simmetrici terminanti ciascuno con un’abside, di pianta rettangolare allungata, preceduti da una coppia di colonne di marmo. E’ completamente scomparso il rivestimento marmoreo che doveva coprire i muri in laterizio, si è però conservata la porta in bronzo contornata da una cornice di marmo con ai fianchi due colonne di porfido che sorreggono un ricco architrave marmoreo con decorazione floreale. A sinistra e a destra del portale d’ingresso vi erano quattro nicchie, poi murate, destinate ad ospitare delle statue mentre il lanternino in cima è stato costruito in epoca moderna. Da notare che la porta bronzea, una delle poche romane sopravvissute, presenta un meccanismo di apertura e chiusura ancora funzionante. Il tempio di Romolo al Foro Romano sorgeva a un livello più alto della strada; attualmente è possibile vederne le fondazioni in seguito ad un errore durante gli scavi dell’800 che, scambiando il pavimento di epoca post-neroniana per un’aggiunta medievale, lo eliminarono, riportando alla luce il livello più antico, quello augusteo. Nel VI secolo, quando l’ambiente rettangolare che aderisce al lato posteriore fu trasformato nella chiesa dei Ss. Cosma e Damiano, fu aperto un passaggio tra i due edifici, originariamente indipendenti. Dall’interno della chiesa dei Santi Cosma e Damiano sono visibili alcune tracce di affreschi, risalenti alla trasformazione del tempio in vestibolo. L’attribuzione del tempio di Romolo al figlio di Massenzio, in realtà, è piuttosto controversa e non risulta tuttora del tutto chiara, infatti sono state formulate varie ipotesi a riguardo. Alcuni sostengono che il tempio di Romolo non sia mai esistito e che si tratterebbe di un tempio dedicato a Costantino, essendo stati rinvenuti dei resti di un’iscrizione a lui dedicata; secondo un’altra ipotesi si tratterebbe del tempio dei Penati...

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Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale

  La chiesa di Sant’Andrea al Quirinale. Tra le numerose e bellissime chiese presenti a Roma, oggi vi segnaliamo la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, una “perla” barocca che vale la pena visitare se vi trovate nei pressi del Quirinale. Situata in via del Quirinale di fronte al lato lungo del Palazzo, la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale fu costruita tra il 1658 e il 1670 e fu la prima ad essere progettata e realizzata interamente da Gian Lorenzo Bernini su commissione di Papa Alessandro VII e del cardinale Camillo Pamphilj. Non si trattò di una costruzione ex-novo ma della trasformazione di un antico edificio precedente, una chiesa cinquecentesca intitolata a S. Andrea a Montecavallo e già chiesa del noviziato dei Gesuiti.   L’esterno della chiesa di Sant’andrea al Quirinale   La chiesa di Sant’Andrea al Quirinale venne costruita con una pianta ovale piuttosto anomala, con l’asse orizzontale più lungo di quello verticale e l’alternarsi di un corpo convesso che racchiude la chiesa e di un avancorpo concavo con le ali laterali della facciata che, sporgendo all’esterno, ricordano concettualmente “l’abbraccio” del colonnato ideato dallo stesso Bernini per Piazza San Pietro. Il portale è formato da architrave e timpano e un’elegante scalinata semicircolare conduce al protiro, ornato dal grande stemma papale dei Pamphilj e sorretto da due colonne impostate su base triangolare e ornate di capitelli ionici con motivo a festoni.   L’interno della Chiesa Sant’andrea al Quirinale L’interno della chiesa di Sant’Andrea al Quirinale è formato da due cappelle per lato e, in perfetto stile barocco, è adorno di rari marmi policromi, stucchi e dorature e una splendida cappella maggiore, contenente un altare in bronzo dorato e lapislazzuli, che venne disegnata dallo stesso Bernini ed ornata da una bellissima raggiera dorata con angeli e cherubini di Antonio Raggi. Verso l’alta cupola si slancia un gruppo scultoreo con “S. Andrea Crocifisso” che sovrasta l’altare; gli altri stucchi presenti sono di Stefano Sassi, del Rimelli e del Castelli, tutti allievi del Bernini. Vi segnaliamo la presenza di alcune tele del Baciccio e la pala d’altare illuminata da una fonte di luce nascosta, secondo un espediente preso in prestito dalla scenografia teatrale che Gian Lorenzo Bernini aveva già utilizzato altre volte. La piccola cupola è a cassettoni dorati e riprende la forma ellittica, come anche la lanterna. Piccole curiosità: all’interno della chiesa è sepolto il Re di Sardegna Carlo Emanuele IV. Inoltre, sempre su via del Quirinale, è possibile ammirare la piccola chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane di Francesco Borromini, rivale del Bernini, avendo la possibilità di mettere così a confronto le diverse soluzioni di un analogo tema utilizzato dai...

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La Chiesa di Sant’Omobono

La Chiesa di Sant’Omobono Nel Vico Jugario sorge la chiesa e l’area sacra di Sant’Omono Ai piedi del Campidoglio, a Roma, si trova la cosiddetta area sacra di Sant’Omobono, un’area archeologica a pianta rettangolare con aree sacrificali su cui sorsero i templi della Mater Matuta e della Fortuna (attribuiti al re Servio Tullio) in cui sono stati rinvenuti materiali databili tra il IX e VIII secolo a.C. che fanno supporre l’esistenza di un abitato di capanne arcaiche. Accanto, rimasta sopraelevata rispetto alla trasformazione urbanistica del 1933, sorge la chiesa di Sant’Omobono. Eretta sulla preesistente chiesa di San Salvatore in Portico del VI secolo, si hanno le prime notizie intorno al 1470, ma fu in seguito ricostruita nel 1482 per un lascito di Stefano Satri de Baronilis, il cui monumento sepolcrale è conservato al suo interno. Nel 1575 venne concessa all’Università dei Sarti che disposero immediati restauri intitolandola a Sant’Omobono, il loro patrono, arricchendola con decorazioni e altari. Verso il 1920 la nuova sistemazione della via del Mare (le attuali via del Teatro di Marcello e via L. Petroselli), destinava alla demolizione l’intero isolato comprendente la chiesa ma, in seguito agli importanti rinvenimenti archeologici dell’epoca, il progetto subì una modifica e la chiesa di Sant’Omobono venne consolidata e restaurata. La facciata tardo-cinquecentesca è rivestita in laterizi e si presenta divisa in lesene, con occhio centrale e timpano, sotto il quale l’iscrizione “IN HON B. MARIAE V. AC SS. HOMOBONI ET ANTONII PAD” consente di riconoscere la dedica alla Beata Vergine Maria, a Sant’Omobono ed a Sant’Antonio da Padova. Ai lati del portale si possono notare due nicchie vuote, in origine destinate ad accogliere le statue di Santo Stefano e Sant’Alessio. Sulla cupola absidale è collocata una banderuola ornata da un paio di forbici aperte, emblema dell’Università dei Sarti. La costruzione è ad unica navata irregolare con abside poligonale coperta a cupola, è presente un pavimento cosmatesco e, al centro del soffitto a cassettoni, vi è un dipinto a tempera di C. Mariani, che raffigura l’incoronazione della Vergine tra i Ss. Omobono e Antonio. Nell’abside compare un interessante affresco dei primi anni del XVI secolo dipinto da Pietro Turini, pittore della cerchia di Antoniazzo Romano, che rappresenta il Salvatore in gloria e la Madonna in trono col Bambino tra i Ss. Stefano e Alessio. Dopo le demolizioni del Novecento e la costruzione dei muraglioni del Tevere, l’area circostante alla chiesa di Sant’Omobono è oggi quasi disabitata mentre fino all’inizio del ‘900 era una zona popolata e uno dei punti d’accesso al mercato romano dei produttori provenienti dalla via Appia e dalla via Ostiense, quindi piuttosto rilevante dal punto di vista commerciale. La chiesa di Sant’Omobono è attualmente chiusa...

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La chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori

Santa Maria dei Sette Dolori Un’opera incompiuta di Borromini La chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori si trova a Roma, nel quartiere di Trastevere, per l’esattezza in via Garibaldi 27. Proprio alle pendici del colle Gianicolo e non particolarmente nota nemmeno ai più esperti “conoscitori” della Capitale, questa chiesa fa parte di un complesso monastico. Essa era annessa al monastero delle suore oblate agostiniane, fondato intorno al 1642 da  Camilla Virginia Savelli Farnese, duchessa di Latera, e serviva ad accogliere le giovani di nobile famiglia ma di salute cagionevole, affinché potessero condurre una vita religiosa e diventare suore. Di notevole importanza è il fatto che, sia la chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori, che il monastero, furono progettati da Francesco Borromini, che vi lavorò fino al 1655. Una delle particolarità della chiesa è il fatto che si tratti di un’opera lasciata incompiuta dall’architetto barocco che, proprio in quel periodo, era impegnato in altri cantieri e che quindi si trovò costretto ad abbandonare i lavori. Un’altra causa dell’incompiutezza della chiesa fu, probabilmente, la crescente difficoltà economica della fondatrice. Pur non essendo terminata, la chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori mantiene nell’impronta alcuni dei caratteri salienti dell’architettura borrominiana, articolata su linee concave e convesse. Entrando nel cortile si vede la facciata non intonacata del monastero in mattoni grezzi che ingloba la chiesa, delimitata da due corpi elissoidali che racchiudono una parete concava. Tutta la superficie dà l’idea di un ambiente chiuso e costretto che suggerisce un’analogia con la rigorosa clausura del monastero. Il corpo della chiesa, disposto lungo un asse parallelo alla facciata, occupa la metà sinistra del complesso ed è a pianta rettangolare a una navata. La facciata della chiesa presenta al centro un corpo concavo molto sporgente, con due contrafforti fortemente obliqui. Per accedere alla chiesa si passa in un vestibolo la cui architettura viene ripresa dal Borromini direttamente da un ambiente della piazza d’Oro di villa Adriana a Tivoli, a pianta ottagonale e sorretta da quattro arcate. All’interno è da notare l’inconsueta e particolare forma dell’altare maggiore sormontato da due volute ed il colonnato che percorre tutte le pareti; inoltre sono presenti una pala con Sant’Agostino e il mistero della Trinità di Carlo Maratta e, nel convento, una tela di Marco Benefial ed un bel chiostro con decorazioni secentesche di ispirazione borrominiana. E’ interessante sapere che, durante il periodo dell’occupazione nazista, le suore accolsero e salvarono nel monastero ben 103 ebrei di Roma. Info: La Chiesa rimane aperta tutti i giorni ed è possibile visitarla gratuitamente. L’orario delle Sante Messe è il seguente: Lunedì/Venerdì 19.15 Domenica e Festivi 20.00 Per maggiori informazioni chiamare al seguente numero  06 – 58332969...

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Basilica di San Marco Evangelista

Basilica di San Marco Evangelista Sul fianco di Palazzo Venezia che guarda il Vittoriano, si trova la piazzetta di S. Marco dove, incorporata nel palazzo stesso, sorge la Basilica di San Marco Evangelista. La chiesa, conosciuta anche solo come San Marco, fu fondata nel 336 da papa Marco I in onore di S. Marco Evangelista, fu restaurata da Adriano I nel 792 e poi ricostruita da Gregorio IV nell’883. Tra il 1465 e il 1470 Paolo II la rinnovò completamente sia all’interno che all’esterno ed, infine, dal 1654 in poi, iniziò la trasformazione barocca ad opera del cardinale Angelo Maria Querini. La facciata di San Marco Evangelista a Roma venne eretta con il travertino prelevato dal Colosseo e dal teatro Marcello ed è costituita da un portico a tre arcate su semi-colonne con capitelli compositi e da una loggia con capitelli corinzi. La struttura, dal rigore classico, richiamava da vicino la perduta loggia delle Benedizioni della primitiva basilica vaticana, in costruzione in quegli stessi anni. Entrati nell’atrio, noterete dei frammenti architettonici e delle lapidi sepolcrali paleocristiani, delle colonnine dell’antico tabernacolo della chiesa, un’iscrizione dei lavori di Paolo II e la lapide funeraria di Vannozza Cattanei, morta nel 1518. Il portale è formato da un architrave a ghirlande con lo stemma di Paolo II e, nella lunetta, è presente un bassorilievo che raffigura S. Marco Evangelista. All’interno della basilica di San Marco Evangelista noterete le bifore di stampo gotico, le volte a crociera delle navate laterali ed il soffitto a cassettoni intagliati e dorati su fondo azzurro che, con quello di Santa Maria Maggiore, è l’unico ancora esistente a Roma d’età quattrocentesca. All’intervento del 1654-57 risalgono le decorazioni tra le finestre e gli affreschi della navata centrale. Le parti fatte restaurare dal cardinale Querini, invece, sono il presbiterio, l’altare maggiore e gli scranni del coro e, successivamente, le colonne in granito sostituite con quelle attuali in diaspro di Sicilia, la foderatura dei pilastri e i bassorilievi in stucco tra le arcate. Il pavimento seicentesco include riquadri di tipo cosmatesco; alle pareti della navata centrale, a sinistra, sono raffigurate storie di S. Marco papa alternate a rilievi in stucco. All’interno di San Marco Evangelista ci sono alcune opere d’arte davvero notevoli assolutamente da vedere. La prima è senz’altro la Tomba di Leonardo Pesaro realizzata da Antonio Canova nel 1796, monumento funebre dedicato al figlio, morto a soli sedici anni, dell’ultimo ambasciatore di Venezia che visse nel palazzo adiacente. Altra opera rilevante è lo splendido mosaico absidale raffigurante Cristo con i santi Felicissimo, Marco Evangelista, Marco papa, Agapito e Agnese. Il santo titolare della chiesa è raffigurato mentre presenta a Gesù il committente, il...

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La Chiesa di San Salvatore in Lauro

Dall’anno 1000 ad oggi, la Chiesa di san Salvatore in Lauro Intorno all’anno mille, per volere di un piccolo ordine di frati, sorse vicino alle rive del Tevere, una modesta costruzione: la chiesa di San Salvatore in Lauro. Avvolta tutt’intorno da una folta vegetazione e da un boschetto di allori, le prime notizie certe di questa costruzione ci giungono intorno al 1177. Fu solo in questo periodo infatti che i Celestini, frati devoti di San Giorgio in Alga, poterono, dopo alcune razzie dei barbari, ricostruire ed ampliare la chiesa, per mantenerla in loro possesso per più di duecento anni. Quando nel 1668 il loro ordine venne sospeso, la chiesa di San Salvatore in Lauro passò in mano all’ordine monastico devoto al Pio Sodalizio dei Piceni, che vi istituì il culto della Madonna di Loreto. Dal 1899, pertanto, la chiesa di San Salvatore in Lauro, modificò il proprio nome in Pio Sodalizio dei Piceni, tuttavia, nonostante questo nuovo nome, il popolo di Roma proseguì, allora come oggi, a chiamare il Santuario con la sua antica denominazione: San Salvatore in Lauro. Al numero 15 dell’omonima piazza troviamo un prezioso portale ligneo intagliato e recante teste di cherubini scolpite da Camillo Rusconi nel 1734. Quello è l’ingresso della chiesa. Qui, vacando il bellissimo portone, si presenta a noi un primo chiostro rinascimentale, con due ordini di arcate. Mentre sul lato sinistro della struttura è ancora possibile accedere ad un secondo chiostro di origine quattrocentesca, rimasti entrambi visibili dopo l’incendio del 1591. Tramite questo secondo cortile è possibile raggiungere le stanze del refettorio e della sala capitolare dove si svolgevano le principali attività del convento. Al centro del piccolo cortile della chiesa di San Salvatore in Lauro troviamo una fontana dalle modeste dimensioni, di forma rotonda, circondata da piante, presenza opere d’arte cinquecentesche fra le quali il rilievo rappresentante la liberazione di San Pietro di Vincenzo De Rossi. Addentrandosi nel silenzio del convento, poi, nel refettorio, ci viene mostrato l’affresco di Francesco Salviati che raffigura le Nozze di Cana del 1550. Quest’opera, così come quella presente nel chiostro, sopravvissero all’incendio del 1591 e si mostrano ancora a noi in tutta la loro bellezza. Uscendo, infine, val la pena soffermarsi sul monumento funebre dedicato a papa Eugenio IV Condulmer, attribuito allo scultore toscano Isaia da Pisa e proveniente dall’antica basilica di San Pietro. La chiesa è aperta tutti i giorni con il seguente orario 9.00 / 12.00 – 15.00 / 19.00. Se visitate il sito grazie al Virtual Tour potete scoprire in anteprima l’architettura e le opere d’arte della...

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La Chiesa di Santa Passera

La Chiesa di Santa Passera a Via della Magliana Le Chiese di Roma sono sicuramente una delle mete preferite dai turisti di tutto il mondo perché, anche la più piccola di esse, che si trovi al centro o in periferia, può contenere un piccolo tesoro artistico, un’opera d’arte famosa, una statua o un affresco di inestimabile valore. Tra le tantissime chiese presenti a Roma oggi vi segnaliamo la chiesa di Santa Passera, nel quartiere Portuense. Tra via della Magliana e la riva destra del fiume Tevere, proprio di fronte alla Basilica di San Paolo fuori le mura, sorge la chiesa di Santa Passera, già esistente intorno al sec. VIII d. C. e ampliata nel XIII. La chiesa era originariamente intitolata ai santi egiziani Ciro e Giovanni, decapitati nel 303 durante le persecuzioni di Diocleziano. Nel Medioevo, a partire dall’XI secolo, il suo nome si è via via trasformato in Abbas Cirus, Appaciro, Pacero, Pacera e infine Passera: di fatto questa santa non è mai esistita realmente. La chiesa di Santa Passera, innestata su un sepolcro romano, è un edificio a pianta rettangolare ad un’unica navata absidata e con soffitto ligneo, costituita da tre parti sovrapposte: l’attuale chiesa visibile dall’esterno, una cripta-oratorio ed, infine, una tomba ipogea probabilmente romana. Si accede alla facciata della chiesa tramite una doppia rampa di scale, il portale è semplice con sopra una finestra con grata in pietra e motivi geometrici. All’interno della chiesa sono conservati i resti di affreschi ormai quasi totalmente scomparsi raffiguranti santi, Cristo tra i Ss. Giovanni Evangelista, Pietro, Paolo e Giovanni Battista, Cristo tra i Ss. Ciro e Giovanni e una Madonna col Bambino; l’abside della chiesetta si affaccia su via della Magliana ed ha mensoline in marmo a motivi vegetali ed una bifora murata. Dalla sagrestia si scende nella cripta, forse la chiesa originaria dell’VIII secolo, dove furono collocati i corpi dei due martiri ed in cui è presente un architrave con questi versi: Corpora Sancti Cyri renitent hic atque Joannis / Quae quondam Romae dedit Alexandria Magna (“Qui risplendono i santi corpi di Ciro e Giovanni che un giorno la grande Alessandria dette a Roma”). Nell’ipogeo, interrato dopo il 1706 e riscoperto solo nel 1904, l’antica decorazione pittorica risulta quasi completamente perduta a causa delle innumerevoli piene del Tevere ma anche per le incursioni di quanti, nel tempo, hanno cercato di trafugare le reliquie dei martiri. Esempio di stratificazione e riutilizzo di monumenti più antichi, la chiesa di Santa Passera rimane una delle più importanti testimonianze architettoniche del passato nella periferia...

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San Lorenzo in Piscibus | Roma

 San Lorenzo in Piscibus All’ombra di palazzi moderni, su via della Conciliazione, sorge la chiesa di San Lorenzo in Piscibus. Con il suo campanile e le sue ampie porzioni della muratura originale, San Lorenzo in Piscibus rappresenta il punto nevralgico di questo Borgo attorno a cui il resto è stato edificato nel corso del tempo. La sua posizione infatti, studiando le piantine dei secoli scorsi, risulta inalterata, malgrado gli stravolgimenti subiti. Alcune parti della chiesa, l’atrio e la facciata, vennero tuttavia distrutte, sicchè la sua presenza è resa avvertibile solamente a chi passi lungo Borgo S. Spirito. In questo punto spicca la sua abside medioevale, mentre per accedere alla chiesa di San Lorenzo in Piscibus si deve traversare un cortile interno situato al civico 24 di via Pfeiffer. Sorta, secondo la tradizione, su una già precedente chiesa dedicata a Santo Stefano; San Lorenzo in Piscibus è conosciuta anticamente come Sanctus Laurentius in Portico Maiore. Nel 1143, infatti, si hanno i primi documenti che ne testimoniano l’esistenza sotto questo nome. Distrutta nel corso delle incursioni barbariche, San Lorenzo in Piscibus, fu ricostruita appunto in onore di S.Lorenzo e dalla sua prossimità al mercato del pesce. Nel Cinquecento , sotto il pontificato di Leone X (1513-1521), la chiesa ospitò una comunità laica e grazie all’ausilio del cardinale Francesco Armellini, San Lorenzo in Piscibus venne inglobata in un maestoso palazzo patrizio. Nel 1659 fu completamente ricostruita, in forme barocche, dalla potente famiglia dei Cesi, duchi di Acquasparta, che ne fecero la loro cappella privata. Nel 1733 un nuovo intervento, ad opera dell’architetto Domenico Navone, portò all’ampliamento di San Lorenzo in Piscibus con un lungo atrio ed una nuova facciata inglobata in un edificio affacciato su Borgo Vecchio. Fu nella prima metà del XX secolo, quando fu decisa la demolizione della Spina di Borgo, che la chiesa, come sopra menzionato, fu privata della facciata e nascosta dietro la mole degli edifici di via della Conciliazione. Gli architetti Galeazzi e Prandi, responsabili della prosecuzione dei lavori di restauro, decisero tuttavia di intervenire anche all’interno, per ripristinare le linee romaniche originali, spogliandola degli arredi barocchi. L’interno, largamente rifatto, è diviso in tre navate da 11 colonne. Pareti e abside sono in mattoni di cotto a vista senza alcun tipo di decorazione. Un piccolo ma slanciato campanile romanico del XII secolo , posto alla sinistra della facciata, si eleva su pianta quadrata con alte bifore, con pilastri al piano inferiore e con piccole colonne nella cella...

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Abbazia delle Tre Fontane | Roma

Abbazia delle Tre Fontane  Nel cuore di Roma si trova l’ Abbazia delle Tre Fontane. Il complesso, posto in una valletta percorsa dall’antica via Laurentina in una località detta Aquae Salviae, è l’unica abbazia riconosciuta gestita da trappisti. La via trappista trae origine dalla tradizione di vita evangelica che ha trovato espressione nella Regola di San Benedetto da Norcia, secondo l’impronta particolare impressa dai fondatori del monastero di Citeaux, e dalla tradizione Cistercense, che vede la vita consacrata alla ricerca e al servizio di Dio, nel silenzio, nella preghiera e nel lavoro manuale. All’interno dell’ Abbazia delle Tre Fontane, quindi, la giornata quotidiana è scandita dai sette momenti di preghiera , di lettura e meditazione della Sacra Scrittura, e dal lavoro manuale. Abbazia delle Tre Fontane, le evoluzioni Le prime tracce di stanziamento dell’ Abbazia delle Tre Fontane risalgono all’epoca greco-armena, nella quale l’imperatore Eraclio avrebbe inviato in dono ai suoi abitanti , la testa del martire persiano Anastasio come preziosa reliquia da custodire in loco . Alla fine dell’VIII secolo il monastero e la chiesa andarono a fuoco, per essere restaurate, attraverso preziose donazioni papali, tra il IX e il XII secolo. Numerosi sono nel tempo gli eventi che vedono l’ Abbazia delle Tre Fontane congiunta alla storia dei papi. In questo stesso periodo abbiamo, per esempio, in favore di questo complesso, l’attribuzione di feudi nella Maremma toscana. Alla fine dell’XI secolo, Gregorio VII affidò ai cluniacensi l’ Abbazia delle Tre Fontane e i suoi possedimenti, poiché ritenuti l’ordine monastico più potente dell’epoca. Tale predominio fu tuttavia breve poiché, nel 1140, il monastero fu tolto da Innocenzo II ai cluniacensi ed assegnato ai cistercensi. Di questo periodo è l’edificazione della chiesa abbaziale e la struttura del monastero come oggi lo conosciamo, rintracciando, in un documento del 1161, per la prima volta, tutte e tre le chiese che ne fanno parte: La chiesa abbaziale dei Santi Anastasio e Vincenzo; La chiesa (della decapitazione) di San Paolo; La chiesa di Santa Maria Scala Coeli. La prima, la chiesa abbaziale, è rimasta praticamente intatta nelle forme in cui fu costruita nel XII secolo. La mano cistercense qui è riconoscibile nello stile solido, severo e spoglio della chiesa e degli altri edifici conventuali, e nel fatto che tutto sia costruito, all’uso lombardo, in laterizio. La seconda, luogo indicato per la decapitazione di san Paolo nel 29 giugno del 67, sorge su una pianta molto semplice ad unica navata trasversale con due cappelle laterali, lungo la quale tre nicchie ospitano tre fonti nei punti dove, secondo la leggenda, la testa di San Paolo cadendo a terra avrebbe fatto tre rimbalzi. In ognuno dei punti...

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Moschea di Roma | Centro Islamico culturale

La Moschea di Roma, Centro Islamico Culturale d’Italia La Moschea di Roma è la sede del Centro islamico culturale d’Italia, situata a Roma Nord, ai piedi del Monte Antenne. E’ il centro di preghiera più grande d’Italia, al suo interno possono guardare a La Mecca più di 12000 fedeli. L’ha fortemente voluta il Re Faysal D’Arabia Saudita, il Custode delle due Sante Moschee, proprio quella di Mecca e Mediana ed è stata realizzata da Paolo Portoghesi. Storia della Moschea di Roma La storia della Moschea di Roma è legata solo marginalmente al Re Faysal, che ne ha iniziato il finanziamento. Galeotta fu una visita a Roma, con i suoi dignitari, nel 1966. Fu accompagnato in una casa privata, gli fu detto che a Roma no, di moschee proprio non c’era neppure l’ombra. Ed allora, perché non costruirla? Il governo italiano, attratto dall’idea di migliorare i rapporti con i paesi arabi, diede il via al progetto, vari principi e dignitari in esilio vita al Centro Islamico Culturale d’Italia. Arabia Saudita, Bangladesh, Egitto, Guinea, Indonesia, Malesia, Marocco, Oman, Pakistan, Senegal e Turchia finanziarono profumatamente la costruzione. Vinsero il bando due progetti: quello di Portoghesi e dell’iraniano Sami Musawi, a cui si propose di lavorare insieme. Due sole condizioni per la costruzione: niente altoparlanti che chiamassero alla preghiera, unica moschea al mondo a non averli, e cupola più bassa di San Pietro. Due progetti, due anime diverse: Paolo Portoghesi doveva garantire l’armonia col mondo architettonico occidentale, Musawi avrebbe dovuto testimoniare le istanze culturali della tradizione musulmana. Rapproto subito complicato, quello tra i due, con la caduta, nel 1980, dello Scià di Persia, Musawi fu allontanato, e Portoghesi terminò da solo i lavori. E Re Faysal? Non ha neppure fatto in tempo a vederne la prima pietra, posta dieci anni dopo la donazione del terreno su delibera del comune di Roma, nel 1984, di fronte a Sandro Pertini, ed alla sua inconfondibile pipa. Nel 1975 il re saudita fu assassinato da un altro membro della famiglia reale. Rimane il suo sogno, in marmo ed in armonia, fatto Moschea. Moschea di Roma, Arte ed orari Inaugurata nel 1995, segue e rispetta l’ambiente circostante, nelle sue curve armoniose, e la luce, indirizzata con sapienza e moderazione per invitare alla preghiera. Ceramiche invetriate ne rendono delicata la decorazione, non ci sono dipinti, od immagini, chi la visita deve sapere che l’Islam vieta la presenza di immagini sacre. Si può dire che la decorazione sia armonia e parole: è il Corano ad essere elegantemente vergato in arabo, in alto. Le sale di preghiera sono due: una è più piccola, è aperta tutti i giorni, la sala grande...

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