Cattedrale San Lorenzo – Viterbo

Una visita alla Cattedrale San Lorenzo a Viterbo Oggi la nostra gita fuori porta ci conduce nel viterbese, tra le mura della Cattedrale San Lorenzo. Eravamo stati qui poche settimane fa per visitare il suggestivo quartiere di San Pellegrino, ma Viterbo è una città ricca di storia, che ci offre numerosi spunti per ritornare ogni volta. La Cattedrale San Lorenzo: Il duomo ha dato nome alla omonima piazza San Lorenzo, nobile spazio della Viterbo medievale, ancora oggi circondata da alcuni edifici di una certa importanza storico-architettonica. La cattedrale fu costruita nel XII secolo, periodo a cui risale anche la casa di Valentino della Pagnotta, a pochi passi dal duomo, denominata così dal nome del priore che nel 1458 lo acquistò. L’attuale facciata della Cattedrale San Lorenzo è datata intorno al 1570; la chiesa subì numerosi interventi di restauro, soprattutto dopo i bombardamenti del 1944. Il campanile trecentesco, per le fasce bicrome e l’alternanza delle doppie bifore, rivela influssi dell’arte toscana. L’interno è a tre navate divise da colonne con eleganti capitelli e con pavimento cosmatesco. La Cattedrale San Lorenzo custodisce al suo interno il sarcofago di Giovanni XXI, alla sinistra dell’ingresso. Qui è possibile notare i resti di affreschi trecenteschi, mentre dal lato destro una bella vasca battesimale del 1470. Altri brani di affreschi trecenteschi sono sopra l’accesso al battistero, nel quale vi è uno Sposalizio di Santa Caterina e santi di scuola del Pastura. Nell’abside di sinistra, si vede una copia della Madonna della Carbonara, tavola della fine del XII secolo conservata nell’adiacente museo. Sulla parete della navata sinistra, Cristo benedicente tra santi, opera del 1472, e buone tele, tra cui un San Lorenzo che amministra la Santa Comunione e un San Lorenzo e gli ammalati, opere di Marco Benefial. Recentemente allestito in ambienti adiacenti alla Cattedrale, è il Museo del Colle del Duomo, che custodisce paramenti sacri, opere pittoriche, sculture e reliquiari. Fonte: Touring Club...

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Visitare Roma: Il tour dei cinque sensi

Il Tour dei cinque sensi Come scoprire la città attraverso un tour sensoriale Che siate a Roma solo di passaggio oppure residenti da numerose generazioni, questo piccolo tour dei cinque sensi, dedicato a risvegliare le vostre emozioni sensoriali, potrebbe essere un percorso alternativo per visitare la città, così come un modo di riscoprirla in tutta la sua unicità. Ci sono sicuramente tantissimi monumenti da visitare, cibi da assaporare, profumi e rumori; ma in alcuni luoghi più che in altri i vostri cinque sensi verranno stimolati a pochi istanti l’uno dall’altro. Occhio alla cartina e tenete il passo. Iniziamo il nostro tour dei cinque sensi in uno dei luoghi unici della capitale: l’Isola Tiberina. E’ dalle sue sponde che potrete godere del miglior punto di osservazione sul Ponte Rotto. Sconosciuto a molti, questo ponte di antichissima memoria, ha una storia complessa e decisamente sfortunata. Situato in un punto dove nel Tevere confluiscono forti correnti, ha subito nei secoli diverse inondazioni. Crollato più volte, viene definitivamente distrutto per costruire l’attuale Ponte Palatino, conosciuto anche come Ponte Inglese. Un pezzo di storia incredibile, riuscito ad arrivare fino ai giorni nostri! Mentre state osservando il ponte, un altro dei vostri sensi viene messo in allerta. Siamo a pochi passi dall’acqua, del non più biondo Tevere, eppure, al posto di qualche malsano odore, ecco che giunge alle vostre narici, l’odore salmastro tipico del mare. Saranno le correnti impetuose? La morfologia dell’isola? Chissà, vale comunque la pena di fermarsi a fare un bel respiro, lontani, eppur vicini al caotico traffico della Capitale. In questo momento vi conviene immergervi del tutto in questa pace ritrovata e farvi guidare verso nuovi lidi dal rumore delle cascatelle che avvolgono le rive dell’isola. L’isola Tiberina, abitata dal 510 a.C., viene monumentalizzata nel corso del I secolo e trasformata, attraverso l’aggiunta di blocchi di travertino, in una Barca di Pietra. Alcuni di questi blocchi sono ancora presenti sull’isola ed è proprio usando il tatto che potrete dire di aver toccato centinaia di anni di storia. La gita sull’Isola Tiberina, sulla quale ricordiamo si trovano anche i resti di antichi templi romani e la Basilica di San Bartolomeo, termina con una parentesi gustosissima. Una tipica grattachecca romana nel chiosco storico della Sora Mirella. Lasciata l’isola, il nostro tour dei cinque sensi continua in uno dei quartieri tipici della città. Eccoci in pochi minuti al Portico d’Ottavia. L’olfatto è il primo dei sensi che viene colpito per via delle pasticcerie kosher della zona, le quali sfornano dolci tipici e deliziosi ad ogni ora. Non ci si può trattenere, bisogna per forza assaggiarne qualcuno o fermarsi in uno dei tanti ristoranti del quartiere, per gustare i piatti della tradizione giudaico romanesca. Se l’architettura...

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Subiaco, tra i boschi della Valle dell’Aniene

Subiaco, tra i boschi della Valle dell’Aniene Il borgo medievale di Subiaco si trova in provincia di Roma a 408 m.s.l.m., avvolto tra i boschi dell’alta Valle dell’Aniene. Il suo nome ha origine dal latino “Sublaquem” termine con il quale si indicava la Villa di Nerone, realizzata alle porte dell’attuale cittadina. Della villa neroniana, che si specchiava in un lago artificiale, è possibile ancora oggi riconoscere i resti appartenenti al complesso termale e ad un ninfeo. Un pò di Storia: Per moltissimo tempo Subiaco è stata meta di pellegrinaggi per l’opera di San Benedetto e dei suoi monaci. Qui il santo, alla fine del V secolo, si ritirò in una grotta, oggi nota come Sacro Speco; convinto a lasciare l’eremo dopo tre anni, dalla sorella gemella Scolastica, dettò le regole fondamentali dell’ordine benedettino. I notissimi monasteri di Subiaco, dedicati a Santa Scolastica e a San Benedetto, sono situati nella valle dell’Aniene a sud-est dell’abitato, in un’ottima posizione scenografica paesaggistica. Per il borgo di Subiaco: Domina la cittadina la Rocca Abbaziale, anche conosciuta come “Rocca dei Borgia”. Tra i simboli di Subiaco, la fortezza, fu costruita dall’abate Giovanni V, verso la fine dell’ XI secolo. La sua posizione, in cima ad una collina, aveva in realtà un ruolo strategico: voler instaurare un dominio monastico sulla città di Subiaco. La sua collocazione permetteva quindi il controllo dell’intero castello e di particolari ribelli. La costruzione subì danni a causa del terremoto nel 1349, venne saccheggiata e danneggiata anche dai sublacensi e per molti anni non fu abitabile. Il Cardinale Rodrigo Borgia prese possesso della fortezza intorno al 1476, anno in cui fece costruire una torre quadrangolare in grado di difendere la parte più antica della Rocca. La storia narra che qui nacquero i figli del cardinale Cesare e Lucrezia Borgia, avuti dall’amante Vannozza Cattanei. Il castello medievale fu trasformato nel 1778, dall’architetto Pietro Camporese, per volere di Pio VI. La Rocca venne trasformata in un palazzo moderno, ed oggi è sede di un centro di studi benedettini che conserva affreschi di Liborio Coccetti e degli Zuccari. Poco lontano dalla Rocca, nei pressi della piazzetta della Pietra Sprecata, si trova la neoclassica chiesa di Santa Maria della Valle, sul cui altare maggiore è posta una venerata immagine quattrocentesca. La chiesa risalente al IV secolo, fu completamente rasa al suolo durante un terremoto nel 1298, ma ricostruita in seguito sullo stesso colle. Tra le altre bellezze del borgo vi è la cattedrale di San Andrea, nella piazza omonima, è una costruzione neoclassica eretta tra il 1766 ed il 1789, la quale conserva nell’abside un prezioso crocifisso ligneo del ‘500; sulla parete di fondo del braccio destro del transetto, una tela di Sebastiano Conca, raffigura “La Pesca miracolosa”....

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Parco Regionale Monti Simbruini

Il Parco Regionale Monti Simbruini Il Parco Regionale Monti Simbruini, istituito nel 1983, è considerato come la maggiore area naturale protetta del sistema dei parchi e delle riserve naturali della Regione Lazio. Protegge oltre 38.000 ettari di territorio, tra le provincie di Roma e Frosinone. Il Parco Regionale Monti Simbruini, sottoposto in tutta l’area ad estesi fenomeni di tipo carsico, rivela la ricchezza d’acque e di precipitazioni nel nome, la cui origine è “sub imbris“, sotto la pioggia. La zona tutelata, abitata sin dalla preistoria, comprende sette comuni, tra cui alcune rinomate stazioni sportive invernali, come Monte Livata, Campo dell’Osso, Filettino, ed al confine con l’Abruzzo, Campo Staffi. La vegetazione del Parco Regionale Monti Simbruini, data la posizione geografica dell’area, presenta sia specie vegetali tipiche delle regioni centro-europee, che specie tipiche delle coste del mar mediterraneo, come lecci, terebinti, corbezzoli, noccioleti e castagneti. Sopra i 1000 metri, si trova il faggio, che forma estese zone boschive, ma anche l’acero montano, il tasso, il sorbo e talvolta, l’abete rosso. Nelle vette più alte è anche presente una vegetazione tipica delle regioni subalpine. Il sottobosco è ricco di lamponi, fragole e funghi commestibili; si possono trovare orchidee selvatiche, viole, narcisi, genziane e aquilegie. Le numerose specie animali tipiche dell’Appennino che vivono all’interno del parco sono lupi, orsi marsicani, cinghiali e volpi; sono presenti anche piccoli carnivori, come faine, tassi e donnole. L’avifauna comprende poiane, ghiandaie, falchi, picchi, gheppi e tra le specie di passo, codirossi, upupe, tordi. Sulle vette nidifica la maestosa aquila reale. Beni Culturali: All’interno del Parco, vi sono tantissimi luoghi d’interesse, con un excursus storico che abbraccia millenni. Nel cuore dei Monti Simbruini, nel comune di Vallepietra, una piccola strada ci collega verso l’isolato Santuario della SS. Trinità, posto sotto un’altissima parete rocciosa, è un luogo estremamente suggestivo. Il costone roccioso del Santuario si colloca nell’imponente massiccio del monte Autore, a 1800 metri d’altezza, in una zona rivestita completamente da bellissimi faggi secolari. Ai piedi dell’abside naturale, detta colle della Tagliata, si trova il Santuario, incastonato dentro una grotta. La favorita località di villeggiatura arroccata sul monte Pratiglio, al limite meridionale del parco, è Jenne. Situata a 834 m.s.l.m., dove vi abitano solamente 497 abitanti. Nel paese si trova la chiesa della Madonna della Rocca, ultimo resto del castello dove nacque Papa Alessandro IV. Internamente sono presenti bellissimi affreschi cinquecenteschi. Sempre qui a Jenne, si può osservare l’esempio di archeologia industriale che è il mulino comunale, costruito dai Padri Benedettini nel XI secolo. La “mola vecchia” è situato in un punto strategico, dove per secoli è stato utilizzato per la macinazione dei...

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Villa d’Este a Tivoli

Villa d’Este, patrimonio dell’ UNESCO La nostra Gita fuori porta ci conduce oggi a Tivoli, nella splendida cornice di Villa d’Este. Inserita nel patrimonio mondiale dell’UNESCO, non si può non rimanere ammaliati alla vista dei suoi giardini, dei ninfei e delle sue fontane contornate da giochi d’acqua. A volere la costruzione della villa nella seconda metà del ‘500, fu Ippolito II d’Este, figlio di Lucrezia Borgia e di Alfonso I d’Este. Deluso per la mancata elezione pontificia, decise di recarsi qui a Tivoli e realizzare una residenza che fosse in grado di far rivivere i fasti delle corti di Roma, Ferrara e Fointanebleau. Il progetto fu ideato da Pirro Ligorio, a cui è attribuito anche il disegno del parco e delle fontane, e realizzato poi da Alberto Galvani, architetto di corte. Successe al cardinale Ippolito II, il vescovo Alessandro d’Este, che dal 1605 si occupò di restaurare e riportare agli antichi splendori Villa d’Este. Il suo programma di interventi prevedeva riparazioni alla vegetazione, agli impianti idraulici e innovazioni nella configurazione dei giardini e nella decorazione delle fontane. Si occupò di eseguire alcuni lavori a metà del XVII secolo anche Gian Lorenzo Bernini. La villa cadde in uno stato di abbandono con il passaggio alla casa Asburgo, che ne rimase in possesso fino alla metà del XIX secolo, quando divenne proprietario Gustav Adolf von Hohenlohe-Schillingsfürst. Il cardinale tedesco nel 1851 avviò dei lavori per sottrarre il complesso alla rovina. A seguito dei lavori, Villa d’Este diventò un punto di riferimento culturale; il cardinale ospitò più volte nella sua villa il musicista Franz List, che proprio qui compose la sua opera Giochi d’Acqua a Villa d’Este. Durante lo scoppio della prima guerra mondiale, Villa d’Este divenne proprietà dello Stato, che si occupò di restaurarla a partire da 1920. Fino a circa venti anni fa, la struttura ha subito continui restauri a causa di condizioni ambientali sfavorevoli. Un bel portale sormontato dallo stemma degli Este indica l’ingresso alla residenza. L’edificio principale della struttura è caratterizzato da sobrie linee architettoniche, ed al suo interno custodisce sale decorate da affreschi cinquecenteschi dovuti in prevalenza a Livio Agresti, Federico Zuccari e Girolamo Muziano. Dalla loggia si gode di una bella vista sul giardino, ricco di fontane e giochi d’acqua. Scendendo la scala principale dell’edificio si arriva alla Fontana del Bicchierone, detta anche del Giglio, realizzata un secolo dopo la costruzione della villa, nel 1661, per mano di Gian Lorenzo Bernini. Lasciando alle spalle la fontana ci si ritrova presso il suggestivo Viale delle Cento Fontane, fiancheggiato da numerosi getti d’acqua e sculture. All’estremità destra del viale vi è la Fontana di Tivoli, detta anche dell’Ovato. Realizzata nel 1567 per mano di Pirro Ligorio,...

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Abbazia di Farfa

L’Imperiale Abbazia di Farfa L’Abbazia di Farfa è un monastero benedettino situato a Fara Sabina, nella provincia di Rieti. Il nome deriva dall’omonimo fiume, il Farfarus, che scorre poco distante dall’abbazia, e che ha dato nome anche al borgo adiacente. Per molti anni Farfa è stata una delle più potenti e ricche comunità monastiche dell’Italia centrale, veniva chiamata l’Imperiale grazie ai rapporti di privilegio e protezione con i Franchi di Carlo Magno. Nel momento più alto della sua potenza, l’abbazia contava i possedimenti fino in Abruzzo e nelle Marche: 600 tra chiese e conventi, 132 castelli o piazzeforti e 6 città fortificate, per un totale di più di 300 villaggi. Storia: Il complesso religioso fu fondato nel VI secolo nei pressi dell’attuale Fara in Sabina, per essere ricostruito, nel sito odierno, tra il 680 ed il 705, dalla comunità di S. Tommaso di Moriana. Nell’ 898 Farfa fu pesantemente danneggiata dalle incursioni saracene, tanto che la comunità religiosa fu costretta a fuggire dal monastero. Fu al termine delle scorribande, due secoli dopo la sua costruzione che Farfa raggiunse l’apice del potere politico ed economico. Guidata da personalità insigni, quale l’abate Sicardo, l’abate Ugo e il suo successore Berardo I, al tempo della lotta per le investiture, parteggiò per il potere imperiale. Il declino iniziò nel XV secolo, quando fu trasformata in commenda, appartenne agli Orsini, ai Farnese, ai Barberini, e ai Lante della Rovere, perdendo poco a poco i possedimenti. Nel 1769 la carica di abate fu attribuita al vescovo della Sabina. Avendo perso la sua importanza, la comunità monastica scomparve con l’unità d’Italia e l’Abbazia divenne proprietà privata. Fu ricostituita nel 1919 con il trasferimento di monaci dalla Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma. Visita all’interno dell’ Abbazia di Farfa: Al complesso religioso si accede attraverso un portale quattrocentesco che immette in un cortile, nella lunetta è possibile ammirare i resti di un affresco raffigurante la Madonna con Bambino. Oltrepassato il portale si prospetta la facciata della Chiesa di Santa Maria di Farfa, ricostruita nel 1492. L’interno, a tre navate, è ornato in contro facciata da un Giudizio Universale di mano fiamminga del ‘500; gli affreschi tra gli archi della navata centrale e parte di quelli del presbiterio, aperto da finestre gotiche, appartengono alla scuola degli Zuccari, mentre quelli nella navata sinistra li dipinse Orazio Gentileschi. Per un corridoio alle spalle della chiesa si accede al cosiddetto chiostrino longobardo, che mostra elementi romanici e dal quale si gode una vista di scorcio della torre campanaria della chiesa, e al chiostro grande, seicentesco. Qui è l’ingresso alla cripta, pertinente alla chiesa carolingia che conserva un sarcofago romano del II secolo e resti di pitture murali. La...

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Via di Porta San Sebastiano

Lungo via di Porta San Sebastiano Il nostro itinerario lungo Via di Porta San Sebastiano, inizia da Piazzale Numa Pompilio; una vegetazione rigogliosa spunta dai muretti che fanno da cornice alla strada, che col viale delle Terme di Caracalla ricalca il segmento urbano della romana Via Appia, e permette di immaginarsi come si presentava la città Eterna prima di divenire capitale. Ad accoglierci all’inizio di Via di Porta San Sebastiano vi è  la Chiesa di San Cesareo in Palatio, eretta a fine del ‘500 su edifici più antichi, come attesta il pavimento musivo del II secolo, nel sotterraneo. Secondo fonti medievali era chiamata inizialmente “San Cesareo in Turrim” probabilmente per la presenza di qualche torre nelle vicinanze. Qualche metro più avanti, sempre sul lato destro, è del ‘400 la vicina Casina del Cardinal Bessarione, residenza del cardinale e umanista Bizantino di origine turca. L’edificio quattrocentesco si affaccia su strada con una parete sulla quale si aprono quattro piccole finestre con cornice in travertino, protette da una grata, e con due soprastanti finestre a croce guelfa, anch’esse incorniciate in travertino. A testimoniare la grandezza degli Scipioni rimane il loro Sepolcro, rinvenuto nel 1616 e rimasto in uso dagli inizi del III secolo fino al 139 a.C. Il Cimitero è quasi sempre chiuso al pubblico perché in rovina. L’esistenza del sepolcro si è avuta solamente alla fine del Settecento, suscitando grande scalpore. Nel III° d.C. fu eretta sull’ipogeo una casa, che conserva tracce dell’antico pavimento a mosaico e di pitture. Il vicino colombario di Pomponio Hylas, scoperto nel 1831 da Pietro Campana, conserva mosaici in un’edicola e nella cella. Era possibile accedervi tramite un viottolo della parallela Via Latina. Secondo i ritrovamenti fu costruito intorno al 14-54 d.C. ed utilizzato fino al II secolo d.C., periodo in cui furono conservate le ceneri del liberto Pomponio Hylas. Ultimo sito archeologico della nostra passeggiata è l’Arco di Druso, che ci conduce verso l’Appia Antica. Per secoli si è creduto fosse un arco di trionfo  in onore di Druso maggiore nel 9 a.C., in realtà l’arco faceva parte dell’Acquedotto Acqua Antoniniana. Superato l’Arco di Druso e Porta San Sebastiano, inizia Via Appia Antica, la Regina Viarium, considerata durante l’antichità una città strategica poiché il suo porto collegava l’antica Roma all’Oriente....

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Sutri, soglia dell’Etruria

Sutri, soglia dell’Etruria Sutri, oggi la nostra gita fuori porta natalizia ci conduce qui, nell’antica cittadina dell’età del bronzo, che conta oggi circa 6000 abitanti. In provincia di Viterbo, dista dal capoluogo 32 km e quasi 50 km da Roma. Sutri, un pò di storia: “Soglia dell’Etruria” fu definita dai romani che la conquistarono all’inizio del IV secolo a.C. Ma le origini di Sutri risalgono a tempi molto antichi. Alcune leggende sostengono che la cittadina fu fondata per mano di Saturno, apparso nella zona con un cavallo e tre spighe di grano in mano (che tutt’ora rappresentano lo stemma del comune), altre invece raccontano di una Sutri dell’età del bronzo, appartenente al popolo dei Pelasgi, antichi navigatori orientali. Nell’alto medioevo, all’incirca nel 728, per la donazione di Liutprando, giovane sovrano longobardo, costituì il primo nucleo del patrimonio di San Pietro, a cui appartenne definitivamente da fine ‘200. Sutri, cosa visitare: Il Parco Urbano antichissima Città di Sutri accoglie i più importanti monumenti della cittadina. La datazione dell’Anfiteatro, completamente scavato nel tufo, è assai ben conservato, ed è tutt’ora oggetto di discussione. Alcuni studiosi sostengono sia di origine etrusca, mentre altri avvalorano la tesi di un origine del I secolo a.C. La vicina chiesa della Madonna del Parto è un sacello cristiano sorto su un mitreo, che a sua volta era stato probabilmente impostato nel III° su una tomba etrusca; comprende un vano rettangolare diviso in tre navate da pilastri di tufo. All’interno delle ben conservate mura medievali, che incorporano quelle etrusche e mostrano spalti cinquecenteschi, sono frequenti gli inserti di frammenti etruschi e romani negli edifici. Di età romanica è la fondazione del Duomo, di cui però il campanile del 1207. Rimaneggiato nel ‘700 e nell’ 800, presenta un notevole pavimento cosmatesco nella navata centrale e una cripta di età longobarda, con sette navate divise da colonne e capitelli di forme diverse. Necropoli urbana: 64 tombe fanno parte di uno dei più grandi complessi di sepolcri rupestri, appartenenti all’età romana. E’ la necropoli urbana di Sutri, situata lungo il rilievo roccioso che costeggia via Cassia. Dai rilevamenti, è stato possibile affermare che la necropoli fu utilizzata dal I sec a.C. fino al III-IV sec. d. C. E’ possibile ancora oggi riconoscere le diverse tipologie di tomba, anche se numerosi saccheggi nel corso dei secoli, hanno reso più difficile la lettura dei reperti.  Fonte: Touring Club Italiano  ...

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Il Quartiere San Pellegrino a Viterbo

Il Quartiere San Pellegrino a Viterbo Il quartiere San Pellegrino, tra i vicoli medievali della città di Viterbo, ha ispirato la nostra gita fuori porta. Prende il nome dalla omonima Piazza principale e dall’antichissima chiesa di San Pellegrino. La cittadina di Viterbo presenta oggi, malgrado le numerose distruzioni alle quali le guerre l’hanno esposta, una singolare concentrazione di monumenti insigni in un’area relativamente ridotta. I monumenti medievali della città, risalenti al ‘200, epoca in cui la città fu più popolosa di Roma, sono stati salvaguardati anche grazie alla separazione tra la parte storica, prevalentemente racchiusa nella cinta muraria merlata, e la parte moderna. Il cuore antico della città è infatti chiuso al traffico automobilistico. Il quartiere San Pellegrino, si trova all’interno della cinta muraria. Questa piccola zona della città è rimasta integra nel corso dei secoli, tant’è vero che, una passeggiata tra i vicoli di San Pellegrino, ci fa rivivere l’atmosfera medievale. Il quartiere è un’isola di edifici dal tono urbanistico uniforme, l’architettura civile medievale è rimasta integra, non solo nei caratteri esteriori, ma anche grazie alla continuità insediativa. Le torri e le case, spesso unite da cavalcavia e ingentilite da bifore, hanno per asse e cuore la via di San Pellegrino e la Piazzetta omonima sulla quale si affaccia il palazzo degli Alessandri, residenza signorile duecentesca con balcone che continua sotto un arco ripassato, e portico da due campate su colonne massicce dietro alla quale svettano due torri. Come attesta un documento storico, l’antica chiesa di San Pellegrino fu costruita probabilmente già prima del 1045. Dipendente dai monaci dell’Abbazia di Farfa, il suo aspetto attuale è anche frutto di un restauro avvenuto nel XVIII secolo e di un successivo a seguito dei bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Tip: Se decidete di fare una sosta, all’interno del quartiere medievale, e nei dintorni, ci sono degli ottimi ristoranti! Fonte: Touring Club Italiano...

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Una gita nella medievale Vitorchiano

Una gita nella medievale Vitorchiano La nostra gita fuori porta, in questo week-end ci conduce nella medievale Vitorchiano. Situata a 100 km da Roma, in provincia di Viterbo. Ai piedi dei monti Cimini, in un territorio prevalentemente collinare, Vitorchiano adombra l’antica origine etrusca nel nome romano “Vicus Orchianus” da Orcia o Orcla poi Norchia, dalla quale forse l’insediamento derivava o dipendeva. La cittadina racchiude la parte più antica in una cinta di mura merlate unite di torri quadrilatere trecentesche. Sorge su un rilievo alla confluenza di due corsi d’acqua, offrendo viste d’inaspettata suggestione, sia per la posizione, sia per l’ottimo stato di conservazione del tessuto edilizio. Le lupe che ritornano come elementi ornamentali degli edifici, e lo stesso stemma comunale, che si fregia della sigla S.P.Q.R., sono i riconoscimenti che Roma le concesse per la sua fedeltà nelle sue numerose contese medievali, che insanguinarono gran parte del viterbese. Poco fuori dalla cinta difensiva, la Chiesa della Madonna di San Nicola, consacrata nel XVI secolo mostra notevoli affreschi, alcuni di ingenua mano popolare del XVI e XVII secolo. Subito dopo la porta romana, vi è la rinascimentale Chiesa di Sant’Amanzio, il cui campanile è di fine 1600; l’interno custodisce l’urna seicentesca, con angeli in legno dorato ed argentato, contenente il corpo di S. Amanzio e alcuni cicli di affreschi tra i quali un’annunciazione del 1514 sulla parete destra. Il Palazzo comunale è stato edificato su resti di edifici del XII / XVI secolo. Attraverso la porta alla sinistra di questo, si accede al quartiere medievale, che ha per cuore la Chiesa di Santa Maria, dal pregevole campanile e con all’interno un fonte battesimale e un’acquasantiera rinascimentali. Dal belvedere, si gode una splendida vista della gola sul fosso dell’Acqua Fredda. Al di fuori del centro abitato, su un colle, vi è la Chiesa di San Michele Arcangelo, raggiungibile attraverso la Porta Tiberina. Ad edificare il santuario su un terreno di proprietà di Feneguerra, è stato Nicolò Biagio da Vitorchiano. Il parroco decise di intitolare la chiesa a San Michele, a seguito di viaggio avvenuto nel 1319, in Puglia sul Gargano, nei luoghi dedicati al santo. Poco distante da Vitorchiano vi è Grotte Santo Stefano, probabilmente uno degli abitati sorti dopo la distruzione di Ferento, sito in una zona ricca di resti romani e più antichi; in sepolcri etruschi venivano ricavate, sino all’inizio del XX secolo le abitazioni. La vicina valle del fosso Infernaccio, con bella cascata, presenta alcuni dei fenomeni di erosione più interessanti del Lazio. Fonte: Touring Club...

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