Alla Garbatella il Presepe meccanico artigianale di Nonno Dante

Una rappresentazione artigiana da salvare  alla Garbatella: il Presepe meccanico di Nonno Dante attende adulti e bambini fino al 9 Gennaio “Le radici di quel che siamo e pensiamo reggono la terra su cui camminiamo”. Nel credo del Comitato di quartiere per la cura e la salvaguardia de La Garbatella c’è tutto il senso dell’importanza delle nostre tradizioni, della memoria storica come base per sostenere e garantire ogni inclusione futura. Un senso di continuità e dialogo tra le generazioni, perfettamente espresso da un evento natalizio di grande significato per l’affascinante quartiere romano e non solo: il presepe artigianale di Nonno Dante. Tradizione italiana delle festività natalizie per eccellenza, con le sue mille forme il presepio  stimola da sempre la creatività di artigiani di mestiere o per passione. Il presepe di Nonno Dante fa parte della forma forse più amata dai bambini, quella dei presepi meccanici, le cui statuine in movimento sbalordiscono gli occhi dei più piccoli. E proprio per divertire la nipotina Nonno Dante iniziò oltre dieci anni fa ad intagliare artigianalmente le sue statuine, dando vita a quello che è ormai un appuntamento fisso del Dicembre alla Garbatella. Al primissimo “arrotino” seguirono “il fabbro”, “il falegname”, e tutte le altre statuine, che ora compongono un ricchissimo presepe meccanico formato da quasi duecento pezzi intagliati a mano e meccanizzati da Nonno Dante. Contadino ed operaio appassionato di artigianato e meccanica, per le sue animazioni Nonno Dante si ispira alla vita quotidiana, realizzando piccole riproduzioni di personaggi e mestieri ancora familiari o quasi scomparsi. Sono tanti i visitatori che apprezzano ogni anno la laboriosità artigiana di Nonno Dante e la fattura del suo presepe, ma la mancanza di uno spazio dedicato dove allestire in modo permanente un laboratorio artigianale e museale obbliga durante l’anno le composizioni in scatoloni ormai insufficienti e rischia di impedire future esposizioni, cancellando di fatto un’eccellenza artigianale carica significati. Per salvare il presepe di Nonno Dante non è solo auspicabile un coinvolgimento di enti e istituzioni che possano accoglierlo, ma anche continuare a far sentire il proprio sostegno e apprezzamento per il presepio, visitandolo gratuitamente fino al 9 Gennaio. Ai visitatori grandi e piccini Nonno Dante racconterà come si realizza un personaggio meccanico e la storia dei personaggi del presepe. Quest’anno la mostra sarà accompagnata dall’esposizione di foto d’epoca legata al progetto di Storia Orale “I Ricordi nel Cassetto” dell’Associazione I.T.A.C.A., una raccolta composta dai contributi delle famiglie e dalla congregazione di San Filippo Neri di Garbatella,  con alcune foto risalenti agli anni che hanno accompagnato la fondazione del quartiere. Il presepe di Nonno Dante è aperto tutti i giorni, dalle 15.30 fino alle 19.00 (nei Festivi anche dalle...

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Storia dei Piatti Tipici Romani

I tipici primi piatti della cucina romana: la storia Per una panoramica della storia dei tipici primi piatti della cucina romana non possiamo non accennare qualcosa sulla storia della cucina romana in generale. Partendo dalla Roma repubblicana ed imperiale, sappiamo che la giornata si divideva in tre pasti, più o meno come oggi: la colazione (“ientaculum”) a base di focacce, miele e vino; il secondo pasto (“prandium”) abbastanza frugale che comprendeva una ciotola di legumi, olive, fichi, alici in salamoia, formaggi di pecora o di capra, spiedini di carne o pesce alla griglia e, ovviamente, vino. Infine la cena, che poteva durare anche sei o sette ore e che prevedeva, oltre all’antipasto (“gustus” o “gustatio”), ben sei portate. La cucina romana odierna, maturata dal Medioevo ai giorni nostri, è ben diversa da quella dell’antica Roma ed ha assorbito molte specialità culinarie di culture differenti e delle regioni confinanti oltre ad avere la particolarità di aver difeso la sua genuinità dalle intromissioni e dalle mode esterne, mantenendo la semplicità di una cucina popolare. La cucina romana tradizionale è fondata su ingredienti di derivazione rurale e contadina ed è costituita da piatti particolarmente nutrienti e serviti in porzioni abbondanti, proprio perché destinati a sfamare una popolazione impegnata nel lavoro nei campi.   I piatti tipici romani Sebbene nella cucina romana sia ampiamente impiegata la carne, soprattutto vaccina e ovina, possiamo dire che i capisaldi di questa cucina sono i primi piatti. I primi piatti tipici della cucina romana sono la amatriciana, il cacio e pepe, la gricia e la carbonara. Quella conosciuta come “amatriciana” (o matriciana come viene spesso pronunciata in dialetto romanesco) ha origine in un piccolo paesino del Lazio chiamato Amatrice e, secondo alcuni, è una versione più moderna della “gricia” conosciuta come l’amatriciana priva di pomodoro che sarebbe stato aggiunto solo successivamente alla fine del diciottesimo secolo. La preparazione originale prevede che dei listelli di guanciale siano fatto soffriggere in olio di oliva in una padella di ferro, quindi si aggiunge del peperoncino e del vino bianco che, evaporato, si unisce al sugo portandolo lentamente alla cottura, il tutto condito con sale e pepe macinato. La gricia ha la stessa provenienza ed è un piatto ideato dai pastori matriciani che la consumavano abitualmente per i suoi ingredienti facilmente reperibili vale a dire spaghetti, guanciale, pecorino di Amatrice, strutto, pepe nero e sale. Il sugo “cacio e pepe” è costituito da soli tre ingredienti cioè pasta, cacio e pepe e il trucco per la sua buona riuscita sta solamente nel dosarli e mantecarli bene. Infine la “carbonara”, così chiamata perché pare fosse il piatto tipico dei carbonai, nata intorno...

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I muri degli ex voto | Roma

I muri degli ex voto, tra tradizione e religiosità popolare Simbolo di una Roma legata al passato e alle tradizioni popolari, negli angoli più impensabili e seminascosti, ma anche in mezzo al traffico cittadino, troviamo ancora oggi  muri, ed edicole su cui nel corso dei decenni sono stati attaccati i cosiddetti “ex voto”. Delle piccole mattonelle quasi tutte con su scritto l’acronimo“PGR”, per grazia ricevuta, ringraziamenti per lo più rivolti alla Madonna o al Divino in generale a cui si attribuiscono miracoli, salvezze o guarigioni di persone care. Questi luoghi si trovano per lo più nelle vie del centro storico, fatta eccezione per il più celebre e antico sito nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina, leggermente più esterno, a duecento metri dalla chiesetta che nel Settecento fu teatro di alcuni miracoli. All’incrocio tra Largo Preneste e via di Portonaccio si trova il muro degli ex voto di Largo Preneste, uno dei più noti nella Capitale, arricchito nel corso del tempo, da centinaia di queste piccole “lapidi” votive che partono da una doppia edicola della Madonna del Perpetuo Soccorso, una fatta a mosaico e un’altra su lastra. Questi ex voto hanno tutti forme diverse, molti sono a cuore, su alcuni sono appesi catenine, braccialetti, rosari, croci. E poi tantissimi fiori, rose, orchidee o margherite, alcuni evidentemente freschi e molti lumini accesi, ad evidenziare il fatto che questa tradizione è tuttora vivissima tra i romani. Sopra, incise nella pietra, si possono leggere frasi come “Grazie per…”, “Merci S. te Vierge”, “Ti ringrazio Vergine Immacolata sede della sapienza ti ho pregato con fede e tu mi hai aiutato (1978)” e così via o, semplicemente, “Per grazia ricevuta”. L’origine del muro degli ex voto di Largo Preneste non è chiaro, c’è chi dice che i “per grazia ricevuta” venivano messi qui ai tempi dei bombardamenti della seconda guerra mondiale per ringraziare dello scampato pericolo, altri sostengono che siano antecedenti, forse del 1910. La tesi della seconda guerra mondiale è plausibile perché, quando Pio XII nel 1944 proclamò la Madonna “salvatrice dell’urbe”, la devozione popolare nei confronti della Vergine aumentò notevolmente. Questo spaccato di religiosità popolare è davvero suggestivo e perfino commovente ; il muro degli ex voto a Largo Preneste e gli altri luoghi simili, rappresentano una insolita ed affascinante “bacheca” di scritture anonime su cui lasciare traccia della propria esistenza, della propria fede e delle proprie...

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Cosa vuol dire SPQR?

Cosa vuol dire SPQR? Si è protratto nel tempo, come uno dei giochi più antichi probabilmente, quello che riguarda la spiegazione di una delle insegne, delle targhe, delle lettere più importanti della Capitale: SPQR. Ma cosa vuol dire realmente vuol dire SPQR? Quando si studia la storia romana è di certo la domanda che ogni bambino pone. E forse l’unico momento in cui una risposta seria può essere donata. Eppure, anche in questo caso, esistono teorici e storici che hanno messo in dubbio un significato largamente riconosciuto. Secondo i Sabini, antico popolo laziale, voleva significare “Sabinis Populis Quis Resistet?”. Ma alla domanda posta, vale a dire “Chi potrà resistere ai popoli Sabini?”, la risposta non sarebbe piaciuta ai Sabini stessi, poiché essi furono facilmente sconfitti ed assimilati dal più grande popolo dei Romani. La storia tuttavia, per ogni epoca quasi, sembra avere una propria interpretazione di queste quattro lettere. E’ del 1833 il sonetto di Gioacchino Belli, dove un significato del tutto nuovo viene loro donato. SPQR vuole significare “ Soli Preti Qui Regneno”. In onore del pontefice Gregorio XVI e del potere del Vaticano che, come quello dell’impero romano un tempo, era riuscito a surclassare ogni altro potere ed a prendere il controllo di un vasto territorio nell’Italia centrale per tutto il periodo medievale e rinascimentale. Ed è di questo periodo che il significato di SPQR prende sempre più spesso sfumature ironiche riguardanti il potere e la figura del Papa. Si dice che alla morte di un Papa, qualcuno lesse le lettere SPQR come “Sublato Papa Quietum Regnum” cioè “Morto un Papa Quieto il Regno”. Ed il nuovo pontefice, a tale interpretazione sorrise, tanto che uno dei presenti gli chiese: “Sancte Pater Quare Rides?” (Santo Padre Perché Ridi) e lui rispose: “Rideo Quia Papa Sum” cioè “Rido Perché Papa Sono”. Nel corso della storia quindi spiegare che vuol dire SPQR non è sempre stato spunto per discussioni storiche, anzi, talvolta, in periodi politici molto più recenti, è stato motivo d’offesa al popolo romano; tanto che, chiedersi che vuol dire SPQR oggigiorno, porta come prima e più immediata risposta ironizzare su una società, una città storica che molto offre a chi la vive, ma che non sempre viene compresa affondo o apprezzata. Il tempo ha certamente cambiato il popolo romano, così come ha cambiato la politica che gestisce un’eredità tanto meravigliosa dal passato. La Res Publica di un tempo, con i suoi fasti, i suoi valori e di certo la gloria che possedeva, oggi più non esiste. Ma per quanto miti e leggende più o meno veritiere possano cercare di dare altro significato a queste lettere, esse rappresentano la storia e le...

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Lucrezia Borgia

Lucrezia Borgia  Una donna  fatale e dissoluta, appartenente ad una delle famiglie più importanti del Rinascimento romano Affascinante ed enigmatica, nel panorama del Rinascimento, la figura di Lucrezia Borgia spicca per la sua storia che spesso si intreccia alla leggenda, delineando il quadro di una figura traditrice e dedita al potere che, forse, non la rispecchia realmente. Figlia di Rodrigo Borgia, arcivescovo di Valencia, diventato Papa nel 1492 con il nome di Alessandro VI e di Vannozza Cattanei , Lucrezia Borgia fa il suo ingresso nella storia nell’anno 1480 all’interno di un contesto sociale che vedeva il territorio italiano, ed ancor più Roma, pullulare di figli illegittimi nati da illustri nomi e prostituzione. Figlia del Papa, educata dalle suore del convento di San Sisto, famose per il loro rigore e disciplina, Lucrezia Borgia non giunge tuttavia a noi come il più alto esempio di donna devota, bensì per due caratteristiche che saranno probabilmente la sua condanna nel corso di tutta la vita: la bellezza ed il suo cognome. I capelli d’oro, gli occhi chiari, il volto da bambina, l’intelligenza con cui padroneggiava le lingue e la musica, l’eleganza nel portamento, fecero della figura di Lucrezia Borgia, uno strumento perfetto per le brame di conquista del Padre. Appena dodicenne, infatti, fu condotta nel palazzo di Santa Maria in Popolo, perché fosse vicina a Rodrigo Borgia e perché vi attendesse l’arrivo, per ben tre volte, dei suoi tre mariti. Il primo Giovanni Sforza, la prese in moglie quando ella aveva solo tredici anni. Nel 1497, grazie ad una bolla papale, il matrimonio venne annullato e l’interesse del Papa si spostò verso il regno di Napoli. Il secondo matrimonio, quello con Alfondo D’Aragona, portò Lucrezia a vivere un periodo felice che brutalmente terminò quando, appena ventenne, suo fratello Cesare Borgia pugnalò suo marito per agevolare un’alleanza con la Francia. Le terze nozze la videro sposare Alfonso D’Este, che la pianse sul suo letto di morte, nel 1519. Ma di questi anni che la vedranno sposa per tre volte, ciò che alla storia resta la figura di Lucrezia Borgia è la possibile complicità nell’omicidio del suo secondo marito. La presunta relazione con suo fratello e con suo padre. La sua abilità nella gestione del potere, che le valse l’appellativo di Papessa, quando, nell’estate del 1501, il Papa suo padre, la nominò sua vicaria, durante una sua assenza. A donare questo volto di lei alla storia saranno soprattutto le parole di Victor Hugo e di Doninzetti, che la descriveranno come una donna fatale e dissoluta, dimenticando quanto, nella storia, Lucrezia Borgia fu importante. Sia per la diplomazia e l’abilità politica che dimostrò nella corte del ducato di Ferrara...

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I busti del Pincio

Scoprire le bellezze della nostra città: i busti del Pincio 228 volti che ci accompagnano nella nostra passeggiata lungo il colle dei giardini Fra tutti i giardini di Roma, quelli del Pincio sono senza alcun dubbio i più conosciuti e di certo tra i più belli. Situato tra piazza del Popolo, Villa Medici e il Muro Torto, attraverso via delle Magnolie il Pincio, ci conduce direttamente a Villa Borghese. I giardini, su questo colle, vennero concepiti dall’amministrazione napoleonica, intorno al 1810, ma ciò che al suo interno si trova possiede una storia differente e, di certo, più difficile. Parliamo dei busti del Pincio. 228 volti che da oltre un secolo si ergono nei viali del giardino, accompagnandoci in una passeggiata di cultura, ricca di storia…malgrado gli atti di vandalismo ed i successivi restauri che cercano di porre rimedio al danno commesso. Ma le loro vicissitudini travagliate hanno origine ancor più antica. I busti del Pincio, infatti, furono ideati da Giuseppe Mazzini, Triunviro della Repubblica Romana, al fine di ornare i viali del colle di tutte quelle figure che avrebbero mostrato ai visitatori i volti più illustri degli italiani, nel corso della storia. Una simile idea patriottica fu subito approvata e vide un fondo di oltre 10.000 lire per la realizzazione di tali opere. Il lavoro sui busti del Pincio, tuttavia, terminò troppo tardi, quando la Repubblica ormai finita, aveva ceduto il posto al potere del Vaticano. E fu proprio la chiesa a rinchiudere in un magazzino tutti gli illustri volti realizzati in marmo, giustificando il proprio gesto con la volontà di non voler mostrare molti di quei nomi che un tempo crearono scompiglio nella nazione. Fu così che solo fra il 1851 ed il 1852 alcuni dei busti del Pincio fecero la loro apparizione. Alfieri, Canova, Tiziano, Palladio, erano fra di essi. Ma occorsero diversi anni prima che i volti di Savonarola, Caio Gracco o Pietro Colletta poterono essere prelevati e disposti sulle vie del Pincio. Eppure, anche in quest’occasione, alcuni di essi subirono cambiamenti a dir poco radicali. Grazie all’intervento dello scultore Sarrocchi il Gattamelata divenne Orazio, Leopardi divenne Zeusi, così come Macchiavelli divenne Archimede, affinché i sentimenti di ‘ribellione’ che un tempo quei nomi potevano suscitare, così mutati, sarebbero stati accolti differentemente. E si mostrano ancora a noi, nella loro storia difficile, i busti del Pincio così concepiti. Alcuni illustri e riconoscibili, altri mutati nell’aspetto, altri ancora, come quello di Alfieri, realizzati appositamente in un periodo successivo rispetto agli altri. Eppure, ancora oggi, sembrano essere vittime dei pensieri delle persone. Con i loro nasi rotti, la vernice scura sul loro marmo bianco, i busti del Pincio si mostrano sfigurati. Neanche...

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La Fontana dei Libri | Roma

Trait d’union di arte, leggenda e cultura: la Fontana dei Libri Se vi state chiedendo, quale può essere un monumento che unisce arte, leggenda e cultura, noi vi diamo la risposta. E’ la Fontana dei Libri del rione Sant’Eustachio a Roma. Sin dal Medioevo, per indicare le varie zone del centro storico di Roma, si è utilizzata una suddivisione, modificata più volte nel corso dei secoli: i rioni. Dagli anni ’20 del Novecento i rioni, che avevano sempre avuto un valore simbolico nelle vicende del popolo romano, sono diventati in totale ventidue, ognuno identificato con un diverso nome e un numero romano. Proprio in quegli anni, più precisamente nel 1927, l’amministrazione comunale commissionò al giovane architetto Pietro Lombardi, già vincitore del concorso per la fontana di Monte Testaccio, la realizzazione di una serie di fontane moderne, aventi per soggetto alcuni rioni di Roma. Poiché ogni rione ha un simbolo che lo rappresenta, raffigurato anche sulle bandiere rionali, è proprio a questi simboli o stemmi che si ispirò il Lombardi nella progettazione delle fontane. Nel rione VIII di Sant’Eustachio, che ha come simbolo un cervo, l’architetto romano fece costruire la Fontana dei Libri che si trova in via degli Staderari, (già via dell’Università, grazie alla vicinanza con l’università La Sapienza), nome che ricorda gli antichi fabbricanti di stadere e bilance un tempo esistenti in questa zona e che racchiude gli elementi più simbolici del rione. La Fontana dei Libri, costituita interamente in travertino, è situata dentro una nicchia incorniciata da un arco a tutto sesto con l’iscrizione S.P.Q.R. e presenta una testa di cervo fra quattro libri antichi, due per ciascun lato e collocati su due mensole laterali di marmo, mentre l’acqua fuoriesce da due cannelle a forma di segnalibro e cade in parte nella sottostante vasca semicircolare ed in parte direttamente sul selciato. Simbolicamente, tutti gli elementi presenti nella Fontana dei Libri hanno un significato ben preciso nella storia del rione. Il cervo, ad esempio, si trova anche sul timpano della Chiesa di Sant’Eustachio e ricorda l’evento della conversione al Cristianesimo di Eustachio, generale romano, a cui apparve un cervo con una croce luminosa fra le corna. I libri, d’altro canto, rappresentano l’antica Università della Sapienza che si trova nel palazzo a cui è addossata la fontanella. Una piccola curiosità che noterete osservando il centro della fontana: in verticale vi è incisa l’indicazione del nome del rione e, in orizzontale, il relativo riferimento numerico ma con un errore, infatti Sant’Eustachio corrisponde al Rione VIII mentre nel travertino risulta chiaramente indicato come Rione IV. Tips: Se decidete di proseguire il giro di tutte le originalissime fontane progettate da Lombardi negli altri rioni, vi segnaliamo: la Fontana...

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Acquedotto dell’Acqua Vergine

Acquedotto dell’Acqua Vergine A Roma lungo un percorso sotterraneo, di quasi 14.105 passi, si estende l’acquedotto dell’Acqua Vergine. Voluto da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, che lo inaugurò il 9 giugno del 19 a.C. per alimentare la nuova zona di Campo Marzio, esso ancora oggi alimenta quasi tutte le più imponenti fontane del centro di Roma: Piazza Navona, Barcaccia, Terrina e, ovviamente , la Fontana di Trevi. Per tale motivo l’acquedotto dell’Acqua Vergine è conosciuto oggigiorno come l’unico acquedotto romano ad essere funzionante, ancora dopo venti secoli. Largo circa 1,50 metri e supportato da opere in cemento e reticolato di sostegno nei punti ritenuti più critici, il tracciato d’acqua dell’Acquedotto Acqua Vergine è percorribile in barca, soprattutto per le ispezioni ed i controlli relativi al suo funzionamento. Composto da una serie di cunicoli scavati trasversalmente su di un terreno calcareo che ne permetteva una maggior purezza e freschezza senza troppi interventi di manutenzione, i rivoli di acque sorgive, attraverso il terreno poroso ed impermeabile, venivano convogliati verso un canale principale. Confluite in un bacino artificiale in calcestruzzo, oggi interrato, l’ acquedotto dell’Acqua Vergine possiede una portata pari a 1.202 litri al secondo. Tale quantità consentiva per la maggior parte, nell’epoca in cui fu costruito, l’erogazione e l’approvvigionamento idrico della parte settentrionale della città e dei punti più distanti dal centro. Una restante parte veniva riversata per alimentare le opere pubbliche ed un’ultima veniva convogliata all’indirizzo della casa imperiale e di altri utenti privati. Vicino al Pantheon, infatti, l’ acquedotto dell’Acqua Vergine terminava il proprio corso, distribuendo l’acqua ai numerosi monumenti creati da Agrippa, non ultime le Terme che portavano il suo nome. Gli interventi nel tempo Nel corso del tempo l’ acquedotto dell’Acqua Vergine ha subito numerosi interventi di manutenzione, di restauro e di parziale rifacimento. I primi lavori furono svolti fra il 37 ed il 46 d.C. da parte di Tiberio prima e Claudio poi, andando a ripristinare i mattoni componenti gli archi di travertino nell’area urbana, e di Costantino. Malgrado la distruzione subita da parte dei Goti di alcune delle sue parti acquedotto dell’Acqua Vergine non perse mai la sua importanza e venne spesso fatto ripristinare proprio per il valore che possedeva per l’alimentazione idrica della città. Lavori di consolidamento importanti furono infine portati avanti da Papa Adriano I, che intorno al 700, lo restaurò nuovamente e ne arricchì lo splendore, andando ad aggiungere, nell’attuale via del Corso, un’ulteriore...

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Migliori Ristoranti Bio a Roma

Migliori Ristoranti Bio a Roma Cosa si intende quando si parla di Bio? Strano a dirsi ma quelli che dovrebbero essere i prodotti provenienti dalla terra, naturali e genuini, che un tempo trovavamo “normalmente” in qualsiasi mercato o supermercato, oggi costituiscono una categoria a parte, quella dei prodotti Bio. Frutta, verdura, carne, pesce o qualunque altro prodotto non OGM (Organismo Geneticamente Modificato) che sia stato coltivato o allevato senza l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi, come fertilizzanti ed insetticidi, oggi, oltre ad essere diventato di difficile reperibilità, costa anche leggermente di più. Per accontentare quindi la sempre più frequente domanda dei prodotti biologici o Kilometro 0, tantissimi locali hanno ampliato l’offerta di loro menù; noi abbiamo scelto per voi alcuni dei migliori Ristoranti Bio a Roma! Tra i migliori ristoranti bio a Roma potete provare Arancia Blu, che offre cibi stagionali vegetariani e vegani di produzione propria, incluse le birre artigianali, oppure Il Geco Biondo, locale bio-vegetariano che presenta un menù composto da piatti semplici con prodotti di provenienza italiana acquistati da aziende agricole locali di fiducia. Fa parte dei migliori ristoranti bio a Roma anche Zenzero, che predilige prodotti locali, soprattutto di mare, con particolare attenzione agli alimenti senza glutine per celiaci, incluse le creative ed originali pizze-bio, oppure Hostaria Luce dove il menù promette piatti mediterranei e regionali basati su materia prima attentamente selezionata. Potete provare il ristorante Gaia Bio che offre una cucina fatta esclusivamente di prodotti naturali e biologici, con piatti vegetariani, vegani, etnici e crudisti ma anche pizza preparata con farina di kamut e di farro. Da Biogusto potete assaggiare piatti a base di pesce fresco a prezzi concorrenziali e menù dedicati anche ai più piccoli, se invece cercate tra i ristoranti bio a Roma un posto che prepari i piatti tipici della tradizione culinaria romana, potete recarvi da Biosteria Saltatempo. Al contrario, per i più raffinati, a pochi passi da Piazza Navona, si trova La Baguetterie de les Affiches, bistrot ispirato alla Parigi degli anni ’30 che propone pane fatto in casa, dolci ed una vasta scelta di bevande biologiche. Ora non vi resta che scegliere dove andare a mangiare...

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Meridiana di Augusto | Roma

Cos’è la Meridiana di Augusto? Sin dall’antichità le persone hanno avuto bisogno di calcolare il tempo ed il suo scorrere. Il metodo più comune risulta quindi essere quello degli orologi solari, più comunemente chiamate meridiane. Strumenti semplici da cui si desume l’ora e non solo, riescono a funzionare grazie ad un’ asta che ha lo scopo di generare un’ombra, la quale si proietta su uno sfondo, chiamato quadrante, possiede delle linee distinte da cui si ricava l’ora. Questi due strumenti una volta tracciate le linee sul quadrante e uniti con calcoli precisi danno vita alla meridiana. La più grande meridiana del mondo antico si trovava in Campo Marzio e prese nome dall’imperatore che la fece edificare: Orologio di Augusto, conosciuto anche come Horologium Augusti, o, appunto Meridiana di Augusto. Meridiana di Augusto, la storia Ciò che rende unica la Meridiana di Augusto, rispetto al altri orologi pur presenti a Roma, oltre alla sua dimensione, era la precisione che possedeva. Tre anni prima della sua realizzazione, Augusto aveva ereditato da Lepido la carica di Pontefice Massimo e tra i compiti di questo magistrato c’era quello di sovrintendere al calendario. Nell’espletamento di questo incarico Ottaviano corresse la riforma del calendario attuata da Giulio Cesare e che era stata applicata in maniera erronea (un anno bisestile ogni tre, invece che ogni quattro anni). In ricordo della riforma gli venne dedicato un mese, Sestilius, che divenne Augustus, e la sua lunghezza fu portata a 31 giorni, determinando la irregolare distribuzione di mesi lunghi e brevi che ancora abbiamo. L’obelisco della Meridiana di Augusto, realizzato originariamente all’epoca del faraone Psammetico II (595-589 a.C.), era collocato nella città di Heliopolis in Egitto e fu condotto a Roma nel 10 d.C. da Augusto e collocato come gnomone in Campo Marzio. La Meridiana di Augusto, costituita da una linea di bronzo incastonata su delle lastre di travertino e lunga circa 75 metri, possedeva ai lati iscrizioni bronzee in greco e segni zodiacali, realizzando così un preciso calendario solare sfruttando la diversa altezza del sole nelle varie stagioni. Rovinata al suolo in un periodo imprecisato nell’alto medioevo, la Meridiana di Augusto venne suddivisa in più tronconi all’inizio del ‘500. Fu solo nel 1792, per volere di Pio VI, che la Meridiana di Augusto venne restaurata ed eretta nel luogo in cui è attualmente. Venne anche realizzata una linea meridiana che però, costruita in maniera inadeguata, forniva un’ora errata. La linea attualmente presente, di grande precisione, è stata realizzata nel 1998, in occasione del rifacimento della pavimentazione della...

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