Basilica di San Marco Evangelista

Basilica di San Marco Evangelista Sul fianco di Palazzo Venezia che guarda il Vittoriano, si trova la piazzetta di S. Marco dove, incorporata nel palazzo stesso, sorge la Basilica di San Marco Evangelista. La chiesa, conosciuta anche solo come San Marco, fu fondata nel 336 da papa Marco I in onore di S. Marco Evangelista, fu restaurata da Adriano I nel 792 e poi ricostruita da Gregorio IV nell’883. Tra il 1465 e il 1470 Paolo II la rinnovò completamente sia all’interno che all’esterno ed, infine, dal 1654 in poi, iniziò la trasformazione barocca ad opera del cardinale Angelo Maria Querini. La facciata di San Marco Evangelista a Roma venne eretta con il travertino prelevato dal Colosseo e dal teatro Marcello ed è costituita da un portico a tre arcate su semi-colonne con capitelli compositi e da una loggia con capitelli corinzi. La struttura, dal rigore classico, richiamava da vicino la perduta loggia delle Benedizioni della primitiva basilica vaticana, in costruzione in quegli stessi anni. Entrati nell’atrio, noterete dei frammenti architettonici e delle lapidi sepolcrali paleocristiani, delle colonnine dell’antico tabernacolo della chiesa, un’iscrizione dei lavori di Paolo II e la lapide funeraria di Vannozza Cattanei, morta nel 1518. Il portale è formato da un architrave a ghirlande con lo stemma di Paolo II e, nella lunetta, è presente un bassorilievo che raffigura S. Marco Evangelista. All’interno della basilica di San Marco Evangelista noterete le bifore di stampo gotico, le volte a crociera delle navate laterali ed il soffitto a cassettoni intagliati e dorati su fondo azzurro che, con quello di Santa Maria Maggiore, è l’unico ancora esistente a Roma d’età quattrocentesca. All’intervento del 1654-57 risalgono le decorazioni tra le finestre e gli affreschi della navata centrale. Le parti fatte restaurare dal cardinale Querini, invece, sono il presbiterio, l’altare maggiore e gli scranni del coro e, successivamente, le colonne in granito sostituite con quelle attuali in diaspro di Sicilia, la foderatura dei pilastri e i bassorilievi in stucco tra le arcate. Il pavimento seicentesco include riquadri di tipo cosmatesco; alle pareti della navata centrale, a sinistra, sono raffigurate storie di S. Marco papa alternate a rilievi in stucco. All’interno di San Marco Evangelista ci sono alcune opere d’arte davvero notevoli assolutamente da vedere. La prima è senz’altro la Tomba di Leonardo Pesaro realizzata da Antonio Canova nel 1796, monumento funebre dedicato al figlio, morto a soli sedici anni, dell’ultimo ambasciatore di Venezia che visse nel palazzo adiacente. Altra opera rilevante è lo splendido mosaico absidale raffigurante Cristo con i santi Felicissimo, Marco Evangelista, Marco papa, Agapito e Agnese. Il santo titolare della chiesa è raffigurato mentre presenta a Gesù il committente, il...

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Villa Strohl Fern

Villa Strohl Fern Nel cuore di Roma, venite a scoprire uno dei luoghi del Novecento artistico Con i suoi 8 ettari di estensione, la vicinanza a Villa Borghese da una parte e Valle Giulia e Villa Poniatowskji dall’altra, Villa Strohl Fern rappresenta di certo un luogo pieno di cultura e storia che non passa inosservato. Acquistata nel 1879 da Alfred Wilhelm Strohl, cittadino francese di origine alsaziana, fu dimora di questo personaggio eclettico per i successivi cinquant’anni. Musicista, pittore, artista, letterato, scultore e poeta. Fra le mura di Villa Strohl Fern, furono molti i nomi illustri che egli ospitò: Rainer Maria Rilke, Carlo Levi, Umberto Moggioli, Francesco Trombadori, Arturo Martini, Amedeo Bocchi, Anton Giulio Bragaglia, Bruno Barilli con le tre sorelle Braun, solo per citarne alcuni. Villa Strohl Fern possedeva un ampio recinto, aperto in tre cancelli di ferro battuto. Un ampio parco accoglieva al suo centro l’edificio principale, un giardino, con rosai disposti lungo il vialetto, e fontane con falsi stalattiti a simulare grotte naturali. Erano infine presenti un frutteto e un orto. Nel suo parco, Wilhelm Strohl, fece costruire un centinaio di atelier a lucernari che affittava ad artisti per un ridottissimo canone. E quando nel 1927 Strohl morì, lasciò in eredità allo Stato francese Villa Strohl Fern a patto che venisse utilizzata “per opere francesi di pubblica utilità, a condizione che siano conservate le mie opere di pittura e scultura, che siano pubblicati i miei manoscritti di prosa e poesia, che sia conservato l’aspetto paesaggistico della villa e siano rispettate le antiche alberature”. Sede del Liceo Chateaubriand dal 1957, Villa Strohl Fern è stata tuttavia abbandonata a se stessa ed al suo lento degrado a causa del tempo e dell’utilizzo da parte degli alunni. I giardini sono profondamente mutati nel corso del tempo. Le strutture un tempo dedicate agli artisti divenute fatiscenti. Malgrado molte siano state numerose le petizioni per la tutela e la conservazione del patrimonio paesaggistico e culturale di Villa Strohl Fern, nel corso del tempo, firmate da illustri nomi quali Alberto Moravia, Federico Fellini, Francesco Rosi, Pietro Davack e Renato Guttuso, solo intorno al 2005 e poi nel 2011, si è discusso ed approvato un primo piano di intervento per gli ambienti scolastici, volto a migliorare la struttura del Liceo al suo interno, abbattendo i lucernai antichi. Tuttavia non è stato ancora possibile attuare un serio e corretto piano di recupero volto a valorizzazione Villa Strohl Fern in quanto patrimonio di due stati e struttura dall’ altissimo valore culturale, storico, artistico, paesaggistico e sociale. Info: E’ possibile visitare la Villa, solamente in occasione di aperture...

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I busti del Pincio

Scoprire le bellezze della nostra città: i busti del Pincio 228 volti che ci accompagnano nella nostra passeggiata lungo il colle dei giardini Fra tutti i giardini di Roma, quelli del Pincio sono senza alcun dubbio i più conosciuti e di certo tra i più belli. Situato tra piazza del Popolo, Villa Medici e il Muro Torto, attraverso via delle Magnolie il Pincio, ci conduce direttamente a Villa Borghese. I giardini, su questo colle, vennero concepiti dall’amministrazione napoleonica, intorno al 1810, ma ciò che al suo interno si trova possiede una storia differente e, di certo, più difficile. Parliamo dei busti del Pincio. 228 volti che da oltre un secolo si ergono nei viali del giardino, accompagnandoci in una passeggiata di cultura, ricca di storia…malgrado gli atti di vandalismo ed i successivi restauri che cercano di porre rimedio al danno commesso. Ma le loro vicissitudini travagliate hanno origine ancor più antica. I busti del Pincio, infatti, furono ideati da Giuseppe Mazzini, Triunviro della Repubblica Romana, al fine di ornare i viali del colle di tutte quelle figure che avrebbero mostrato ai visitatori i volti più illustri degli italiani, nel corso della storia. Una simile idea patriottica fu subito approvata e vide un fondo di oltre 10.000 lire per la realizzazione di tali opere. Il lavoro sui busti del Pincio, tuttavia, terminò troppo tardi, quando la Repubblica ormai finita, aveva ceduto il posto al potere del Vaticano. E fu proprio la chiesa a rinchiudere in un magazzino tutti gli illustri volti realizzati in marmo, giustificando il proprio gesto con la volontà di non voler mostrare molti di quei nomi che un tempo crearono scompiglio nella nazione. Fu così che solo fra il 1851 ed il 1852 alcuni dei busti del Pincio fecero la loro apparizione. Alfieri, Canova, Tiziano, Palladio, erano fra di essi. Ma occorsero diversi anni prima che i volti di Savonarola, Caio Gracco o Pietro Colletta poterono essere prelevati e disposti sulle vie del Pincio. Eppure, anche in quest’occasione, alcuni di essi subirono cambiamenti a dir poco radicali. Grazie all’intervento dello scultore Sarrocchi il Gattamelata divenne Orazio, Leopardi divenne Zeusi, così come Macchiavelli divenne Archimede, affinché i sentimenti di ‘ribellione’ che un tempo quei nomi potevano suscitare, così mutati, sarebbero stati accolti differentemente. E si mostrano ancora a noi, nella loro storia difficile, i busti del Pincio così concepiti. Alcuni illustri e riconoscibili, altri mutati nell’aspetto, altri ancora, come quello di Alfieri, realizzati appositamente in un periodo successivo rispetto agli altri. Eppure, ancora oggi, sembrano essere vittime dei pensieri delle persone. Con i loro nasi rotti, la vernice scura sul loro marmo bianco, i busti del Pincio si mostrano sfigurati. Neanche...

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La Chiesa di San Salvatore in Lauro

Dall’anno 1000 ad oggi, la Chiesa di san Salvatore in Lauro Intorno all’anno mille, per volere di un piccolo ordine di frati, sorse vicino alle rive del Tevere, una modesta costruzione: la chiesa di San Salvatore in Lauro. Avvolta tutt’intorno da una folta vegetazione e da un boschetto di allori, le prime notizie certe di questa costruzione ci giungono intorno al 1177. Fu solo in questo periodo infatti che i Celestini, frati devoti di San Giorgio in Alga, poterono, dopo alcune razzie dei barbari, ricostruire ed ampliare la chiesa, per mantenerla in loro possesso per più di duecento anni. Quando nel 1668 il loro ordine venne sospeso, la chiesa di San Salvatore in Lauro passò in mano all’ordine monastico devoto al Pio Sodalizio dei Piceni, che vi istituì il culto della Madonna di Loreto. Dal 1899, pertanto, la chiesa di San Salvatore in Lauro, modificò il proprio nome in Pio Sodalizio dei Piceni, tuttavia, nonostante questo nuovo nome, il popolo di Roma proseguì, allora come oggi, a chiamare il Santuario con la sua antica denominazione: San Salvatore in Lauro. Al numero 15 dell’omonima piazza troviamo un prezioso portale ligneo intagliato e recante teste di cherubini scolpite da Camillo Rusconi nel 1734. Quello è l’ingresso della chiesa. Qui, vacando il bellissimo portone, si presenta a noi un primo chiostro rinascimentale, con due ordini di arcate. Mentre sul lato sinistro della struttura è ancora possibile accedere ad un secondo chiostro di origine quattrocentesca, rimasti entrambi visibili dopo l’incendio del 1591. Tramite questo secondo cortile è possibile raggiungere le stanze del refettorio e della sala capitolare dove si svolgevano le principali attività del convento. Al centro del piccolo cortile della chiesa di San Salvatore in Lauro troviamo una fontana dalle modeste dimensioni, di forma rotonda, circondata da piante, presenza opere d’arte cinquecentesche fra le quali il rilievo rappresentante la liberazione di San Pietro di Vincenzo De Rossi. Addentrandosi nel silenzio del convento, poi, nel refettorio, ci viene mostrato l’affresco di Francesco Salviati che raffigura le Nozze di Cana del 1550. Quest’opera, così come quella presente nel chiostro, sopravvissero all’incendio del 1591 e si mostrano ancora a noi in tutta la loro bellezza. Uscendo, infine, val la pena soffermarsi sul monumento funebre dedicato a papa Eugenio IV Condulmer, attribuito allo scultore toscano Isaia da Pisa e proveniente dall’antica basilica di San Pietro. La chiesa è aperta tutti i giorni con il seguente orario 9.00 / 12.00 – 15.00 / 19.00. Se visitate il sito grazie al Virtual Tour potete scoprire in anteprima l’architettura e le opere d’arte della...

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La Fontana dei Libri | Roma

Trait d’union di arte, leggenda e cultura: la Fontana dei Libri Se vi state chiedendo, quale può essere un monumento che unisce arte, leggenda e cultura, noi vi diamo la risposta. E’ la Fontana dei Libri del rione Sant’Eustachio a Roma. Sin dal Medioevo, per indicare le varie zone del centro storico di Roma, si è utilizzata una suddivisione, modificata più volte nel corso dei secoli: i rioni. Dagli anni ’20 del Novecento i rioni, che avevano sempre avuto un valore simbolico nelle vicende del popolo romano, sono diventati in totale ventidue, ognuno identificato con un diverso nome e un numero romano. Proprio in quegli anni, più precisamente nel 1927, l’amministrazione comunale commissionò al giovane architetto Pietro Lombardi, già vincitore del concorso per la fontana di Monte Testaccio, la realizzazione di una serie di fontane moderne, aventi per soggetto alcuni rioni di Roma. Poiché ogni rione ha un simbolo che lo rappresenta, raffigurato anche sulle bandiere rionali, è proprio a questi simboli o stemmi che si ispirò il Lombardi nella progettazione delle fontane. Nel rione VIII di Sant’Eustachio, che ha come simbolo un cervo, l’architetto romano fece costruire la Fontana dei Libri che si trova in via degli Staderari, (già via dell’Università, grazie alla vicinanza con l’università La Sapienza), nome che ricorda gli antichi fabbricanti di stadere e bilance un tempo esistenti in questa zona e che racchiude gli elementi più simbolici del rione. La Fontana dei Libri, costituita interamente in travertino, è situata dentro una nicchia incorniciata da un arco a tutto sesto con l’iscrizione S.P.Q.R. e presenta una testa di cervo fra quattro libri antichi, due per ciascun lato e collocati su due mensole laterali di marmo, mentre l’acqua fuoriesce da due cannelle a forma di segnalibro e cade in parte nella sottostante vasca semicircolare ed in parte direttamente sul selciato. Simbolicamente, tutti gli elementi presenti nella Fontana dei Libri hanno un significato ben preciso nella storia del rione. Il cervo, ad esempio, si trova anche sul timpano della Chiesa di Sant’Eustachio e ricorda l’evento della conversione al Cristianesimo di Eustachio, generale romano, a cui apparve un cervo con una croce luminosa fra le corna. I libri, d’altro canto, rappresentano l’antica Università della Sapienza che si trova nel palazzo a cui è addossata la fontanella. Una piccola curiosità che noterete osservando il centro della fontana: in verticale vi è incisa l’indicazione del nome del rione e, in orizzontale, il relativo riferimento numerico ma con un errore, infatti Sant’Eustachio corrisponde al Rione VIII mentre nel travertino risulta chiaramente indicato come Rione IV. Tips: Se decidete di proseguire il giro di tutte le originalissime fontane progettate da Lombardi negli altri rioni, vi segnaliamo: la Fontana...

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Via Arco dei Banchi a Roma

Via Arco dei Banchi a Roma, nella zona del Santo Spirito Per riscoprire insieme una zona di Roma che ha in gran parte mantenuto la sua struttura, ma che non appartiene ai percorsi turistici più rinomati, parliamo oggi di via Arco dei Banchi in zona Santo Spirito, a Roma. Nel XV secolo la Basilica di S. Pietro divenne il centro politico, morale e religioso di Roma, determinando un cambio di orientamento del sistema viario verso Ponte Sant’Angelo, l’unico che unisse la città di Roma al Vaticano. Via Arco dei Banchi è una traversa di via del Banco di S. Spirito ed il nome di “banchi”, esteso alla zona che comprende anche via dei Banchi Vecchi, si riferisce ai banchi dove negozianti, banchieri, notai, scrivani e mercanti di ogni tipo esercitavano i loro affari, sfruttando la vicinanza a S. Pietro. Via del Banco di S. Spirito era anche detta “Canale di Ponte”: il nome deriva forse dal fatto che la gran massa di pellegrini provenienti dalle vie circostanti si “incanalava” in questo stretto tratto di strada per attraversare ponte Sant’ Angelo e recarsi in San Pietro o, più probabilmente, a causa delle inondazioni del Tevere che appena aumentava di livello invadeva immediatamente questo breve tragitto. All’inizio dell’arco che dà il nome a via Arco dei Banchi, in basso a sinistra, è incassata una pietra sulla quale, a caratteri semigotici, è visibile un’ iscrizione che ricorda la piena del Tevere del 1277. Il livello raggiunto dalle acque è segnato da una linea incisa che divide l’epigrafe in due parti ed è il più antico ricordo delle inondazioni tiberine. Originariamente l’iscrizione era murata sulla facciata della primitiva chiesa dei Ss. Celso e Giuliano, che venne demolita e successivamente ricostruita per ben due volte proprio a causa dei continui allagamenti del “Canale di Ponte”. Nel Cinquecento, sotto l’arco, era presente una scultura molto venerata della Vergine che fu, in seguito, asportata e poi rimpiazzata nell’Ottocento da un grande quadro ad olio, sempre raffigurante la Madonna. La via prese il nome di “Banchi Nuovi” quando, per volere di Papa Giulio II, il trasferimento della Zecca Pontificia da Palazzo Sforza Cesarini al palazzo del Banco di S. Spirito – adattato appositamente dal Bramante – indusse i banchieri ad aprire i loro uffici di cambio in questo tratto di strada. Nel 1541 la zecca fu trasferita altrove e l’edificio rimase inutilizzato ma conservò il nome di “Zecca vecchia”. Via Arco dei Banchi oggi è un breve tratto a ridosso di Corso Vittorio, rimasto pressoché immutato, ma che non evoca più la magnificenza dell’epoca rinascimentale e, soprattutto, la vivacità dell’attività commerciale che qui vi veniva praticata perfino da personalità importanti come quella di Agostino Chigi...

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La Chiesa di Santa Passera

La Chiesa di Santa Passera a Via della Magliana Le Chiese di Roma sono sicuramente una delle mete preferite dai turisti di tutto il mondo perché, anche la più piccola di esse, che si trovi al centro o in periferia, può contenere un piccolo tesoro artistico, un’opera d’arte famosa, una statua o un affresco di inestimabile valore. Tra le tantissime chiese presenti a Roma oggi vi segnaliamo la chiesa di Santa Passera, nel quartiere Portuense. Tra via della Magliana e la riva destra del fiume Tevere, proprio di fronte alla Basilica di San Paolo fuori le mura, sorge la chiesa di Santa Passera, già esistente intorno al sec. VIII d. C. e ampliata nel XIII. La chiesa era originariamente intitolata ai santi egiziani Ciro e Giovanni, decapitati nel 303 durante le persecuzioni di Diocleziano. Nel Medioevo, a partire dall’XI secolo, il suo nome si è via via trasformato in Abbas Cirus, Appaciro, Pacero, Pacera e infine Passera: di fatto questa santa non è mai esistita realmente. La chiesa di Santa Passera, innestata su un sepolcro romano, è un edificio a pianta rettangolare ad un’unica navata absidata e con soffitto ligneo, costituita da tre parti sovrapposte: l’attuale chiesa visibile dall’esterno, una cripta-oratorio ed, infine, una tomba ipogea probabilmente romana. Si accede alla facciata della chiesa tramite una doppia rampa di scale, il portale è semplice con sopra una finestra con grata in pietra e motivi geometrici. All’interno della chiesa sono conservati i resti di affreschi ormai quasi totalmente scomparsi raffiguranti santi, Cristo tra i Ss. Giovanni Evangelista, Pietro, Paolo e Giovanni Battista, Cristo tra i Ss. Ciro e Giovanni e una Madonna col Bambino; l’abside della chiesetta si affaccia su via della Magliana ed ha mensoline in marmo a motivi vegetali ed una bifora murata. Dalla sagrestia si scende nella cripta, forse la chiesa originaria dell’VIII secolo, dove furono collocati i corpi dei due martiri ed in cui è presente un architrave con questi versi: Corpora Sancti Cyri renitent hic atque Joannis / Quae quondam Romae dedit Alexandria Magna (“Qui risplendono i santi corpi di Ciro e Giovanni che un giorno la grande Alessandria dette a Roma”). Nell’ipogeo, interrato dopo il 1706 e riscoperto solo nel 1904, l’antica decorazione pittorica risulta quasi completamente perduta a causa delle innumerevoli piene del Tevere ma anche per le incursioni di quanti, nel tempo, hanno cercato di trafugare le reliquie dei martiri. Esempio di stratificazione e riutilizzo di monumenti più antichi, la chiesa di Santa Passera rimane una delle più importanti testimonianze architettoniche del passato nella periferia...

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Acquedotto dell’Acqua Vergine

Acquedotto dell’Acqua Vergine A Roma lungo un percorso sotterraneo, di quasi 14.105 passi, si estende l’acquedotto dell’Acqua Vergine. Voluto da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, che lo inaugurò il 9 giugno del 19 a.C. per alimentare la nuova zona di Campo Marzio, esso ancora oggi alimenta quasi tutte le più imponenti fontane del centro di Roma: Piazza Navona, Barcaccia, Terrina e, ovviamente , la Fontana di Trevi. Per tale motivo l’acquedotto dell’Acqua Vergine è conosciuto oggigiorno come l’unico acquedotto romano ad essere funzionante, ancora dopo venti secoli. Largo circa 1,50 metri e supportato da opere in cemento e reticolato di sostegno nei punti ritenuti più critici, il tracciato d’acqua dell’Acquedotto Acqua Vergine è percorribile in barca, soprattutto per le ispezioni ed i controlli relativi al suo funzionamento. Composto da una serie di cunicoli scavati trasversalmente su di un terreno calcareo che ne permetteva una maggior purezza e freschezza senza troppi interventi di manutenzione, i rivoli di acque sorgive, attraverso il terreno poroso ed impermeabile, venivano convogliati verso un canale principale. Confluite in un bacino artificiale in calcestruzzo, oggi interrato, l’ acquedotto dell’Acqua Vergine possiede una portata pari a 1.202 litri al secondo. Tale quantità consentiva per la maggior parte, nell’epoca in cui fu costruito, l’erogazione e l’approvvigionamento idrico della parte settentrionale della città e dei punti più distanti dal centro. Una restante parte veniva riversata per alimentare le opere pubbliche ed un’ultima veniva convogliata all’indirizzo della casa imperiale e di altri utenti privati. Vicino al Pantheon, infatti, l’ acquedotto dell’Acqua Vergine terminava il proprio corso, distribuendo l’acqua ai numerosi monumenti creati da Agrippa, non ultime le Terme che portavano il suo nome. Gli interventi nel tempo Nel corso del tempo l’ acquedotto dell’Acqua Vergine ha subito numerosi interventi di manutenzione, di restauro e di parziale rifacimento. I primi lavori furono svolti fra il 37 ed il 46 d.C. da parte di Tiberio prima e Claudio poi, andando a ripristinare i mattoni componenti gli archi di travertino nell’area urbana, e di Costantino. Malgrado la distruzione subita da parte dei Goti di alcune delle sue parti acquedotto dell’Acqua Vergine non perse mai la sua importanza e venne spesso fatto ripristinare proprio per il valore che possedeva per l’alimentazione idrica della città. Lavori di consolidamento importanti furono infine portati avanti da Papa Adriano I, che intorno al 700, lo restaurò nuovamente e ne arricchì lo splendore, andando ad aggiungere, nell’attuale via del Corso, un’ulteriore...

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Antica Spezieria di Santa Maria della Scala

La prima vera farmacia della capitale Situata al primo piano del Convento dei Carmelitani Scalzi, annesso alla Chiesa di Santa Maria della Scala, nella zona di Trastevere, esiste un luogo antico e prezioso. Quella che può essere considerata la prima vera farmacia della capitale: L’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala. Costruita in origine per rispondere alle necessità degli stessi frati carmelitani, dediti alla coltivazione di piante medicinali, l’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala divenne nel corso del tempo così importante da essere considerata punto di riferimento per cardinali, principi e per gli stessi medici dei pontefici, tanto da ottenere l’appellativo di “farmacia dei papi”. Pronta a rispondere alle esigenze dei suoi clienti l’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala, si è occupata di fornire a prezzi modici, medicinali genuini poiché prodotti da erbe lavorate in loco attraverso un accurato studio delle stesse. Tali medicinali erano volti a curare le malattie delle prime vie respiratorie, i dolori reumatici o le allergie, sin’anche all’utilizzo del primo disinfettante: l’acqua della Samaritana. L’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala: la struttura I suoi locali, comprensivi di un ambulatorio gratuito, sono rimasti aperti sino al 1978. Dato il lavoro altamente scientifico che avveniva nei laboratori dell’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala, ci sembra obbligatorio parlare anzitutto del laboratorio galenico che si trova al suo interno. Frantoi originari, mortai ed alambicchi di distillazione, insieme a vasi, bilance, maioliche pregiate, formano il quadro di questo luogo dove gli armadi riportano immagini dipinte dei padri della medicina come Ippocrate, Galeno, Avicenna, Mitridate e Andromaco. Risalente al settecento l’arredamento, le scaffalature, le vetrine e il bancone, ci si presentano in tutto il loro splendore passato. Nel retrobottega, inoltre, possiamo scoprire , risalente all’ottocento, un laboratorio liquoristico ed un ambiente che fungeva da biblioteca, studio medico e magazzino. L’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala, è anche adorna di vari cimeli di grande importanza: come il Trattato delli semplici, un rarissimo erbario attribuito a fra’ Basilio,farmacista del settecento, contenente l’elenco di tutte le erbe utilizzate nella farmacia, conservandone un esempio essiccato nella pagina corrispondente. Oppure il Vaso della theriaca, un farmaco messo a punto da Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, per lo studio di un antidoto contro i veleni. La Speziera, rappresenta quindi una passeggiata nel passato, volta a scoprire la vita reale di Roma. Le attività di ogni giorno. La semplicità di un tesoro così prezioso che è giunto fino al nostro tempo. Info: La Spezieria si trova in Via della Scala 23, nel Rione...

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Meridiana di Augusto | Roma

Cos’è la Meridiana di Augusto? Sin dall’antichità le persone hanno avuto bisogno di calcolare il tempo ed il suo scorrere. Il metodo più comune risulta quindi essere quello degli orologi solari, più comunemente chiamate meridiane. Strumenti semplici da cui si desume l’ora e non solo, riescono a funzionare grazie ad un’ asta che ha lo scopo di generare un’ombra, la quale si proietta su uno sfondo, chiamato quadrante, possiede delle linee distinte da cui si ricava l’ora. Questi due strumenti una volta tracciate le linee sul quadrante e uniti con calcoli precisi danno vita alla meridiana. La più grande meridiana del mondo antico si trovava in Campo Marzio e prese nome dall’imperatore che la fece edificare: Orologio di Augusto, conosciuto anche come Horologium Augusti, o, appunto Meridiana di Augusto. Meridiana di Augusto, la storia Ciò che rende unica la Meridiana di Augusto, rispetto al altri orologi pur presenti a Roma, oltre alla sua dimensione, era la precisione che possedeva. Tre anni prima della sua realizzazione, Augusto aveva ereditato da Lepido la carica di Pontefice Massimo e tra i compiti di questo magistrato c’era quello di sovrintendere al calendario. Nell’espletamento di questo incarico Ottaviano corresse la riforma del calendario attuata da Giulio Cesare e che era stata applicata in maniera erronea (un anno bisestile ogni tre, invece che ogni quattro anni). In ricordo della riforma gli venne dedicato un mese, Sestilius, che divenne Augustus, e la sua lunghezza fu portata a 31 giorni, determinando la irregolare distribuzione di mesi lunghi e brevi che ancora abbiamo. L’obelisco della Meridiana di Augusto, realizzato originariamente all’epoca del faraone Psammetico II (595-589 a.C.), era collocato nella città di Heliopolis in Egitto e fu condotto a Roma nel 10 d.C. da Augusto e collocato come gnomone in Campo Marzio. La Meridiana di Augusto, costituita da una linea di bronzo incastonata su delle lastre di travertino e lunga circa 75 metri, possedeva ai lati iscrizioni bronzee in greco e segni zodiacali, realizzando così un preciso calendario solare sfruttando la diversa altezza del sole nelle varie stagioni. Rovinata al suolo in un periodo imprecisato nell’alto medioevo, la Meridiana di Augusto venne suddivisa in più tronconi all’inizio del ‘500. Fu solo nel 1792, per volere di Pio VI, che la Meridiana di Augusto venne restaurata ed eretta nel luogo in cui è attualmente. Venne anche realizzata una linea meridiana che però, costruita in maniera inadeguata, forniva un’ora errata. La linea attualmente presente, di grande precisione, è stata realizzata nel 1998, in occasione del rifacimento della pavimentazione della...

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