Santa Barbara dei Librai

La Chiesa di Santa Barbara dei Librai La piccola chiesa di Santa Barbara dei Librai, si trova nella traversa di Via dei Giubbonari, largo dei Librai. Cattura l’attenzione di molti passanti, perché anche se di piccole dimensioni, le sue linee si inseriscono perfettamente all’interno dei due antichi palazzi, come potete vedere dalla foto. Secondo la testimonianza dell’architetto Giuseppe Vasi “Fin dall’anno 1306 si trova essere stata consacrata questa piccola chiesa…” anche se le origini risalirebbero probabilmente al X o al XI secolo, come attesta un’ epigrafe all’interno, in cui è scritto che la chiesa apparteneva a Giovanni di Crescenzio de Roizo e sua moglie Rogata, senatrice dei Romani. Santa Barbara dei Librai, ricca di stucchi bianchi, internamente presenta una pianta a croce greca, con la navata ed il transetto della stessa lunghezza. La chiesa nel tempo ha subito numerose ristrutturazioni, ma l’attuale conformazione è del restauro avvenuto nel 1860, per mano dell’architetto Giuseppe Passeri. La chiesa è dedicata alla figura epica di Santa Barbara, considerata la protettrice delle morti improvvise e violente. Il nome originale era Santa Barbara alla Regola, per via della vecchia conformazione dei rioni di Roma che la includeva nel Rione Regola. Santa Barbara è ricordata in un quadro sopra l’altare, opera di Luigi Garzi, che la raffigura in adorazione del Cristo Risorto e in una statua presente nella nicchia esterna, incavata nella facciata, opera di Ambrogio Parisj. Oggi è conosciuta come Santa Barbara dei Librai, nome della famosa Confraternita. Era il 1601, quando la chiesa fu ceduta alla Confraternita dei Librai, che vi ha svolto la propria attività devozionale fino al 1878, anno dello scioglimento della confraternita. All’interno della Chiesa sono raffigurate diverse opere come la “Madonna con San Giovanni e l’arcangelo Michele” del XIV secolo, presente nella prima cappella e la “Madonna e San Giovanni ai piedi della Croce”, dipinta da Luigi Garzi. Dal 2005 ad oggi, ogni anno il 4 dicembre, in occasione della festa di Santa Barbara, viene aperto al pubblico lo storico presepe conservato all’interno di Santa Barbara dei Librai : “Arti e mestieri nella Roma del...

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Il Casino dell’Aurora – Villa Ludovisi

Il Casino dell’Aurora Il Casino dell’Aurora è oggi l’unico edificio superstite della Villa appartenente al Cardinale Ludovico Ludovisi. Fu costruita nel 1621, sul terreno in cui un tempo erano stati realizzati gli Horti Sallustiani, famosi giardini del senatore Sallustio. Storia: La prima parte della villa che venne acquistata dal Cardinale Ludovisi fu la vigna del Nero, che comprendeva il Casino dell’Aurora e il Casino del Monte. Ma i progetti erano molto più ambiziosi; tant’è che il Cardinale riuscì ad ottenere anche la proprietà Orsini e le vigne adiacenti, che appartenevano ai Cavalcanti, ai Capponi e agli Altieri. L’enorme proprietà terriera di circa 35 ettari, contava la dimensione dell’attuale rione Ludovisi. I confini erano defini a est con l’ingresso principale di Porta Salaria, ad ovest con Porta Pinciana, a nord con le Mura Aureliane e a sud con Piazza Barberini. Il giardino della villa, opera del Domenichino, era costituito da grandi viali che percorrevano la proprietà, proprio come le vie attraversano un quartiere. Ogni viale era ornato dalla collezione di antiche statue del Cardinale, di cui la maggior parte oggi sono conservate all’interno del Museo Nazionale Romano. Opere come il Galata Suicida, l’Area Ludovisi, il gruppo di Oreste ed Elettra e il grande Sarcofago Ludovisi, hanno attratto qui innumerevoli visitatori ed alcuni tra i più importanti artisti internazionali, come Goethe. L’abbandono della villa cominciò nel XIX secolo quando statue, alberi ed edifici vennero distrutti; rimase intatto solamente il Casino dell’Aurora. Casino dell’Aurora: Di origini cinquecentesche il Casino dell’Aurora, si presenta come una palazzina a due piani con attico e torretta belvedere. In origine doveva essere la casina di Cecchino del Nero, tesoriere di Clemente VII; il nome compare infatti più volte nella affrescata sala d’ingresso. La facciata è costituita da semplici finestre rettangolari, probabilmente opera di Carlo Maderno. Nella volta del salone è raffigurato il Carro dell’Aurora, da cui prende nome il Casino; l’affresco fu realizzato da Guercino nel 1621. Nel dipinto è rappresentato il volo del calesse dell’Aurora, trainato da due cavalli pezzati nell’immensità della volta celeste, tra le figure allegoriche del giorno e della notte. Ambiente importante del Casino è la Sala del Camino, dove troviamo pareti interamente affrescate da Guercino, con rappresentazioni di paesaggi che simulano spazi aperti. Al primo piano il dipinto a olio ” Gli Elementi e l’Universo con segni zodiacali” del 1597 è riferito al Caravaggio. L’ultima sala visitabile è detta della Fama, per via dell’allegoria affrescata sul soffitto, sempre opera del...

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Il Colle Celio

Il Colle Celio Mons querquetulanus era l’antico nome del Celio, per via delle numerose querce che ricoprivano il colle. Il nome attuale deriva da Caile Vipinnas, Celio Vibena, antico condottiero etrusco, che conquistò il colle prima di essere fatto prigioniero da Cneo Tarquinio, ed in seguito liberato dal servo Mastarna. La vicenda del condottiero fu riportata nel 48 d. C. dall’imperatore Claudio, in un discorso che lui stesso tenne al senato; appassionato di etruscologia si narra che aggiunse qualche piccolo particolare alla storia. Oggi la leggenda è rappresentata negli affreschi conservati a Villa Albani. Il terreno del Celio in origine doveva avere un gran numero di forre che con il tempo, riempitesi di detriti hanno dato luogo ad una piccola zona pianeggiante con le due cime di villa Celimontana e del Laterano. Il terreno del colle è in gran parte costituito da tufi, ma anche da sabbie e argille, dalle quali scaturiscono ancora oggi piccole sorgenti. Tra queste, la celebre fonte delle Camene, citata da Giovenale, si trovava in una valle del Celio detta Egeria, mentre un altra sorgente, quella di Mercurio, sgorgava dai fianchi del colle. Il colle fu l’ultimo tra i sette ad essere inserito nella cerchia muraria di epoca repubblicana e tuttavia era attraversato da una fitta rete viaria, che ancora oggi conserva in parte le denominazioni antiche. Nel 312 a.C. la zona venne attraversata dall’acquedotto dell’Acqua Appia e un secolo dopo dal condotto sotterraneo dell’Acqua Marcia, il cosiddetto rivus herculaneus. Al tempo di Augusto il colle divenne la seconda regio della città, ma l’incendio del 64 d.C. distrusse la parte urbana della zona, che venne privatizzata da Nerone. Il Colosseo ed altri luoghi dedicati agli spettacoli, sorsero ai piedi del Colle durante il periodo dei Flavi. L’intera area si infittì di sfarzose costruzioni signorili e Settimio Severo restaurò l’acquedotto neroniano, le cui arcate presenti ancora oggi caratterizzano la zona. Ma le ricche dimore del Celio, subirono ben presto ingenti danni a seguito del saccheggio dei Goti di Alarico, nell’anno 410. I terreni devastati furono in seguito acquisiti dalla chiesa per edificare templi, conventi e ospizi, sfruttando come basamenti le vestigia pagane. Sul Celio sorsero nel VI secolo il grande convento di San Gregorio, e nel IX secolo la diaconia di Santa Maria in Domnica e la chiesa dei Quattro SS. Coronati. Nel 1084 un altro incendio devastò la zona. Con l’incursione di Roberto il Guiscardo, i luoghi di culto e di devozione subirono un colpo gravissimo. Solo a partire dal XVI secolo, la zona conobbe una ripresa edilizia fatta di ville nobiliari e numerose vigne, tra le quali è da ricordare quella della famiglia Mattei, oggi Villa Celimontana. E’...

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Parco di Tor Fiscale

Il territorio di Tor Fiscale, inserito all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica di Roma, testimonia la presenza dell’antica Via Latina, il cui tracciato è ancora visibile in alcuni tratti ed è ricco dei resti storici di sei acquedotti, di Sepolcri e di Ville Romane di epoca imperiale. Il parco di Tor Fiscale prende il nome da un’ antica torre medievale ancora ben conservata, la Tor Fiscale, alta circa 30 metri e risalente al XII-XIII sec. d.C. ma il territorio del Parco è ricco di monumenti di ogni epoca come il Tempio del dio Redicolo, il Ninfeo di Egeria, la chiesa di Sant’Urbano, le torri medievali, il complesso delle Tombe Latine e il Parco degli Acquedotti, con gli imponenti ruderi delle condotte che rifornivano d’acqua Roma. La superficie del territorio compreso nel Parco di Tor Fiscale è di circa 3.400 ettari e comprende la via Appia Antica, la valle della Caffarella, l’area archeologica della via Latina, l’area archeologica degli Acquedotti (240 ettari), la Tenuta di Tormarancia e quella della Farnesiana. La proprietà del parco è per almeno il 95% privata, con una forte prevalenza delle famiglie della vecchia aristocrazia, circa il 25% appartiene a società pubbliche e private e la restante parte è suddivisa tra piccole proprietà private, enti religiosi e un 5% costituisce il patrimonio demaniale. Parco di Tor Fiscale: storia e paesaggio Gli aspetti originari del paesaggio della zona sono stati modificati dall’attività del Vulcano Laziale, cominciata circa 600 mila anni fa che ha modellato il territorio rendendolo in alcuni punti pianeggiante ed in altri più ondulato. In epoca repubblicana e durante i grandi insediamenti dell‘età imperiale la presenza dell’uomo ha modificato notevolmente il paesaggio di questa parte dell‘Ager Romanus. La creazione della via Appia creò nuovi elementi paesaggistici tra cui il sistema delle tombe, dei templi e degli impianti funerari, poi quello delle locande, dei punti di sosta e di ristoro per i viaggiatori. In seguito alla feudalizzazione dell’area, in epoca medievale, sorsero possenti castelli e il territorio, sempre più spopolato, fu caratterizzato dalle torri baronali fino a quando, nel XVII secolo il territorio della via Appia fu segnato dal quasi totale abbandono delle attività produttive e dallo spopolamento degli insediamenti. Tra il ‘600 e l’800, il paesaggio viene visto in modo più suggestivo e romantico, soprattutto da letterati e artisti mentre, nel ‘900, lo sviluppo e il progresso provocano un’urbanizzazione selvaggia e molto abusivismo che ha comportato una distruzione della continuità storica e ambientale del territorio. Il parco oggi Il Parco di Tor Fiscale a Roma costituisce uno dei “polmoni verdi” dell’Urbe e mantiene una ricchezza faunistica e floristica piuttosto importante. Si trova in via dell’Acquedotto...

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La Chiesa di San Teodoro

La Chiesa di San Teodoro Nei pressi del Circo Massimo vi è la Chiesa di San Teodoro, che da il nome alla omonima via. Secondo la tradizione la chiesa sorge nelle vicinanze del Lupercale, la grotta che, alle pendici sud ovest del Palatino, si pensa sia il luogo dove Faustulo scoprì i gemelli Romolo e Remo con la lupa. Le origini della Chiesa risalgono all’incirca al IV secolo, fu dedicata a San Teodoro per via dell’influenza Bizantina che l’intera zona subì tra il VI e l’ VIII secolo. San Teodoro era un famoso soldato dell’Oriente, proveniente da Sicea in Galizia, conosciuto anche come Teodoro Tiro, dal latino tyron che significa soldato. Fu, in principio, un soldato romano del Ponto, storica regione dell’Asia Minore, e luogo in cui era presente un santuario dedicato a lui. Era considerato santo sia per la chiesa cattolica che dalle chiese orientali. Morì sotto tortura ad Amasea nel Febbraio 306 per via di accuse che lo ritenevano colpevole di aver incendiato un tempio pagano. La Chiesa, costruita sui resti del santuario più antico, è realizzata a pianta circolare, preceduta da un protiro in laterizio con davanti un ampio sagrato raccordato con due scale a via di San Teodoro. L’edificio è coperto da una cupola, realizzata per opera di Bernardo Rossellino, la quale costituisce a Roma il primo esempio di cupola con coste e vele. L’abside è ornata da un mosaico del VI secolo raffigurante Cristo con i SS. Pietro, Paolo, Teodoro e Cleonico. (immagine in alto). San Teodoro fu più volte ricostruita nel corso della storia: durante il pontificato di papa Nicola V, dove perse il suo status di chiesa titolare, e durante il periodo di Clemente XI, il quale decise di restaurarla per mano di Carlo Fontana. E’ all’architetto svizzero, infatti, che si deve il cortile esterno alla Chiesa. La Chiesa di San Teodoro fu per molto tempo il luogo in cui si riuniva la Confraternita del sacro Cuore del Gesù, detta dei sacconi Bianchi, a cui appartenevano Papi, Cardinali e Aristocratici....

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Casina del Cardinal Bessarione

Casina del Cardinal Bessarione  Bessarione era un Cardinale e umanista Bizantino di origine turca, nato a Trebisonda nel 1403. Fece realizzare il complesso residenziale situato lungo via di Porta S. Sebastiano, durante la prima metà del quattrocento. Probabilmente agli inizi era compreso nel progetto anche l’ospedale annesso alla chiesa di S. Cesareo. Il Cardinale, morì a Ravenna nel 1472, e il casolare venne abitato da Giovanni Battista Zeno, uno dei più noti cardinali italiani, meglio conosciuto come “il Cardinale di Vicenza”. Battista Zeno sottopose la struttura a dei cambiamenti, apportando lo stemma della propria famiglia in bella vista. L’edificio quattrocentesco si affaccia su strada con una parete sulla quale si aprono quattro piccole finestre con cornice in travertino, protette da una grata, e con due soprastanti finestre a croce guelfa, anch’esse incorniciate in travertino. Il tetto, a quattro spioventi piuttosto aggettanti, protegge la sottostante fascia , ornata da un motivo floreale. Nel seminterrato vi è una piccola stanza, ornata da affreschi rappresentanti un tronco d’albero e motivi vegetali. Da qui si accede al primo piano, sede dell’abitazione vera e propria; da un loggiato completamente affrescato e sostenuto da colonnine di riporto, si entra nel salone decorato a fresco con girali di acanto e festoni di frutta e fiori e da una Madonna con S. Caterina d’Alessandria e  altri santi. La Casina costituisce uno straordinario esempio di villa rinascimentale extraurbana, ed è per questo che è stata sottoposta a recenti interventi di manutenzione; il giardino all’italiana e gli arredi di cui è stata dotata, ricreano la suggestiva atmosfera che aveva voluto dare il Cardinal Bessarione. Oggi non è possibile visitare la Casina del Cardinal Bessarione in quanto una delle sedi di rappresentanza del comune di Roma, utilizzata per ospitare convegni e riunioni dell’Amministrazione Comunale. Fonte: Comune di Roma – Itinerari...

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Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo

La Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo La Chiesa cristiano cattolica di rito romano è dedicata ai Santi Nereo e Achilleo, il cui culto risale al IV secolo. Si trova nei pressi delle Terme di Caracalla, nel luogo del titulus fasciolae, noto da una testimonianza epigrafica del 377. Questo nome deriva da un episodio che sarebbe avvenuto esattamente in questo luogo. San Pietro durante la persecuzione neroniana dei Cristiani di Roma, fuggito dal carcere Mamertino, percorreva la Via Appia per lasciare la città e scampare così alla morte. Giunto nel luogo dove sarebbe poi sorto il titulus, dalla sua gamba, ferita dalle catene durante la prigionia, cadde una benda che la proteggeva: la fasciola. Poco dopo Pietro incontrò Gesù, cui rivolse la famosa frase “Domine Quo Vadis?” Dalla risposta Pietro comprese la propria debolezza e tornò a Roma per subire il martirio. Nel 595 compare la prima denominazione di titulus dei Santi Nereo e Achilleo. Nel 814, per bonificare la zona papa Leone III spostò la chiesa nel sito attuale, ornandola con mosaici, di cui rimane qualcosa solo sull’arco trionfale. Da quel momento la chiesa cadde in rovina per via del suo isolamento. Solo durante il Giubileo del 1475, papa Sisto IV la fece restaurare, riducendone le dimensioni e sostituendo le colonne delle navate con dei pilastri ottagoni. L’aspetto attuale della chiesa è dovuto al Cardinal Baronio che, sempre in occasione di un Giubileo, in questo caso del 1600, fece affrescare l’abside e le navate e aprì sotto l’altare maggiore una confessione. Qui vennero trasportate le reliquie dei Santi Nereo, Achilleo e Domitilla, provenienti dalla chiesa di San Adriano al Foro romano. Le decorazioni pittoriche sulla facciata della chiesa, risalenti agli interventi del 1600, sono oramai quasi del tutto scomparse. Il portale ha una struttura molto semplice, ed è fiancheggiato da due colonne in granito che sostengono un timpano triangolare. L’interno della chiesa è a tre navate, divise da quattrocenteschi pilastri ottagonali voluti da Sisto IV. Le decorazioni pittoriche del 1600 sono visibili anche all’interno, nella parte della navata centrale e di quelle laterali, della contro facciata e dell’abside. Gli affreschi più belli sono quelli che raffigurano le storie dei Santi Nereo e Achilleo e di Santa Domitilla. La contro facciata presenta al centro la Gloria dei Santi Nereo e Achilleo; al di sopra sono gli apostoli Pietro e Paolo e al di sotto Santi Gregorio e Clemente. Di particolare interesse è il mosaico che adorna l’arco dell’abside, pesantemente restaurato nel XIX secolo, raffigura l’Annunciazione, la Trasfigurazione e la Theotokos. Fonte: Comune di Roma – Itinerari...

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Santa Maria in Tempulo

La Chiesa di Santa Maria in Tempulo In Piazza di Porta Capena, sul lato della piazza in direzione delle Terme di Caracalla, si trova la Chiesa di Santa Maria in Tempulo, oggi sconsacrata e di proprietà del comune di Roma. La chiesa sorge nel luogo in cui, anticamente, vi era l’ Area Apollinis, una piazza con un monumento quadrato, probabilmente una fontana. La zona era al tempo un tratto urbano dell’ Appia Antica. Un documento rinvenuto, ci attesta  che l’origine del Monasterium Tempuli sia riconducibile all’ anno 806, anche se le analisi murarie dell’edificio non confermano la stessa teoria. Le fondamenta risalgono alla fine del VI secolo, quando una comunità religiosa greca edificò sui ruderi dell’ Area Apollinis un primo oratorio dedicato a Sant’Agata. Il primo oratorio svolgeva probabilmente funzione di diaconia. Si trovava difatti a ridosso della Via Appia, luogo ideale per l’accoglienza di pellegrini provenienti da sud e dall’oriente. Nell’ anno 846 l’oratorio fu coinvolto nel saccheggio dei saraceni, ma ciò non fermò la fortuna del monastero: nel 905 papa Sergio III, emanò una bolla in cui confermava al Monasterium Tempuli delle proprietà sulla Via Laurentina. La bolla di Sergio III rimane importante per la storia della chiesa, in quanto è l’unico momento in cui è citata la famosa icona acheropita di Santa Maria in Tempulo. La chiesa ha subito numerosi cambiamenti in base alle epoche e agli architetti che l’hanno rinnovata. Dagli inizi del Seicento, il destino di Santa Maria in Tempulo si lega a Villa Mattei, l’attuale Villa Celimontana. Ciriaco Mattei, tra il 1581 ed il 1586, aveva decido di rinnovare la vigna sul Celio, venduta in dote alla moglie, servendosi di prestigiosi architetti tra cui Jacopo Del Duca, allievo di Michelangelo. E’ in questa occasione che la Chiesa fu annessa alle loro proprietà e trasformata in un ninfeo. Intorno alla metà del 1700, un libro di appunti contenente la pianta di Roma, riporta invece, la descrizione dell’edificio come quella di un fienile. Solo nel 1927 lo Hülsen, riconobbe quanto rimaneva dell’antico e gliorioso monastero e la chiesa si salvò, invece di essere demolita come altre strutture medievali della storia. Attualmente  Santa Maria in Tempulo è stata restaurata ed è utilizzata dal Comune di Roma  come luogo di celebrazioni di matrimoni civili....

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Il Colle Aventino

Il Colle Aventino Tra i sette colli di Roma, il colle Aventino può essere considerato il colle della poesia. Suggestionati dalla sua serena bellezza, poeti come D’Annunzio e Carducci, ne hanno cantato lo splendore nei loro versi; lo stesso Mazzini, al quale è dedicato un monumento in Piazza Ugo La Malfa, affacciatosi da quello stesso punto verso la città, abbassò lo sguardo attonito, senza sorridere di fronte a tanta magnificenza. Origine del nome: Numerose sono le interpretazioni del nome Aventino: qualcuno lo fa derivare da aves. La parola aves, indicava una specie di uccelli, che Remo scorse durante la gara con il fratello Romolo per decidere in quale luogo dovesse sorgere Roma. Altri studiosi lo collegano al termine adventus, raduno per le riunioni che vi tenevano i plebei in occasioni delle celebrazioni di Diana. Un’antica leggenda inoltre, narra che qui fu sepolto Aventinus, il re di Albalonga, morto per essere stato colpito da un fulmine. Storia: Durante la Monarchia e la Repubblica l’Aventino fu il quartiere della plebe di Roma, che lo abitò densamente e che qui si ritirò durante le storiche secessioni, che segnarono le sue lotte per l’ottenimento dei diritti giuridici e politici. Sebbene le antiche mura serviane avessero incluso il colle nella loro cerchia, esso fino al tempo di Claudio, venne mantenuto al di fuori del pomerium, la cinta sacra della città, forse per la presenza del tempio di Diana, sede della confederazione latina. Nel 451 a.C. la plebe si ritirò in armi sull’Aventino dopo un ennesimo sopruso della cerchia dei decemviri, capitanati da Appio Claudio, eletti per redigere le Dodici Tavole e presto trasformatisi in oligarchi. La crisi politica si concluse con il suicidio di Appio Claudio, l’ottenimento dei diritti richiesti e il rientro della plebe in città. L’Aventino fu anche il luogo dell’estrema resistenza di Caio Gracco e dei suoi sostenitori e, in età contemporanea, furono detti “aventiniani” i deputati italiani che, nel 1924, rifiutarono di entrare nell’aula di Montecitorio per protestare contro il delitto Matteotti. Durante l’antichità il Monte fu sede di un gran numero di templi quelli del Dio Mercurio, di Iuventas e di Diana; quelli di Cerere, Libero e Libera, di Vertumnus, di Consus, della Luna, di Iuppiter Liber, di Libertas, di Flora e di Summanus. Dov’è ora la Chiesa di S. Prisca, pare vi fosse un edificio sacro a Minerva, dov’è ora Santa Sabina, il tempio di Giunone Regina, cui ad ogni primavera salivano in processione le zitelle romane e nei pressi dell’attuale Sant’Alessio quello di Iuppiter Dolichenus. Trasformatosi tra la Repubblica e l’Impero in un luogo di dimore lussuose, sull’Aventino sorsero le Terme Surane, quelle Deciane e quelle di Varo e Stilicone. Vi ebbero casa Lucio Licinio Sura, costruttore delle suddette...

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La Casa dei Pupazzi

La Casa dei Pupazzi – Palazzo Crivelli Siamo in Via di Banchi Vecchi, zona Campo dei Fiori, precisamente al numero civico 22 e qualcosa cattura la nostra attenzione. E’ la facciata della Casa dei Pupazzi, abitazione di un orefice milanese. L’orefice in questione era Gian Pietro Crivelli, un membro dell’università degli Orefici e più volte console e camerlengo. Decide lui stesso di far costruire l’intera palazzina intorno al 1538 e la commissiona ad un architetto di cui non si è mai scoperto il nome. Palazzo Crivelli rappresenta con Palazzo Spada un “unicum” dato che, insieme, sono gli unici due edifici di Roma a possedere una facciata decorata a stucchi. La particolare facciata è realizzata interamente in stucco con intenti auto celebrativi. Le decorazioni sono diverse e suddivise nei vari piani dell’edificio. Al pianterreno una porta rettangolare con un architrave su mensole riporta l’iscrizione: “Io. Petrus. Cribellus. mediolanen.(sis.) sibi. ac. suis a. fundamentis. erexit.” ovvero “Gian Pietro Crivelli milanese eresse dalla fondamenta per sé e i suoi familiari”. Il primo piano comincia ad essere più decorato. Quattro finestre rettangolari, si dividono coperte da stucchi con trofei di scudi e corazze. Alcuni grotteschi mascheroni e delle teste leonine sormontano le decorazioni. Un’altra incisione è dedicata agli stemmi di alcuni pontefici; gli stemmi non sono ben definiti a seguito di abrasioni, ma l’incisione ci fa capire a chi appartenevano: Giulio II della Rovere, Paolo III Farnese, e Urbano III nonché antenato del proprietario. Al secondo piano le decorazioni si arricchiscono, le finestre sono sormontate da timpani curvi e triangolari e dei puttini sorreggono alte candeliere. Sopra i timpani curvi, coppie di satiri sollevano lunghi festoni. Il terzo ed ultimo piano è strutturato come una loggia, dove le paraste sono state erette con capitelli corinzi; le quattro finestre sono due curve e due rettangolari. Sopra le finestre rettangolari, sono stati raffigurati due importanti episodi accaduti durante il pontificato di Paolo III. In uno è rappresentato Carlo V che bacia il piede al papa e nell’altro, Paolo III si riconcilia con Carlo V e Francesco I da Nizza. E’ un peccato non poter attribuire il merito per le bellissime decorazioni che avvolgono Palazzo Crivelli o Casa dei Pupazzi. Alcuni studiosi avevano ipotizzato che il lavoro fosse opera di Giulio Mazzoni, autore degli stucchi di palazzo Spada, ma studi recenti hanno invalidato la seguente ipotesi. Fonte: “Roma da Scoprire” – Ludovico...

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