Acquario di Roma

L’Acquario di Roma Entro il mese di settembre 2015 anche la città di Roma avrà il suo Acquario. Già nel 1937 gli architetti Marcello Piacentini e Raffaele De Vico, due dei principali artefici della nascita dell’Eur, ipotizzarono la possibilità di una “Sala dell’Acquario”, un’area sommersa nella zona centrale del lago, non più realizzata a causa dello scoppio della II guerra mondiale. Ora, dopo circa due anni e mezzo dall’inizio dei lavori, finalmente appare certa la prossima apertura dell’Acquario di Roma infatti, a detta del Presidente dell’Acquario Domenico Ricciardi che ha rilasciato un’intervista nello scorso mese di aprile, le banche hanno ripreso ad erogare denaro per completare l’opera. L’Acquario di Roma sorgerà nel quartiere dell’Eur, per l’esattezza interamente al di sotto del famoso Laghetto artificiale, sul lato di Viale America, anche per evitare un impatto ambientale troppo forte sulla zona in cui è presente anche un bellissimo parco che gira tutto intorno al lago. La superficie dell’Acquario sarà di circa 14 mila metri quadri di cui una parte verrà adibita ad Acquario tradizionale nel quale nuoteranno cinquemila pesci appartenenti ad oltre cento specie marine provenienti da tutti i mari del mondo, dagli squali ai pesci pagliaccio mentre, nella restante parte, sorgerà l’Expo.  L’Expo del Mediterraneo nell’Acquario di Roma. Unico nel suo genere in Europa, l’Expo dell’Acquario di Roma consisterà in un’area espositiva permanente ed avveniristica in cui verranno divulgati gli aspetti della ricerca scientifica attuata nei mari di tutto il pianeta attraverso le più moderne tecnologie ed in cui verrà diffusa una cultura del mare più responsabile. Grazie a degli speciali tunnel di acrilico trasparente lo spettatore avrà la sensazione di immergersi davvero tra gli abissi. Tra le principali attrazioni ci saranno i pesci robot, realizzati insieme al Laboratorio di Robotica e Biomicrosistemi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. I pesci robot saranno costituiti da strutture meccaniche rivestite da pelli artificiali incredibilmente somiglianti agli esemplari reali e dotate di sensori che consentiranno loro di riprodurre i movimenti tipici della specie e di essere “pilotati” dal pubblico attraverso appositi touch screen. L’acquario e l’Expo saranno affiancati da un’ ampia zona di servizi collegati al mondo marino e mediterraneo e, ovviamente, non mancherà un parcheggio multipiano (già funzionante) posizionato a poche decine di metri dall’ingresso dell’Acquario, composto da quattro piani interrati con una capienza finale di quasi 600 posti macchina che aiuterà anche a non intaccare troppo la viabilità locale. Per maggiori info e per rimanere aggiornati sui lavori e sull’apertura dell’Acquario potete visitare il sito...

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Il castello di Fumone | Frosinone

 Il Castello di Fumone La fortezza-prigione Luci soffuse, rosse pareti, il silenzio che ti accoglie ed i quadri che ti osservano con i loro toni cupi, sono i segni distintivi che caratterizzano il Castello di Fumone. Le sue cinta murarie esterne e l’attrezzatura militare atta alla difesa della fortezza facevano di questo edificio un’importante luogo di prigionia di uomini politici e punto d’osservazione dei traffici lungo la via Latina che collegava Napoli a Roma. Prima sotto la tutela dello stato Pontificio, in seguito acquistato dalla famiglia dei marchesi Longhi de Paolis, il Castello di Fumone, è rimasto integro nel tempo, permettendoci ad oggi di visitarne l’interno a partire dalle sale del Piano Nobile. Da questo punto è possibile proseguire verso il Santuario di Papa Celestino V, costruito nella prigione che ospitò il papa del grande rifiuto prima della sua morte e del suo primo miracolo. All’interno del Castello di Fumone sono inoltre presenti la sala degli Antenati, dei Cesari e degli stemmi, luogo che per secoli ha avuto funzione di sala da pranzo, con grandi volte a botte, stemmi della famiglia nobile e dei suoi parenti ed un grande lavabo per scuoiare e lavare gli animali destinati alla cucina. Attraverso un passaggio di ronda, infine, è possibile visitare i tremilacinquecento metri di perimetro de i Giardini pensili all’italiana. Posto ad 880 metri di altezza, i suoi alberi secolari fanno di questo luogo il giardino pensile più alto d’Europa. Il borgo tutt’intorno al Castello di Fumone si snoda poi attraverso un labirinto di vicoli medioevali pavimentati in pietra e cotto. Qui potrete ammirare costruzioni di torri, case fortezze, antichi magazzini, ed ancora stalle, cantine, frantoi per la sopravvivenza della una guardia armata. Il pozzo del dolore Legato alla pratica dello Jus primae noctis, il pozzo delle vergini è forse il punto del castello che più colpisce il visitatore per le sensazioni che ancora oggi riesce a trasmettere. Diffusa nel periodo medievale, la pratica dello Jus primae noctis consentiva che le donne appena spostate giacessero con il signore del castello durante la loro prima notte di nozze. A tale momento esse dovevano giungere vergini, pena la morte o la tortura. Nel Castello Longhi de Paolis, coloro che venivano trovate impure venivano gettate nel pozzo delle vergini. Alto e stretto, le grida di quante vi venivano lasciate cadere, riecheggiavano nell’orecchio dei presenti, sino a quando esse non si spegnevano, dopo una lunga agonia. Il Castello è aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00 e nel pomeriggio dalle 15.00 alle...

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La Chiesa di Sant’Omobono

La Chiesa di Sant’Omobono Nel Vico Jugario sorge la chiesa e l’area sacra di Sant’Omono Ai piedi del Campidoglio, a Roma, si trova la cosiddetta area sacra di Sant’Omobono, un’area archeologica a pianta rettangolare con aree sacrificali su cui sorsero i templi della Mater Matuta e della Fortuna (attribuiti al re Servio Tullio) in cui sono stati rinvenuti materiali databili tra il IX e VIII secolo a.C. che fanno supporre l’esistenza di un abitato di capanne arcaiche. Accanto, rimasta sopraelevata rispetto alla trasformazione urbanistica del 1933, sorge la chiesa di Sant’Omobono. Eretta sulla preesistente chiesa di San Salvatore in Portico del VI secolo, si hanno le prime notizie intorno al 1470, ma fu in seguito ricostruita nel 1482 per un lascito di Stefano Satri de Baronilis, il cui monumento sepolcrale è conservato al suo interno. Nel 1575 venne concessa all’Università dei Sarti che disposero immediati restauri intitolandola a Sant’Omobono, il loro patrono, arricchendola con decorazioni e altari. Verso il 1920 la nuova sistemazione della via del Mare (le attuali via del Teatro di Marcello e via L. Petroselli), destinava alla demolizione l’intero isolato comprendente la chiesa ma, in seguito agli importanti rinvenimenti archeologici dell’epoca, il progetto subì una modifica e la chiesa di Sant’Omobono venne consolidata e restaurata. La facciata tardo-cinquecentesca è rivestita in laterizi e si presenta divisa in lesene, con occhio centrale e timpano, sotto il quale l’iscrizione “IN HON B. MARIAE V. AC SS. HOMOBONI ET ANTONII PAD” consente di riconoscere la dedica alla Beata Vergine Maria, a Sant’Omobono ed a Sant’Antonio da Padova. Ai lati del portale si possono notare due nicchie vuote, in origine destinate ad accogliere le statue di Santo Stefano e Sant’Alessio. Sulla cupola absidale è collocata una banderuola ornata da un paio di forbici aperte, emblema dell’Università dei Sarti. La costruzione è ad unica navata irregolare con abside poligonale coperta a cupola, è presente un pavimento cosmatesco e, al centro del soffitto a cassettoni, vi è un dipinto a tempera di C. Mariani, che raffigura l’incoronazione della Vergine tra i Ss. Omobono e Antonio. Nell’abside compare un interessante affresco dei primi anni del XVI secolo dipinto da Pietro Turini, pittore della cerchia di Antoniazzo Romano, che rappresenta il Salvatore in gloria e la Madonna in trono col Bambino tra i Ss. Stefano e Alessio. Dopo le demolizioni del Novecento e la costruzione dei muraglioni del Tevere, l’area circostante alla chiesa di Sant’Omobono è oggi quasi disabitata mentre fino all’inizio del ‘900 era una zona popolata e uno dei punti d’accesso al mercato romano dei produttori provenienti dalla via Appia e dalla via Ostiense, quindi piuttosto rilevante dal punto di vista commerciale. La chiesa di Sant’Omobono è attualmente chiusa...

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Clivio di Rocca Savella

Clivio di Rocca Savella Alle pendici dell’Aventino via d’accesso per il Giardino degli Aranci Esistono luoghi meno noti, fra le vie di una Roma che possiede secoli e secoli di storia. Esistono luoghi il cui nome, forse, non richiama subito alla mente ciò che custodisce, ma che non per questo risultano essere meno preziosi. Uno fra questi è senza alcun dubbio il Clivio di Rocca Savella. Posta lungo la strada che da Piazza di Bocca della Verità porta sino al Giardino degli Aranci, Clivio di Rocca Savella è una via risalente all’epoca romana, quando il suo nome era Clivius Capsarius, poiché luogo prossimo alle tabernae, guardaroba della terme di Sura. Qui sorse, in epoca medievale, una rocca con il compito di controllare la strada d’accesso all’ Aventino dal Tevere, mentre la via su cui sorgeva prese il nome di Vicolo Santa Sabina.  La Rocca eretta nel X secolo da Alberico II fu ereditata da Ottone III Savelli dopo il Mille, e Clivio di Rocca Savella fu infine donato ai frati Domenicani. Dell’antica fortezza, attualmente, non restano che le mura di cinta e le torri squadrate. Ma ciò che più è importante è il suo accesso, una torre-porta gestita da un ponte levatoio, che conduceva all’interno di un cortile spesso usato come luogo di panificazioni strategiche ed esercitazioni belliche. Da queste mura, infatti, i romani parteciparono ai combattimenti fra le truppe francesi e Garibaldi. Clivo di Rocca Savella tuttavia, non è importante solo per la sua funzione bellica. Esso è ancor oggi fulcro turistico perché luogo d’accesso al Giardino degli Aranci. Noto anche come Parco Savello, questo giardino è uno dei punti panoramici più belli di Roma, da cui è possibile scorgere anche la Basilica di San Pietro in lontananza. Situato sul Colle Aventino, territorio del Savelli da cui Clivo di Rocca Savella prende il proprio nome, il Giardino degli Aranci venne realizzato nel 1932 da Raffaele de Vico. Piccolo giardino della forma rettangolare, prende il nome dall’albero che San Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei Domenicani, aveva portato con se dalla Spagna. Qui il santo fondò il proprio convento: la Basilica di Santa Sabina. Oltre a questo piccolo e prezioso tesoro, tutt’intorno al Clivio di Rocca Savella, sorgono il Complesso dei Cavalieri di Malta e il Giardino di Sant’Alessio, tutti luoghi facenti parte del set cinematografico del film “La grande...

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I muri degli ex voto | Roma

I muri degli ex voto, tra tradizione e religiosità popolare Simbolo di una Roma legata al passato e alle tradizioni popolari, negli angoli più impensabili e seminascosti, ma anche in mezzo al traffico cittadino, troviamo ancora oggi  muri, ed edicole su cui nel corso dei decenni sono stati attaccati i cosiddetti “ex voto”. Delle piccole mattonelle quasi tutte con su scritto l’acronimo“PGR”, per grazia ricevuta, ringraziamenti per lo più rivolti alla Madonna o al Divino in generale a cui si attribuiscono miracoli, salvezze o guarigioni di persone care. Questi luoghi si trovano per lo più nelle vie del centro storico, fatta eccezione per il più celebre e antico sito nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina, leggermente più esterno, a duecento metri dalla chiesetta che nel Settecento fu teatro di alcuni miracoli. All’incrocio tra Largo Preneste e via di Portonaccio si trova il muro degli ex voto di Largo Preneste, uno dei più noti nella Capitale, arricchito nel corso del tempo, da centinaia di queste piccole “lapidi” votive che partono da una doppia edicola della Madonna del Perpetuo Soccorso, una fatta a mosaico e un’altra su lastra. Questi ex voto hanno tutti forme diverse, molti sono a cuore, su alcuni sono appesi catenine, braccialetti, rosari, croci. E poi tantissimi fiori, rose, orchidee o margherite, alcuni evidentemente freschi e molti lumini accesi, ad evidenziare il fatto che questa tradizione è tuttora vivissima tra i romani. Sopra, incise nella pietra, si possono leggere frasi come “Grazie per…”, “Merci S. te Vierge”, “Ti ringrazio Vergine Immacolata sede della sapienza ti ho pregato con fede e tu mi hai aiutato (1978)” e così via o, semplicemente, “Per grazia ricevuta”. L’origine del muro degli ex voto di Largo Preneste non è chiaro, c’è chi dice che i “per grazia ricevuta” venivano messi qui ai tempi dei bombardamenti della seconda guerra mondiale per ringraziare dello scampato pericolo, altri sostengono che siano antecedenti, forse del 1910. La tesi della seconda guerra mondiale è plausibile perché, quando Pio XII nel 1944 proclamò la Madonna “salvatrice dell’urbe”, la devozione popolare nei confronti della Vergine aumentò notevolmente. Questo spaccato di religiosità popolare è davvero suggestivo e perfino commovente ; il muro degli ex voto a Largo Preneste e gli altri luoghi simili, rappresentano una insolita ed affascinante “bacheca” di scritture anonime su cui lasciare traccia della propria esistenza, della propria fede e delle proprie...

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La Montagna Spaccata di Gaeta

La Montagna Spaccata A Gaeta questo luogo racchiude leggende singolari e un panorama suggestivo Fra cielo e mare si trova un luogo formato da 3 fenditure all’interno della medesima roccia. Incorniciata da boschi, laghetti e cascate, non poteva non essere, questo complesso di pietra e suggestività, punto di nascita di molteplici storie. Le leggende della Montagna Spaccata, nei dintorni di Gaeta, sono infatti cresciute nel tempo, tutte con i loro segni lasciati ai posteri, tutte meritevoli di esser conosciute. La prima leggenda della Montagna Spaccata, è legata ad una storia antica e drammatica: quella dell’amore fra Etele e Giordano. Lui, semplice boscaiolo, lei creatura affascinante e figlia della maga del bosco; sulla loro unione gravava una terribile maledizione: il giorno in cui la madre di Etele fosse morta anche sua figlia sarebbe sparita. Per quanto i due giovani avessero deciso di affrontare quella terribile sorte insieme, quando giunse il tragico giorno, non poterono opporsi. Un forte boato scosse la terra, la montagna si spaccò, portando via con se Etele che scomparve fra le rocce per risalire in cielo. Eppure il loro amore, sentimento così grande, riuscì a trasformarsi in acqua affinchè potesse vivere per sempre e per sempre mostrarsi a chiunque avesse visitato quei luoghi. Così ancora oggi, lungo il percorso che ci accompagna a visitare il teatro di questo luogo, la prima fra le leggende della Montagna Spaccata, ci accompagna. Ed in questa cornice così singolare, in questo saliscendi rocciosi, fra gradini e strette vie, che nascono anche le leggende della Mano del Turco e del letto di San Filippo Neri. Attraverso una scalinata di 300 gradini, scendendo a ridosso del mare per godere dei giochi di luce che il sole mostra sullo specchio d’acqua con splendidi riflessi verdi e turchesi, raggiungiamo quindi un altro dei palcoscenici legati a le leggende della Montagna Spaccata: quella della Mano del Turco. La storia narra che, un tempo in questi luoghi si nascondessero pirati saraceni pronti ad attaccare le navi nemiche e che uno di essi, mentre avanzava all’interno della montagna, toccò la roccia. Essa, dinanzi al marinaio miscredente, divenne morbida e si deformò sotto il suo palmo, mostrando ancora oggi la sua impronta a quanti ridiscendano in questo percorso. Una scritta in latino, posta al fianco della mano, cita : “Un incredulo si rifiutò di credere ciò che la tradizione riferisce, lo prova questa roccia rammollitasi al tocco delle sue dita.” La storia di San Filippo Neri è legata, invece, ad un giaciglio composto da pietre, con un incavo scavato nella stessa roccia. Si narra che il Santo abbia vissuto rifugiandosi in questi luoghi, in prossimità del Santuario della Santissima Trinità, (clicca...

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Ad Arte | Calcata Teatro Cine Festival

Ad Arte | Calcata 8/12 Luglio 2015 Dopo il caloroso coinvolgimento, nella prima edizione, dell’intero paese di Calcata e nonostante le difficoltà prevedibili all’interno di una edizione zero, prodotta con soli fondi privati, eccoci di nuovo qui, per rinnovare il nostro desiderio di proseguire in questa avventura, che andando ben oltre le avversità incontrate, ha ospitato lo scorso anno, tra teatro e cinema, in soli 4 giorni, dai 3 ai 6 eventi al giorno, godendo di un’ottima risonanza sul territorio ospite e su Roma. Il nostro desiderio per l’edizione 2015 è quello di riprendere il buono già fatto durante la prima edizione per migliorare e rafforzare tutti quegli aspetti, tecnici e organizzativi, che nella scorsa edizione, abbiamo dovuto, per forza di cose, necessariamente trascurare o quanto meno ridimensionare. Da un punto di vista artistico il nostro desiderio è quello di tenere fede ai propositi e agli obiettivi dello scorso luglio, tentando di consolidare questa nostra manifestazione come nuovo centro per la diffusione e il sostegno del teatro di regia e sperimentazione e il cinema d’autore, indipendenti; per aggiungere, insomma, qualche mattone in più nella costruzione di questo nuovo punto di forza e di incontro per tutti quegli artisti teatrali e cinematografici che non trovano il meritato spazio nel circuito ufficiale, per motivi che esulano completamente dal loro indubbio valore. Infine ma non da ultimo ci piacerebbe far sposare sempre meglio questo nostro evento con le caratteristiche particolarissime del paese che lo ospita, nel rispetto della sua specificità e delle qualità che lo rendono unico nel suo genere e conosciuto nel mondo. Nessuna location ci sembra, ancora una volta, infatti, più idonea di quella di Calcata, che per come noi la percepiamo è e deve restare l’idea stessa di una possibilità di (r)esistenza della diversità, che sia essa artistica, sociale o antropologica, tentativo permanente di ricerca di un “altrove” realizzabile nel qui ed ora. Calcata con la sua forza misteriosa e prorompente come la natura che la circonda; solitaria, fantasiosa, indomabile, eccentrica e anche malinconica, come certa giovinezza che continua a vivere in tutti noi, sempre, se solamente la si ascolta e la si lascia parlare; libera e insofferente alla norma come tutti gli spettacoli e i film che da qui in poi ci piacerebbe ospitare. Vogliamo ringraziare, in tal senso, tutti gli artisti e i professionisti “eternamente giovani” che con la loro passione, competenza e disponibilità hanno compreso profondamente il nostro progetto, lo hanno abbracciato e supportato lo scorso anno, rendendolo possibile. Vogliamo infine ringraziare tutti coloro che ancora una volta, con la stessa passione ci sono di nuovo al fianco per dare vita a questo nuovo viaggio. Scopri AdArte sul...

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Il Borgo di Isola Farnese

Isola Farnese, il borgo nel Parco di Veio A pochi km da Roma, arroccato in cima ad una rupe vulcanica c’è una borgo, un luogo isolato e signorile che padroneggia sulla campagna romana: il Borgo di Isola Farnese. Qui, in passato, visse la cultura etrusca, grande antagonista di Roma. Qui, un tempo, sorgeva un Castrum Insulae, un accampamento circondato dal Fosso del Piordo, dalle valli della Storta e di S. Sebastiano e da un fossato artificiale, che lo innalzavano, isolandolo, dalla campagna circostante. Fu solo intorno al XVII secolo, quando il Cardinale Alessandro Farnese acquistò il castello, che Borgo di Isola Farnese prese vita per come è conosciuto oggi, lasciando dietro di se solo qualche traccia, non ancora rivenuta, dell’antica città di Veio cui doveva essere aggregata. Lungo la strada che ci conduce verso il Borgo di Isola Farnese, saltano da principio agli occhi grandi camere quadrate tagliate nella roccia. Esse sono le abitazioni e le stalle di quanti nel periodo medievale abitavano sotto la protezione del castello. Spesso in tufo, esterne alla cinta muraria, formavano il villaggio di Borgo di Isola Farnese. Separato da queste abitazioni per mezzo di un fossato artificiale e da un ponte levatoio, al borgo vero e proprio si accedeva attraverso un arco posto all’ingresso dove lo stemma cardinalizio con i gigli dei Farnese ed i caratteri architettonici del XVI secolo, svettava in alto. In differenti punti, tuttavia, la presenza della cultura romana ancora riecheggia in questo luogo storico. Ne è un esempio, nella piazza principale, chiamata Piazza della Colonnetta, la colonna romana collocata che si erge davanti la rampa che costituiva l’antico accesso al paese. Oppure , murato nello spigolo della Chiesa di S. Pancrazio, l’ epigrafe a Munatio Felici Patri con l’urceo ,il vasetto per uso sacrificale a due facce. Ed ancora un frammento di un rilievo romano con due coniugi, probabilmente un sarcofago, che troviamo a sinistra dell’arco. Enogastronomia locale: Il borgo non è solo storia, è anche tradizione e sinonimo di eccellenza. Ne è un esempio l’agricoltura che si è sviluppata tutt’intorno al paese, rendendo questo luogo importante per la produzione di formaggi, miele, ortaggi, fra cui il carciofo di Campagnano, una delle due varietà coltivate nel territorio del Lazio e ritenuta di Indicazione Geogragica Protetta, ed ovviamente la produzione dell’Olio D’Oliva. Curiosità: Il Borgo di Isola Farnese, infatti, fa parte di uno degli itinerari della Via Francigena nel Lazio. Suddiviso in 44 tappe, il percorso pedonale della Via Francigena in Italia, lungo circa 1000 km, rappresenta una delle tradizioni più importanti del nostro paese. Partendo dal Gran San Bernardo, ridiscendendo sino a Roma, all’altezza dell’uscita di Campagnano, è possibile ammirare il panorama sulle campagne...

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La città perduta di Antuni

La città perduta di Antuni Un borgo abbandonato da dove godere di uno dei panorami tra i più belli del Lazio Il Lazio è una regione disseminata di città fantasma, facilmente raggiungibili da Roma e la maggior parte si trova nella provincia di Viterbo. La città perduta di Antuni è un antico borgo, in prossimità di Castel di Tora, nel reatino, situato su un colle completamente circondato dal lago del Turano e collegato alla terra ferma solo da un sottile istmo. Il lago artificiale nasce verso la fine degli anni ’30 mentre la storia del borgo si interrompe improvvisamente durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1944, quando per errore viene bombardato il borgo invece del ponte del Turano. La fondazione di Antuni sembra risalire ai primi decenni dell’XI secolo, forse per volontà dei Guidoneschi che donarono, nel 1092, il Castrum Antoni all’ Abbazia di Farfa, all’epoca molto importante. Fino al basso medioevo le vicende legate alle sorti di Antuni non sono note. In seguito la città perduta di Antuni andò prosperando per secoli, passando attraverso vari proprietari: la famiglia Brancaleoni nel 1583, il duca Filippo Lante della Rovere nel 1676 finché, nel 1832, il borgo raggiunse il prestigioso riconoscimento di principato, voluto da Papa Gregorio XVI in favore del principe Urbano Del Drago, signore di Antuni. Successivamente all’erroneo bombardamento, dal 1950 in poi il paese è stato abbandonato ed ha conosciuto decenni di degrado fino a quando negli anni ‘90, grazie ad una sapiente opera di restauro ed ai bellissimi scorci sul lago del Turano, ha riscoperto il suo antico splendore ed è tornato interamente visitabile. Oltre ai numerosi ruderi delle case, tra gli edifici recuperati più importanti da vedere nella parte centrale di Antuni c’è sicuramente il Palazzo del Drago con le sue mura, l’antica mulattiera che conduceva al centro del borgo e la torretta. Il Palazzo del Drago, a cui si accede passando sotto un archetto, era composto da un gran numero di sale, molte delle quali affrescate, da scalinate di pietra e da ben 365 finestre. Tutta la struttura è visitabile solo esternamente e, nella facciata, è rimasto nell’aspetto originale solo il portale d’ingresso. Lì vicino, sul colle, sorge l’antico Eremo di San Salvatore su una parete a picco sul lago.  Il borgo di Antuni è visitabile mediante l’Associazione “Camminando Con”  Se vorrete fare una sosta per pranzo, non avrete difficoltà a scegliere tra i vari ristoranti quali Agriturismo “La Posta”, La città perduta di Antuni, Trattoria U’Chiecchie , Bar Trattoria Dea, L’Angoletto, Ristoro Bar Castellani, Ristorante “Il Tasso” e il Forno Orsini; Dopo che avrete visitato la città perduta di Antuni potrete recarvi nel vicino borgo di Castel di Tora, villaggio dall’aspetto medievale arrampicato su un’altura e dominato da un antico castello, oppure fare un giro per le rive suggestive del...

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Tour di Roma in 3 giorni

Scopri Roma in 3 giorni Se avete a disposizione solo un week-end per visitare la città eterna, noi vi segnaliamo quali sono gli itinerari che assolutamente non potete perdere! Per una delle città più belle d’Italia sono molteplici gli itinerari turistici che vengono consigliati al fine di scoprire le meraviglie che vie, piazze e palazzi, hanno da offrire. Ogni giardino, fontana, museo, ha da raccontare secoli di tradizioni, innovazione, desolazione o trionfo. Ed è prezioso questo retaggio storico che portiamo con noi nel tempo, così tanto, che se anche non potete permettervi troppi giorni lontani dalla vita lavorativa, di certo non potete mancare di visitare Roma! Così eccovi pronto un tour di Roma in 3 giorni! Forse troppo pochi per conoscere la città eterna in modo approfondito, ma abbastanza per scoprirne ed assaporarne la magia. Il nostro tour di Roma in 3 giorni prevede, come prima tappa, i luoghi più suggestivi dell’antico impero. Iniziamo dal simbolo di Roma per eccellenza: il Colosseo. Collocato sulla Linea B della metropolitana della capitale, l’Anfiteatro Flavio è l’inizio della più illustre via dei Fori Imperiali. Qui svettano l’Arco di Costantino sulla sinistra e l’area dei Fori Imperiali sulla destra, le bianche pietre dei musei capitolini in piazza Venezia e le strade che condurranno all’indirizzo di Piazza Navona e Piazza di Spagna. Via del Corso funge così da spartiacque dove da un lato è possibile raggiungere la “perfetta sfera” del Pantheon, antico tempio romano dedicato a tutti gli dei. Ed a poca distanza, in direzione del Tevere, incontrare la barocca Piazza Navona. Qui svettano la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini, la Chiesa di Sant’Agnese in Agone e Palazzo Pamphilj. Ed a pochi passi da queste opere è possibile mangiare in uno dei luoghi più caratteristici di Roma: Lo Zozzone. Assaggerete pizza farcita in mille modi diversi, per uno street food davvero originale! E non perdete la possibilità di prendere il caffè in una delle torrefazioni e caffetterie più antiche della capitale: Sant’Eustacchio. Riprendiamo quindi la nostra visita dalla parte opposta di via del Corso, dove sarà invece possibile accedere alla Fontana di Trevi ed a Piazza di Spagna. Ed a questo punto, perchè non godere dei piatti tipici della cucina romana presso una delle migliori trattorie della capitale? Trattoria Al Moro, proprio dietro la Fontana di Trevi, vi permetterà di chiudere in bellezza questa prima parte del nostro tour di Roma in 3 giorni. La seconda tappa del nostro tour di Roma in 3 giorni ci vede spostarci sulla Linea A della metropolitana, fermata Ottaviano, per la visita della Città del Vaticano, dove in piazza San Pietro svetta la bellissima Basilica circondata da...

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