Stadio di Domiziano

Lo Stadio di Domiziano Un vero museo per visitare i grandiosi resti localizzati sotto Piazza Navona Dopo anni di semi-abbandono e visite occasionali solo su prenotazione, il sito archeologico dello Stadio di Domiziano cambia volto e si presenta ai turisti in veste ufficiale, completamente rinnovata. Il nuovo ingresso museale riporta alla luce il passato dell’area sottostante a Piazza Navona, dove sorgeva un raro esempio di stadio in muratura. Localizzato in un’area compresa tra Piazza Navona, piazza di Tor Sanguigna e via di Tor Sanguigna, a circa 4,50 metri dal piano stradale, è ora accessibile tutti i giorni e vanta, oltre alla rinnovata e riabilitata area archeologica, anche un centro congressi per mostre temporanee e eventi culturali. Lo Stadio di Domiziano, storia:  Lo stadio venne eretto nell’86 d.C. accanto alle terme Neroniane, sopra le rovine di un precedente stadio edificato da Nerone, per celebrare l’Agone Capitolino, gara quinquennale dedicata a Giove Ottimo Massimo ed istituita a imitazione dei giochi olimpici. Lo stadio di Domiziano rappresenta  l’unico esempio di stadio in muratura eretto su sostruzioni murarie, sinora conosciuto al di fuori della Grecia e del mondo orientale; prima della sua costruzione le gare di atletica si svolgevano solitamente nel Circo Massimo o nel Circo Flaminio, o in strutture in legno appositamente costruite per l’occasione, le quali venivano poi smontate al termine dei giochi. La struttura stessa di Piazza Navona, e la disposizione dei palazzi attorno ad essa, ricalcano la pianta dello stadio. I resti di questa opera unica sono presenti infatti non solo nell’area visitabile, ma riscontrabili anche nelle cantine private dei molti palazzi che circondano la piazza. Per maggiori approfondimenti e cenni storici sullo Stadio di Domiziano e gli eventi ad esso collegati vi rimandiamo al sito ufficiale dove è anche possibile acquistare i biglietti online e reperire le informazioni necessarie su orari, prezzi e sconti speciali.    ...

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La Chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio

La Chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio La Chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio, situata nel quartiere Aventino di Roma, viene realizzata tra il III e il IV secolo. In origine era intitolata al solo San Bonifacio, un uomo che conduceva una vita dissoluta insieme alla madre di Alessio, Egle. Quando la donna si convertì ad una vita cristiana, lo stesso fece Bonifacio, che arrivò a subire il martirio per decapitazione. La chiesa fu intitolata anche a San Alessio, verso la fine del primo millennio. Secondo una leggenda del V secolo, Alessio, giovane patrizio romano che aveva dedicato la sua vita ai bisognosi, fuggì in Oriente per evitare un matrimonio imposto dai familiari. Tornato a Roma dopo vent’anni, passò il resto della sua vita da mendicante, risiedendo sotto le scale dell’atrio della sua casa. Fu solo in punto di morte che rivelò al papa la sua vera identità. Durante il periodo di Benedetto VII, la chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio fu affidata al monaco basiliano Sergio, che la trasformò in Abbazia da dove partivano i missionari per cristianizzare gli Slavi. Papa Onorio III, nel 1217, la ricostruì e fece sistemare le reliquie dei due santi sotto l’altare maggiore. Altri lavori di ristrutturazione avvennero nel 1750, diretti da Tommaso De Marchis, in cui la sopraelevazione del pavimento fece perdere le antiche decorazioni a mosaico. La chiesa fu affidata nel 1846 ai padri somaschi, che praticarono ulteriori interventi. All’interno della Chiesa: Si entra nella basilica dei Santi Bonifacio e Alessio attraversando un quadri-portico d’impianto medievale, in parte murato, che ha sulla destra una fontanella ornata da un frammento di guglia gotica con le immagini dei due santi. La facciata della chiesa, neo-cinquecentesca, è opera di De Marchis. Sotto il portico è conservata la statua di papa Benedetto XIII, opera in gesso del XVIII secolo. A destra si staglia il campanile duecentesco, a cinque ordini con serie di doppie bifore. L’interno della chiesa, cui si accede attraverso un portale cosmatesco, è a tre navate divise da pilastri, ornati da paraste scanalate e capitelli corinzi. Il soffitto a cassettoni risale all’ottocento, mentre nel pavimento vi sono resti della decorazione cosmatesca. Nella navata di destra è conservata la tomba della principessa Eleonora Boncompagni Borghese (1695), opera di A. Fucigna, su progetto di G.B. Contini, proveniente dalla demolita chiesa di Santa Lucia dei Ginnasi. Nel transetto destro è la cappella voluta da Carlo IV di Spagna, dov’è custodita un’icona con la Madonna, databile al XIII secolo, che la tradizione riteneva invece portata dall’Oriente dallo stesso San Alessio. L’altare maggiore è sormontato dal ciborio a cupola, sorretto da colonne di marmo greco, opera del De Marchis, e qui, in un’urna,...

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Il Monte del Grano al Quadraro

Il Monte del Grano al Quadraro Il Monte del Grano, nella zona del Quadraro di Roma, è il nome popolare con cui viene indicato il Mausoleo di Alessandro Severo, imperatore romano, 222 – 225 d.C., morto assassinato in Gallia nel Marzo del 235. Il sepolcro è uno dei più grandi rinvenuti, il terzo per la precisione, dopo la Mole Adriana ed il Mausoleo di Augusto. Oggi il Monte del Grano è una collinetta ricoperta di olivi, sita all’interno del Parco XVII 1944. Il nome Monte del Grano sembra essersi diffuso nel medioevo, quando già nel 1386 nell’Archivio storico Capitolino, era possibile rintracciare la dicitura: “Modius Grani“. Tradotto stava ad indicare l’aspetto della collinetta a forma di moggio di grano rovesciato. Siamo negli ultimi decenni del 1500, quando secondo lo sculture e umanista italiano Flaminio Vacca, dal Monte del Grano viene estratto quello che sembra essere il sarcofago di Alessandro Severo. Sul coperchio sono raffigurati due personaggi, riconosciuti come l’imperatore e sua madre Julia Mammea, che lo sostenne per tutta la durata del suo regno. Attualmente l’imponente sarcofago è conservato nelle sale dei Musei Capitolini. Tuttavia, ci sono studi in disaccordo sull’attribuzione del mausoleo all’imperatore Severo, ma la ricchezza del sepolcro, fortifica l’idea di un componente di famiglia imperiale. Per arrivare al sepolcro è necessario accedere attraverso un portale di marmo e percorrere un corridoio di mattoni lungo 21 metri. La camera sepolcrale, un tempo realizzata su due piani, è a forma circolare con il soffitto a cupola. I due lucernari avevano la funzione di illuminare la cella e far passare l’aria.  ...

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Parco delle Tombe di Via Latina

Parco delle Tombe di Via Latina Il Parco delle Tombe di Via Latina rappresenta un complesso di elevato valore archeologico, in quanto racchiude uno tra i pochi lembi superstiti di Campagna romana a ridosso delle mura. Il parco viene tracciato in epoca preistorica dagli Etruschi, principalmente per colonizzare la Campania nell’ VIII-VI secolo a.C. e rimane in uso fino al ‘300 come collegamento verso Capua. All’interno del Parco delle Tombe sono conservati diversi monumenti funebri e un tratto dell’antica Via Latina. Lungo di esso, ancora lastricato dall’originario basolato, rimane parte dell’alzato in laterizio del Sepolcro Barberini, dal quale proviene l’omonimo sarcofago ora ai Musei Vaticani. Frutto di un un ottocentesco restauro di fantasia è l’esterno della Tomba dei Valeri, datata 160 – 170 d.C., la cui raffinata decorazione interna si ispira al mondo funerario, decorazione in stucco bianco a medaglioni, con rappresentazioni di creature fantastiche, eroti e figure femminili. Le strutture scavate attorno al sepolcro, sono state probabilmente realizzate per la sosta ed il ristoro dei viaggiatori lungo la Via Latina. Di fronte al Sepolcro dei Valeri si trova quello dei Pancrazi, datato I e inizi II secolo d.C. La tomba dei Pancrazi è integra nella parte ipogea, dov’è decorata da stucchi e dipinti di soggetti mitologici. Un altro sepolcro è quello dei Calpurni, composto da un’unica camera sotterranea con originali rivestimenti in intonaco e stucco. Quasi isolata nel Parco delle Tombe, si trova la basilica di S. Stefano Protomartire, i cui resti sono tuttora parzialmente visibili. La basilica viene eretta a metà del V secolo su una residenza patrizia e rimane meta di pellegrinaggi sino al XIII secolo, quando viene abbandonata. Fonte: Touring Club Italiano / Soprintendenza Speciale Beni Archeologici di...

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Via di Porta San Sebastiano

Lungo via di Porta San Sebastiano Il nostro itinerario lungo Via di Porta San Sebastiano, inizia da Piazzale Numa Pompilio; una vegetazione rigogliosa spunta dai muretti che fanno da cornice alla strada, che col viale delle Terme di Caracalla ricalca il segmento urbano della romana Via Appia, e permette di immaginarsi come si presentava la città Eterna prima di divenire capitale. Ad accoglierci all’inizio di Via di Porta San Sebastiano vi è  la Chiesa di San Cesareo in Palatio, eretta a fine del ‘500 su edifici più antichi, come attesta il pavimento musivo del II secolo, nel sotterraneo. Secondo fonti medievali era chiamata inizialmente “San Cesareo in Turrim” probabilmente per la presenza di qualche torre nelle vicinanze. Qualche metro più avanti, sempre sul lato destro, è del ‘400 la vicina Casina del Cardinal Bessarione, residenza del cardinale e umanista Bizantino di origine turca. L’edificio quattrocentesco si affaccia su strada con una parete sulla quale si aprono quattro piccole finestre con cornice in travertino, protette da una grata, e con due soprastanti finestre a croce guelfa, anch’esse incorniciate in travertino. A testimoniare la grandezza degli Scipioni rimane il loro Sepolcro, rinvenuto nel 1616 e rimasto in uso dagli inizi del III secolo fino al 139 a.C. Il Cimitero è quasi sempre chiuso al pubblico perché in rovina. L’esistenza del sepolcro si è avuta solamente alla fine del Settecento, suscitando grande scalpore. Nel III° d.C. fu eretta sull’ipogeo una casa, che conserva tracce dell’antico pavimento a mosaico e di pitture. Il vicino colombario di Pomponio Hylas, scoperto nel 1831 da Pietro Campana, conserva mosaici in un’edicola e nella cella. Era possibile accedervi tramite un viottolo della parallela Via Latina. Secondo i ritrovamenti fu costruito intorno al 14-54 d.C. ed utilizzato fino al II secolo d.C., periodo in cui furono conservate le ceneri del liberto Pomponio Hylas. Ultimo sito archeologico della nostra passeggiata è l’Arco di Druso, che ci conduce verso l’Appia Antica. Per secoli si è creduto fosse un arco di trionfo  in onore di Druso maggiore nel 9 a.C., in realtà l’arco faceva parte dell’Acquedotto Acqua Antoniniana. Superato l’Arco di Druso e Porta San Sebastiano, inizia Via Appia Antica, la Regina Viarium, considerata durante l’antichità una città strategica poiché il suo porto collegava l’antica Roma all’Oriente....

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Il Castello di Giulio II ad Ostia Antica

Il Castello di Giulio II ad Ostia Antica Il castello di Giulio II si trova ad Ostia Antica, presso la zona suburbana della Ostia romana. La fortezza fu per un lungo periodo sede della dogana pontificia; qui avvenivano i pagamenti per le merci che arrivavano a Roma via mare. Il Castello fu fatto realizzare dal cardinale Giuliano della Rovere nel 1483, su disegno del Pontelli. I lavori terminarono non appena tre anni dopo, con papa Innocenzo VIII. Nella fortezza fu inclusa anche l’antica torre circolare, edificata da papa Martino V Colonna. La struttura, a pianta triangolare con cortile trapezoidale, unisce ai ritrovati difensivi tipici dell’epoca, forme ed elementi innovativi: le due torri circolari ed il torrione pentagonale per un’ultima difesa, anticipano soluzioni divenute comuni nel ‘500. Lo scalone interno è decorato dal Peruzzi, da Cesare da Sesto e Michele del Becca. Durante l’ascesa al soglio pontificio, Giulio II, ordinò dei lavori di ampliamento della rocca, i quali includevano la costruzione di nuovi appartamenti papali. Vennero ristrutturati così alcuni ambienti di epoca borgiana sul lato occidentale del cortile, e collegati dallo scalone decorato dal Peruzzi. La funzione di dogana pontificia terminò nel 1557, quando una piena del Tevere cambiò completamente il corso del fiume, e costrinse il papato a spostare l’attività prima a Tor Boaccciana e poi a Tor San Michele. A partire dal XVI secolo, le sorti del castello cambiarono decisamente. La struttura venne danneggiata a seguito del conflitto tra la Spagna e la Francia e utilizzata come fienile nel periodo successivo. Nel XIV secolo, assunse la funzione di prigione per i condannati ai lavori forzati che presero parte agli scavi di Ostia Antica. Restauri: Per far risplendere l’antico castello di Giulio II, alla fine degli anni ’80, sono stati commissionati dei lavori terminati nel 1991 e nel 2003, in alcune di quelli che erano gli appartamenti papali, sono stati realizzati degli allestimenti museali. Fonte: Touring Club Italiano e Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma...

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Una passeggiata lungo Via Giulia

Una passeggiata lungo Via Giulia Ci troviamo nel rione Regola e la celebre via Giulia è la strada di circa 1 km, che costeggia la sponda destra di Lungotevere dei Sangallo. Con il tempo è diventata una delle vie più belle e signorili di Roma, complici sia le eleganti residenze,  le bellissime chiese ed i negozi d’antiquariato. Via Giulia fu realizzata dal Bramante agli inizi del ‘500, durante il periodo in cui l’architetto eseguiva i lavori per la Basilica di San Pietro. Il progetto fu commissionato al Bramante da papa Giulio II, da cui prende nome, che in un periodo di crescita della monarchia papale, immaginava Via Giulia come un luogo in cui erigere gli edifici più importanti dello Stato Pontificio. Purtroppo, il progetto papale non andò mai in porto. Alla morte di papa Giulio II, infatti, via Giulia diventò una strada in cui si snodavano modeste abitazioni private, residenze per confraternite, ed alcuni palazzi più ambiziosi. Camminando lungo Via Giulia noterete la numerazione civica tipica di molte vie storiche della capitale: crescente sul lato sinistro, e decrescente dall’altro. Numerose sono le chiese ed i luoghi d’interesse che si trovano lungo la passeggiata del Bramante. Il primo scorcio caratteristico è senza dubbio, l’Arco Farnese, con edera e rampicanti che ne accrescono la bellezza. Fu realizzato nel 1603, per collegare il romitorio del Cardinale Odoardo con le terrazze di palazzo Farnese. A poca distanza dall’Arco Farnese vi è la Chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte, un oratorio del XV secolo realizzato dalla confraternita di S. Maria dell’Orazione, con uno scopo preciso: offrire una degna tumulazione a chi non aveva potuto usufruire di tale riguardo. L’interno della chiesa vi stupirà per i sui elementi decorativi del tutto particolari. Un simbolo di Via Giulia è la fontana del Mascherone, ideata nel 1570, ma resa attiva solamente nel 1626, quando Paolo V fece arrivare qui l’acqua Paola, a causa dell’insufficienza dell’acquedotto Vergine che alimentava la zona. Era ancora sotto il forte influsso di Bramante, Raffaello, al momento di disegnare la Chiesa di Santa Maria degli Orefici, edificata nel 1509-1575, con l’intervento di Baldassarre Peruzzi nella realizzazione della cupola emisferica e la lanterna che insieme chiudono la pianta a croce greca; gli affreschi sono di Matteo lecce e Taddeo Zuccari. Un altro gioiello di Via Giulia, è la Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani, realizzata come chiesa nazionale del Regno delle due Sicilie. Fu chiamata così dopo che, nel 1574, la Confraternita dei Napoletani acquistò quella che era la chiesa di Sant’ Aurea. L’aspetto attuale è il risultato di molteplici restauri subiti nel tempo. Quando la confraternita scoprì che gli spazi della chiesa erano insufficienti, decise di abbatterla per costruirne una...

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La Chiesa di San Pietro in Montorio

La Chiesa di San Pietro in Montorio L’antico nome del Gianicolo si conserva nella chiesa di San Pietro in Montorio, fondata nel IX secolo dai monaci dell’ordine di Celestino V. Appena un secolo dopo la fondazione, i Benedettini presero possesso della chiesa fino alla fine del Quattrocento, quando passò sotto il controllo di papa Sisto IV che la affidò ai Francescani. Durante il periodo dei Frati Francescani la chiesa subì i primi cambiamenti: la leggenda per cui nella chiesa avvenne il martirio di San Pietro era un fardello troppo grande da portare, così la chiesa fu abbattuta e costruita di nuovo, sul disegno di Baccio Pontelli. Nel 1849, a seguito dei bombardamenti a difesa della Repubblica Romana, il campanile quattrocentesco, l’abside ed il tetto furono seriamente danneggiati. Il campanile fu in seguito interamente ricostruito. All’interno, San Pietro in Montorio, è realizzata in un unica navata che termina in un’abside poligonale. Sono presenti tre campate: le prime due coperte da volte a crociera, corrispondenti a due cappelle semicircolari; la terza con volta a vela, fiancheggiata da due nicchioni che ripropongono l’andamento di un transetto. La Flagellazione di Gesù nella prima cappella a destra è di Sebastiano del Piombo, la Conversione di San Paolo, nella quarta di Giorgio Vasari, ritrattosi nella figura in nero sul margine sinistro; la seconda a sinistra è opera di Gian Lorenzo Bernini. Secondo una tradizione, priva di fondamento storico, la croce di San Pietro sarebbe stata piantata là dove erge il Tempietto del Bramante (1502 – 1507), la più compiuta realizzazione della ricerca rinascimentale sulla pianta centrale. Posto al centro del chiostro a destra della chiesa , il monumento a cella circolare, circondata da un ambulacro con sedici colonne tuscaniche in granito, e chiusa da una lieve ed elegante nuvola nervata (che è retta da un tamburo con nicchie e conchiglie) è considerato tra le massime espressioni della cultura rinascimentale, nella città eterna. Nonché un punto di riferimento imprescindibile per l’architettura del primo ‘500 romano, anche per l’uso degli elementi classici (è in questo edificio che per la prima volta vengono correttamente affiancati gli stili dorico e tuscanico) e per il valore...

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Il Carcere Mamertino al Foro Romano

Carcere Mamertino, il Tullianum dell’antica Roma Il carcere Mamertino, situato nella zona del Foro Romano, è considerato la prima prigione dell’antica Roma. In principio era chiamato “Tullianum“, probabilmente da “Tullus“, sorgente d’acqua, o da Servio Tullio e Tullio Ostilio. Il nome odierno, gli fu attribuito solamente nel medioevo, quando al di sopra del carcere fu eretta la Chiesa di S.Giuseppe dei Falegnami. Mamertinum ha origine, probabilmente, dal dio sabinop Mamers, Marte, di cui esisteva un tempio nelle vicinanze. Il luogo è ciò che sopraggiunge a noi della parte più segreta delle prigioni romane. Ma le restanti carceri, le Lautumiae, occupavano un area molto più estesa all’interno della zona del Campidoglio. La facciata è in travertino, risalente al 40 a.C. e preceduta da un portico. In realtà la struttura ne cela una più antica in tufo; materiale utilizzato anche per l’ambiente interno, datato al II secolo a.C. La struttura, oggi, presenta quattro livelli suddivisi tra la chiesa, la cappella del Crocifisso, il Carcere Mamertino ed il Tullianum. In questa prigione romana i condannati a morte venivano fatti precipitare, attraverso una botola, presente nel Carcere Mamertino. Una volta atterrati nel piano a pianta circolare, venivano in seguito strangolati. Qui erano rinchiusi principalmente i prigionieri di stato, i rivoltosi e i capi di popolazioni nemiche. Nel 1726 il Carcere Mamertino fu consacrato a SS. Pietro e Paolo a seguito di un’antica tradizione popolare che affermava la reclusione degli apostoli all’interno del Tullianum. Qui furono uccisi, ad esempio, Giugurta, Vercingetorige, Ponzio e i partecipanti alle rivolte di Caio Gracco e di Catilina....

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La Chiesa di Santa Maria in Grottapinta

La Chiesa di Santa Maria in Grottapinta Siamo nella zona di Campo de’ Fiori, quando un pomeriggio scopriamo la Chiesa di Santa Maria in Grottapinta. Abbandonata e sconsacrata, oggi, dello spirito di una chiesa rimane bene poco. In origine era la chiesa di “S. Salvatore in Arco”; il nome Grottapinta gli fu attribuito dopo, per via dall’arco limitrofo affrescato con la “Vergine di Grottapinta”, opera risalente al XII secolo, che oggi troviamo ella chiesa di S.Lorenzo in Damaso. Le origini di Santa Maria in Grottapinta risalgono al XII secolo, ma la facciata attuale è il lavoro che Virginio Orsini commissionò durante il XVI secolo. La Chiesa fu sconsacrata nel 1343, ed affidata ad un confraternita con lo scopo di dare aiuto ai poveri e ai bisognosi. A fine 800′ fu integrata con il complesso di Palazzo Orsini Pio Righetti, ed affidata all’istituto “Tata Giovanni”, un orfanotrofio. Quando nel 1926, l’istituto si trasferì, la struttura di Santa Maria in Grottapinta, fu abbandonata e ridotta ad un magazzino. Al suo interno, tre altari sono posti in risalto da dipinti. Sull’altare maggiore è rappresentata la Vergine Maria, il cui autore rimane ignoto. Nell’altare verso sinistra, troviamo un Crocifisso di Giovanni Antonio Valtellina, e l’altare di destra è decorato da un’opera di Francesco Alessandrini che rappresenta S. Giovanni Battista....

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