Il Castello dell’Abbadia | Vulci

Una visita alla città etrusca di Vulci e al Castello dell’Abbadia Vulci è un’antica città etrusca che oggi fa parte del territorio di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo. Abbastanza lontana dal mare, si trova su di una piattaforma calcarea lungo la riva destra del fiume Fiora, nella Maremma Laziale. Fu una delle più grandi città-stato dell’Etruria, con un forte sviluppo marinaro e commerciale con Grecia e Oriente. Sulla sponda opposta del pianoro di Vulci si erge, isolato, il maestoso Castello dell’Abbadia, oggi sede di un importante Museo Nazionale Archeologico nel quale sono esposti reperti provenienti dagli scavi archeologici di Vulci. Origini del Castello Il Castello dell’Abbadia ha origini molto antiche: alto circa 30 metri fu eretto a riparo di un suggestivo ponte (ponte dell’arcobaleno) nel III sec. a.C., costruito dai romani su fondamenta preesistenti etrusche. In origine era un’abbazia benedettina dedicata a san Mamiliano, santo a cui era dedicata una chiesa fatta costruire nell’ 809 da due nobili longobardi, Faulo e Autari e poi donata all’ abbazia di Farfa. Secondo la leggenda, Vulci e l’abbazia furono distrutte ad opera dei saraceni nel 964 d.C. anche se numerosi documenti medievali continuano a citare l’abbazia tra le proprietà della Chiesa. La posizione strategica tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana  resero l’edificio molto appetibile. Infatti, numerose famiglie e casate potenti se lo contesero aspramente: nel XIII secolo il castello, importante centro di assistenza ed accoglienza dei pellegrini, fu probabilmente di proprietà dei templari, gli Aldobrandeschi prima e i Farnese poi inserirono il castello tra le loro proprietà. Nel periodo napoleonico il castello fu assegnato a Luciano Bonaparte, fratello dell’imperatore, come principe di Canino. In seguito passò ai Torlonia ma, nel corso dell’Ottocento, vista anche la sua posizione, fu adibito a dogana pontificia. Dopo anni di incuria il complesso fu incamerato dallo Stato italiano e diventò la sede del Museo Archeologico Nazionale di Vulci. Il Castello oggi L’aspetto attuale del Castello risale al XII sec., ha una forma trapezoidale e domina la riva sinistra del Fiora mentre ad est, dove è protetto da un fossato, si affaccia sulla pianura circostante con un muro di cinta munito di quattro torri semiellittiche. Sempre al XII secolo si può far risalire anche l’aspetto architettonico delle mura e la costruzione del maschio, il nucleo più antico del castello. Nel 1513 fu concessa in investitura perpetua al cardinale Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III, che pare amasse soggiornarvi ed è a lui che, probabilmente, si deve la costruzione del corpo attualmente destinato a struttura museale. Il famoso scrittore e poeta inglese David Herbert Lawrence (“L’amante di Lady Chatterley”) ci dà una suggestiva descrizione del castello, in occasione di una visita fatta alla fine del 1800: “A ridosso del...

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La Scala Santa di Roma

La Scala Santa di Roma, un luogo di profonda devozione Nel Santuario adiacente alla Basilica di San Giovanni in Laterano, sono custoditi i 28 gradini della scala che Gesù salì, per ben due volte, il giorno della sua morte nel palazzo di Ponzio Pilato a Gerusalemme: la Scala Santa. La Scala Santa fu donata a Papa Silvestro I e venne collocata dove sorgeva l’antica residenza papale, San Giovanni in Laterano; ma fu solo per volere di Sisto V sul finire del ’500 che venne affidata la costruzione di un vero e proprio “antro” che potesse custodire e valorizzare un tesoro tanto prezioso. Fu l’architetto Domenico Fontana, a cui erano stati affidati i lavori dal Papa stesso, che decise di porre i gradini sacri dove era già presente il “Sancta Santorum”. Il luogo più sacro al mondo, a quel tempo cappella personale dei pontefici, sul lato est della piazza di San Giovanni. La storia del trasporto della scala La storia, nata in epoca medievale, intorno al 1450, narra che il trasporto dei 28 gradini avvenne di notte. Si dice che ad accompagnarli vi fossero solo la luce delle torce ed il canto di preghiere e salmi. La posa della Scala Santa, inoltre, venne iniziata operando dall’alto verso il basso perché i gradini non venissero calpestati dagli operai, ma toccati solamente con le ginocchia, motivo per cui, ancora oggi, i pellegrini salgono quella scala, penitenti, con le ginocchia. Per agevolare l’afflusso dei fedeli alla Scala Santa, inoltre, l’architetto costruì altre quattro scale, e ai lati del “Sancta Sanctorum” edificò nuove cappelle come quella di San Lorenzo, ad oggi chiesa vera e propria, e quella di San Silvestro, oggi coro dei Passionisti. Il 24 maggio 1590 Papa Sisto V, attraverso una bolla, annunciò la chiusura dei lavori e la conseguente apertura della Scala Santa. A maggior tutela di una reliquia tanto preziosa, nel 1723, per impedirne l’usura, Innocenzo VIII fece rivestire i gradini con tavole di noce. Il restauro Ancora oggi quei 28 gradini rappresentano un luogo di profonda devozione e penitenza che richiama il periodo della Passione di Cristo e che i fedeli percorrono una volta l’anno al fine di ottenere l’indulgenza per i propri peccati per un tempo di 100 giorni. Dall’11 Aprile fino al 30 Giugno la Scala Santa sarà, dopo 300 anni, nuovamente percorribile sui marmi originali. Dopo il 30 Giugno resterà aperta al pubblico ma i gradini marmorei verranno nuovamente coperti con il legno per preservarla dall’usura. Orari e informazioni La Scala Santa è visitabile tutti i giorni e senza prenotazione dalle ore 6.00 alle 13.30  e dalle 15.00 alle 18.30 (la domenica e i festivi apre alle ore...

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Cosa vuol dire SPQR?

Cosa vuol dire SPQR? Si è protratto nel tempo, come uno dei giochi più antichi probabilmente, quello che riguarda la spiegazione di una delle insegne, delle targhe, delle lettere più importanti della Capitale: SPQR. Ma cosa vuol dire realmente vuol dire SPQR? Quando si studia la storia romana è di certo la domanda che ogni bambino pone. E forse l’unico momento in cui una risposta seria può essere donata. Eppure, anche in questo caso, esistono teorici e storici che hanno messo in dubbio un significato largamente riconosciuto. Secondo i Sabini, antico popolo laziale, voleva significare “Sabinis Populis Quis Resistet?”. Ma alla domanda posta, vale a dire “Chi potrà resistere ai popoli Sabini?”, la risposta non sarebbe piaciuta ai Sabini stessi, poiché essi furono facilmente sconfitti ed assimilati dal più grande popolo dei Romani. La storia tuttavia, per ogni epoca quasi, sembra avere una propria interpretazione di queste quattro lettere. E’ del 1833 il sonetto di Gioacchino Belli, dove un significato del tutto nuovo viene loro donato. SPQR vuole significare “ Soli Preti Qui Regneno”. In onore del pontefice Gregorio XVI e del potere del Vaticano che, come quello dell’impero romano un tempo, era riuscito a surclassare ogni altro potere ed a prendere il controllo di un vasto territorio nell’Italia centrale per tutto il periodo medievale e rinascimentale. Ed è di questo periodo che il significato di SPQR prende sempre più spesso sfumature ironiche riguardanti il potere e la figura del Papa. Si dice che alla morte di un Papa, qualcuno lesse le lettere SPQR come “Sublato Papa Quietum Regnum” cioè “Morto un Papa Quieto il Regno”. Ed il nuovo pontefice, a tale interpretazione sorrise, tanto che uno dei presenti gli chiese: “Sancte Pater Quare Rides?” (Santo Padre Perché Ridi) e lui rispose: “Rideo Quia Papa Sum” cioè “Rido Perché Papa Sono”. Nel corso della storia quindi spiegare che vuol dire SPQR non è sempre stato spunto per discussioni storiche, anzi, talvolta, in periodi politici molto più recenti, è stato motivo d’offesa al popolo romano; tanto che, chiedersi che vuol dire SPQR oggigiorno, porta come prima e più immediata risposta ironizzare su una società, una città storica che molto offre a chi la vive, ma che non sempre viene compresa affondo o apprezzata. Il tempo ha certamente cambiato il popolo romano, così come ha cambiato la politica che gestisce un’eredità tanto meravigliosa dal passato. La Res Publica di un tempo, con i suoi fasti, i suoi valori e di certo la gloria che possedeva, oggi più non esiste. Ma per quanto miti e leggende più o meno veritiere possano cercare di dare altro significato a queste lettere, esse rappresentano la storia e le...

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Il Parco di Omero e il Lago di Fogliano

Il Parco di Omero e il Lago di Fogliano Benvenuti a Fogliano, dove un’area protetta racchiude uno dei più bei parchi letterari presenti in Italia Se desiderate fare una passeggiata in uno dei numerosi parchi naturali del Bel Paese, nella zona del Circeo, in provincia di Latina, vi suggeriamo di visitare il Parco di Omero. Il parco sorge a Fogliano, all’interno del Parco Nazionale del Circeo in una zona di grande rilevanza naturalistica ma anche storica e architettonica. I Romani realizzarono notevoli opere di bonifica ed introdussero importanti opere di drenaggio, trasformando quest’area in un centro di raccolta e di pesca e costruendo piscine, edifici e canali per sfruttare la ricchezza del vicino lago di Fogliano. In tempi più recenti il restauro degli edifici storici del borgo di Fogliano ha offerto nuovi servizi ai visitatori, come il “Centro di Educazione Ambientale”, il Museo Ornitologico e, appunto, il Parco di Omero. Il Parco di Omero viene così definito proprio perché prende il nome dall’autore greco che qui visse parte della sua vita e in questa zona prese spunto per scrivere la sua opera più famosa, l’Odissea, grazie alla vicinanza col promontorio del Circeo che nel nome rimanda alla leggenda della maga Circe che Ulisse incontrò qui durante il suo leggendario viaggio. La bellezza di questo parco deriva dall’autore che lo evoca ma anche dall’ambiente in cui si trova. Dopo un periodo di abbandono, l’area di Fogliano rinasce sotto l’influenza pontificia; Sermoneta, Ninfa ed i laghi costieri di Fogliano e Caprolace vanno a costituire un unico fiorente possedimento che Papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani, 1294) affida alla famiglia Caetani, che si occuperà di realizzare anche l’Orto Botanico di Villa Fogliano, nato agli inizi dell’Ottocento come “giardino esotico”. Nel Parco di Omero si possono percorrere vari itinerari tra cui, il più suggestivo, è il viaggio di Ulisse sul Lago di Paola, dove il visitatore naviga sulle acque che hanno fatto da scenario al poema omerico. Il parco letterario di Omero è stato scelto dalla Fondazione Ippolito Nievo come “Centro Internazionale dei Parchi”, poiché la suggestione di questo ambiente non ha ispirato solamente le vicende di Omero ma anche le opere di scrittori come Orazio, Goethe, e D’Annunzio. Nel periodo estivo il Parco offre la possibilità di partecipare a numerose iniziative, dalle semplici passeggiate al chiaro di luna ad interessanti rappresentazioni teatrali. Il lago di Fogliano è il più grande tra i laghi costieri della regione pontina, si estende su una superficie di circa 4 kmq all’interno del Borgo di Villa Fogliano e ha una profondità massima di circa 2/3 metri. Dal 1978 fa parte del territorio del Parco Nazionale del Circeo ed è classificato “zona umida di importanza...

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Lucrezia Borgia

Lucrezia Borgia  Una donna  fatale e dissoluta, appartenente ad una delle famiglie più importanti del Rinascimento romano Affascinante ed enigmatica, nel panorama del Rinascimento, la figura di Lucrezia Borgia spicca per la sua storia che spesso si intreccia alla leggenda, delineando il quadro di una figura traditrice e dedita al potere che, forse, non la rispecchia realmente. Figlia di Rodrigo Borgia, arcivescovo di Valencia, diventato Papa nel 1492 con il nome di Alessandro VI e di Vannozza Cattanei , Lucrezia Borgia fa il suo ingresso nella storia nell’anno 1480 all’interno di un contesto sociale che vedeva il territorio italiano pullulare di figli illegittimi nati da illustri nomi e prostituzione. Figlia del Papa, educata dalle suore del convento di San Sisto, famose per il loro rigore e disciplina, Lucrezia Borgia non giunge tuttavia a noi come il più alto esempio di donna devota, bensì per due caratteristiche che saranno probabilmente la sua condanna nel corso di tutta la vita: la bellezza ed il suo cognome. I capelli d’oro, gli occhi chiari, il volto da bambina, l’intelligenza con cui padroneggiava le lingue e la musica, l’eleganza nel portamento, fecero della figura di Lucrezia Borgia, uno strumento perfetto per le brame di conquista del Padre. Appena dodicenne, infatti, fu condotta nel palazzo di Santa Maria in Popolo, perché fosse vicina a Rodrigo Borgia e perché vi attendesse l’arrivo, per ben tre volte, dei suoi tre mariti. Il primo Giovanni Sforza, la prese in moglie quando ella aveva solo tredici anni. Nel 1497, grazie ad una bolla papale, il matrimonio venne annullato e l’interesse del Papa si spostò verso il regno di Napoli. Il secondo matrimonio, quello con Alfondo D’Aragona, portò Lucrezia a vivere un periodo felice che brutalmente terminò quando, appena ventenne, suo fratello Cesare Borgia pugnalò suo marito per agevolare un’alleanza con la Francia. Le terze nozze la videro sposare Alfonso D’Este, che la pianse sul suo letto di morte, nel 1519. Ma di questi anni che la vedranno sposa per tre volte, ciò che alla storia resta la figura di Lucrezia Borgia è la possibile complicità nell’omicidio del suo secondo marito. La presunta relazione con suo fratello e con suo padre. La sua abilità nella gestione del potere, che le valse l’appellativo di Papessa, quando, nell’estate del 1501, il Papa suo padre, la nominò sua vicaria, durante una sua assenza. A donare questo volto di lei alla storia saranno soprattutto le parole di Victor Hugo e di Doninzetti, che la descriveranno come una donna fatale e dissoluta, dimenticando quanto, nella storia, Lucrezia Borgia fu importante. Sia per la diplomazia e l’abilità politica che dimostrò nella corte del ducato di Ferrara quando suo marito,...

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Basilica di San Marco Evangelista

Basilica di San Marco Evangelista Sul fianco di Palazzo Venezia che guarda il Vittoriano, si trova la piazzetta di S. Marco dove, incorporata nel palazzo stesso, sorge la Basilica di San Marco Evangelista. La chiesa, conosciuta anche solo come San Marco, fu fondata nel 336 da papa Marco I in onore di S. Marco Evangelista, fu restaurata da Adriano I nel 792 e poi ricostruita da Gregorio IV nell’883. Tra il 1465 e il 1470 Paolo II la rinnovò completamente sia all’interno che all’esterno ed, infine, dal 1654 in poi, iniziò la trasformazione barocca ad opera del cardinale Angelo Maria Querini. La facciata di San Marco Evangelista a Roma venne eretta con il travertino prelevato dal Colosseo e dal teatro Marcello ed è costituita da un portico a tre arcate su semi-colonne con capitelli compositi e da una loggia con capitelli corinzi. La struttura, dal rigore classico, richiamava da vicino la perduta loggia delle Benedizioni della primitiva basilica vaticana, in costruzione in quegli stessi anni. Entrati nell’atrio, noterete dei frammenti architettonici e delle lapidi sepolcrali paleocristiani, delle colonnine dell’antico tabernacolo della chiesa, un’iscrizione dei lavori di Paolo II e la lapide funeraria di Vannozza Cattanei, morta nel 1518. Il portale è formato da un architrave a ghirlande con lo stemma di Paolo II e, nella lunetta, è presente un bassorilievo che raffigura S. Marco Evangelista. All’interno della basilica di San Marco Evangelista noterete le bifore di stampo gotico, le volte a crociera delle navate laterali ed il soffitto a cassettoni intagliati e dorati su fondo azzurro che, con quello di Santa Maria Maggiore, è l’unico ancora esistente a Roma d’età quattrocentesca. All’intervento del 1654-57 risalgono le decorazioni tra le finestre e gli affreschi della navata centrale. Le parti fatte restaurare dal cardinale Querini, invece, sono il presbiterio, l’altare maggiore e gli scranni del coro e, successivamente, le colonne in granito sostituite con quelle attuali in diaspro di Sicilia, la foderatura dei pilastri e i bassorilievi in stucco tra le arcate. Il pavimento seicentesco include riquadri di tipo cosmatesco; alle pareti della navata centrale, a sinistra, sono raffigurate storie di S. Marco papa alternate a rilievi in stucco. All’interno di San Marco Evangelista ci sono alcune opere d’arte davvero notevoli assolutamente da vedere. La prima è senz’altro la Tomba di Leonardo Pesaro realizzata da Antonio Canova nel 1796, monumento funebre dedicato al figlio, morto a soli sedici anni, dell’ultimo ambasciatore di Venezia che visse nel palazzo adiacente. Altra opera rilevante è lo splendido mosaico absidale raffigurante Cristo con i santi Felicissimo, Marco Evangelista, Marco papa, Agapito e Agnese. Il santo titolare della chiesa è raffigurato mentre presenta a Gesù il committente, il...

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Villa Strohl Fern

Villa Strohl Fern Nel cuore di Roma, venite a scoprire uno dei luoghi del Novecento artistico Con i suoi 8 ettari di estensione, la vicinanza a Villa Borghese da una parte e Valle Giulia e Villa Poniatowskji dall’altra, Villa Strohl Fern rappresenta di certo un luogo pieno di cultura e storia che non passa inosservato. Acquistata nel 1879 da Alfred Wilhelm Strohl, cittadino francese di origine alsaziana, fu dimora di questo personaggio eclettico per i successivi cinquant’anni. Musicista, pittore, artista, letterato, scultore e poeta. Fra le mura di Villa Strohl Fern, furono molti i nomi illustri che egli ospitò: Rainer Maria Rilke, Carlo Levi, Umberto Moggioli, Francesco Trombadori, Arturo Martini, Amedeo Bocchi, Anton Giulio Bragaglia, Bruno Barilli con le tre sorelle Braun, solo per citarne alcuni. Villa Strohl Fern possedeva un ampio recinto, aperto in tre cancelli di ferro battuto. Un ampio parco accoglieva al suo centro l’edificio principale, un giardino, con rosai disposti lungo il vialetto, e fontane con falsi stalattiti a simulare grotte naturali. Erano infine presenti un frutteto e un orto. Nel suo parco, Wilhelm Strohl, fece costruire un centinaio di atelier a lucernari che affittava ad artisti per un ridottissimo canone. E quando nel 1927 Strohl morì, lasciò in eredità allo Stato francese Villa Strohl Fern a patto che venisse utilizzata “per opere francesi di pubblica utilità, a condizione che siano conservate le mie opere di pittura e scultura, che siano pubblicati i miei manoscritti di prosa e poesia, che sia conservato l’aspetto paesaggistico della villa e siano rispettate le antiche alberature”. Sede del Liceo Chateaubriand dal 1957, Villa Strohl Fern è stata tuttavia abbandonata a se stessa ed al suo lento degrado a causa del tempo e dell’utilizzo da parte degli alunni. I giardini sono profondamente mutati nel corso del tempo. Le strutture un tempo dedicate agli artisti divenute fatiscenti. Malgrado molte siano state numerose le petizioni per la tutela e la conservazione del patrimonio paesaggistico e culturale di Villa Strohl Fern, nel corso del tempo, firmate da illustri nomi quali Alberto Moravia, Federico Fellini, Francesco Rosi, Pietro Davack e Renato Guttuso, solo intorno al 2005 e poi nel 2011, si è discusso ed approvato un primo piano di intervento per gli ambienti scolastici, volto a migliorare la struttura del Liceo al suo interno, abbattendo i lucernai antichi. Tuttavia non è stato ancora possibile attuare un serio e corretto piano di recupero volto a valorizzazione Villa Strohl Fern in quanto patrimonio di due stati e struttura dall’ altissimo valore culturale, storico, artistico, paesaggistico e sociale. Info: E’ possibile visitare la Villa, solamente in occasione di aperture...

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La città perduta di Monterano

Il feudo di Monterano Un’antica città perduta, set di pellicole cinematografiche  Nella zona della Tuscia romana, nel nord del Lazio, si trova la “città perduta” di Monterano, presso il comune di Canale Monterano è senz’altro una delle più famose e più belle da visitare. Monterano è situata all’interno della Riserva Naturale Monterano, istituita nel 1988 a tutela di uno degli angoli più rappresentativi ed intatti della Tuscia Romana, tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini; il borgo è di grande interesse storico-archeologico e sorge su di uno sperone tufaceo a circa 300 m s.l.m., fu sede di un abitato fin dell’età del bronzo e, dal VII secolo a.C., divenne un fiorente centro etrusco citato col nome di Manturanum e testimoniato dalle numerose tombe etrusche che occupano i poggi retrostanti. Dall’ XI secolo rientrò nei possedimenti dell’Abbazia di San Paolo di Roma, nel XIV sec. diventò feudo degli Anguillara per poi passare agli Orsini e, dal 1671 agli Altieri. Il massimo sviluppo di Monterano venne raggiunto tra il XVI e il XVII secolo ma poi, nel corso del 1700, il paese iniziò a spopolarsi prima a causa della malaria e poi, 1799, a causa delle devastazioni operate dalle truppe francesi dovute ad una disputa con gli abitanti di Tolfa. La popolazione residua si trasferì nel vicino borgo di Canale Monterano. Le suggestive rovine di Monterano Oggi, le suggestive rovine offrono al visitatore angoli di incomparabile fascino in cui ci si sente trasportati nel passato come in una macchina del tempo e ciò che colpisce è la presenza di monumenti costruiti in epoche diverse in un eccezionale connubio architettonico e paesaggistico. Si possono così ammirare costruzioni di epoca etrusca, come i numerosi sepolcri, accanto a manufatti di epoca romana come l’acquedotto, il Castello medievale o il convento rinascimentale di San Bonaventura ad opera di Bernini. L’edificio più imponente al centro di Monterano è il Castello o Fortezza Monteranese, risalente all’epoca vescovile ma che subì molte modifiche durante il Barocco. Nel 1679, per volere del Principe Altieri, Gian Lorenzo Bernini riprogettò la Fortezza trasformandola in un palazzo baronale, decorando la parete esterna su Piazza Lunga con una fontana sulla quale domina la statua di un leone, da cui il nome di Fontana del Leone. La città perduta di Monterano è così caratteristica da essere stata il set di quasi un centinaio di film a partire dagli anni cinquanta, tra cui Ben Hur, L’Armata Brancaleone, Il Marchese del Grillo, Guardie e Ladri e la serie TV La Freccia Nera e, ancora oggi, arrivano richieste d’uso che vengono vagliate dall’ente gestore della...

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I busti del Pincio

Scoprire le bellezze della nostra città: i busti del Pincio 228 volti che ci accompagnano nella nostra passeggiata lungo il colle dei giardini Fra tutti i giardini di Roma, quello del Pincio è senza alcun dubbio il più conosciuto e di certo tra i più belli. Situato tra piazza del Popolo, Villa Medici e il Muro Torto, attraverso via delle Magnolie il Pincio ci conduce direttamente a Villa Borghese. I giardini su questo colle vennero concepiti dall’amministrazione napoleonica, intorno al 1810, ma ciò che al suo interno si trova possiede una storia differente, e di certo più difficile. Parliamo dei busti del Pincio. 228 volti che da oltre un secolo si ergono nei viali del giardino, accompagnandoci in una passeggiata di cultura, ricca di storia… malgrado gli atti di vandalismo ed i successivi restauri che cercano di porre rimedio al danno commesso. Origini dei busti Ma le loro vicissitudini travagliate hanno origine ancor più antica. I busti del Pincio, infatti, furono ideati da Giuseppe Mazzini, Triunviro della Repubblica Romana, al fine di ornare i viali del colle di tutte quelle figure che avrebbero mostrato ai visitatori i volti più illustri degli italiani nel corso della storia. Una simile idea patriottica fu subito approvata e vide un fondo di oltre 10.000 lire per la realizzazione di tali opere. Il lavoro sui busti del Pincio, tuttavia, terminò troppo tardi, quando la Repubblica ormai finita, aveva ceduto il posto al potere del Vaticano. E fu proprio la chiesa a rinchiudere in un magazzino tutti gli illustri volti realizzati in marmo, giustificando il proprio gesto con la volontà di non voler mostrare molti di quei nomi che un tempo crearono scompiglio nella nazione. Fu così che solo fra il 1851 ed il 1852 alcuni dei busti del Pincio fecero la loro apparizione. Alfieri, Canova, Tiziano, Palladio, erano fra di essi. Ma occorsero diversi anni prima che i volti di Savonarola, Caio Gracco o Pietro Colletta poterono essere prelevati e disposti sulle vie del Pincio. Eppure, anche in quest’occasione, alcuni di essi subirono cambiamenti a dir poco radicali. Grazie all’intervento dello scultore Sarrocchi, il Gattamelata divenne Orazio; Leopardi divenne Zeusi, così come Macchiavelli divenne Archimede. Affinché i sentimenti di ‘ribellione’ che un tempo quei nomi potevano suscitare, così mutati, sarebbero stati accolti differentemente. E si mostrano ancora a noi, nella loro storia difficile, i busti del Pincio così concepiti. Alcuni illustri e riconoscibili, altri mutati nell’aspetto, altri ancora, come quello di Alfieri, realizzati appositamente in un periodo successivo rispetto agli altri. Eppure, ancora oggi, sembrano essere vittime dei pensieri delle persone. Con i loro nasi rotti, la vernice scura sul loro marmo bianco, i busti del...

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La Chiesa di San Salvatore in Lauro

Dall’anno 1000 ad oggi, la Chiesa di san Salvatore in Lauro Intorno all’anno mille, per volere di un piccolo ordine di frati, sorse vicino alle rive del Tevere, una modesta costruzione: la chiesa di San Salvatore in Lauro. Avvolta tutt’intorno da una folta vegetazione e da un boschetto di allori, le prime notizie certe di questa costruzione ci giungono intorno al 1177. Fu solo in questo periodo infatti che i Celestini, frati devoti di San Giorgio in Alga, poterono, dopo alcune razzie dei barbari, ricostruire ed ampliare la chiesa, per mantenerla in loro possesso per più di duecento anni. Quando nel 1668 il loro ordine venne sospeso, la chiesa di San Salvatore in Lauro passò in mano all’ordine monastico devoto al Pio Sodalizio dei Piceni, che vi istituì il culto della Madonna di Loreto. Dal 1899, pertanto, la chiesa di San Salvatore in Lauro, modificò il proprio nome in Pio Sodalizio dei Piceni, tuttavia, nonostante questo nuovo nome, il popolo di Roma proseguì, allora come oggi, a chiamare il Santuario con la sua antica denominazione: San Salvatore in Lauro. Al numero 15 dell’omonima piazza troviamo un prezioso portale ligneo intagliato e recante teste di cherubini scolpite da Camillo Rusconi nel 1734. Quello è l’ingresso della chiesa. Qui, vacando il bellissimo portone, si presenta a noi un primo chiostro rinascimentale, con due ordini di arcate. Mentre sul lato sinistro della struttura è ancora possibile accedere ad un secondo chiostro di origine quattrocentesca, rimasti entrambi visibili dopo l’incendio del 1591. Tramite questo secondo cortile è possibile raggiungere le stanze del refettorio e della sala capitolare dove si svolgevano le principali attività del convento. Al centro del piccolo cortile della chiesa di San Salvatore in Lauro troviamo una fontana dalle modeste dimensioni, di forma rotonda, circondata da piante, presenza opere d’arte cinquecentesche fra le quali il rilievo rappresentante la liberazione di San Pietro di Vincenzo De Rossi. Addentrandosi nel silenzio del convento, poi, nel refettorio, ci viene mostrato l’affresco di Francesco Salviati che raffigura le Nozze di Cana del 1550. Quest’opera, così come quella presente nel chiostro, sopravvissero all’incendio del 1591 e si mostrano ancora a noi in tutta la loro bellezza. Uscendo, infine, val la pena soffermarsi sul monumento funebre dedicato a papa Eugenio IV Condulmer, attribuito allo scultore toscano Isaia da Pisa e proveniente dall’antica basilica di San Pietro. La chiesa è aperta tutti i giorni con il seguente orario 9.00 / 12.00 – 15.00 / 19.00. Se visitate il sito grazie al Virtual Tour potete scoprire in anteprima l’architettura e le opere d’arte della...

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La Paninoteca Borgo 139

Borgo 139: panini 100% made in Italy Nel quartiere storico di Borgo Pio, a pochi passi dalla solennità del Vaticano, si trova un locale piccolo negli spazi ma ricco di qualità gastronomica e tradizione italiana: Borgo 139. Il profumo del pane caldo s’insinua nelle strade, ci chiama e ci invita ad entrare nel locale. L’insegna è inconfondibile e l’odore che ci accoglie ci invoglia a saperne di più e si fonde con materie prime di qualità che compongono le farciture, molte a marchio DOP e IGP, permettendo a Borgo 139 la creazione di panini eccezionali, in grado di rispondere al gusto dei palati più intransigenti e dai nomi delle città italiane cui gli ingredienti provengono. Nel menù di Borgo 139 troviamo così panini come quello di Tropea con tonno, tartare di cipolla rossa di Tropea, pomodoro fresco e rucola oppure il Capri con mozzarella di bufala, pomodoro, salsa al basilico e rucola . E che dire del Sondrio con bresaola, scaglie di parmigiano, pomodori freschi e rucola? Ogni panino possiede un proprio posto sul muro ed una scheda con gli ingredienti che lo compongono, tutti freschi ed esposti dietro le vetrate del bancone. Ovviamente Borgo 139 non dimentica le esigenze di chi, vegetariano, vuole assaggiare la fragranza di un buon panino. Ecco perché sono presenti nel menù, sia tra la scelta dei panini, sia per insalate, paste fresche, frozen yogurt o dolci artigianali, valide alternative. Nato dalla passione per la cucina di due amiche, Irene e Barbara, Borgo 139 è un esempio di qualità all’interno di uno dei quartieri più turistici di Roma, che rende importante la tradizione italiana e ne consente un assaggio a tutti. Romani e non. Per conoscere gli orari e tutti i panini di Borgo 139 visitate il...

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Una gita a Collalto Sabino

Una gita a Collalto Sabino Un borgo della Sabina che offre al turista diversi luoghi da visitare e tantissime manifestazioni popolari In mezzo ai folti boschi della verde Sabina, arroccato a circa 1000 m di altezza, si trova il paesino di Collalto Sabino in provincia di Rieti. Il suo nome deriva dalla collocazione sul colle omonimo (Collis Altus) e indica anche i suoi primi signori, o domini, che diedero origine alla baronia, i Collalto. Buona parte delle tradizioni popolari di Collalto Sabino è costituita da manifestazioni di religiosità popolare che conservano ancora oggi un fascino particolare, con appuntamenti annuali che rendono particolarmente suggestivo il centro storico. Vi segnaliamo il 13 giugno la Festa di Sant’Antonio da Padova e il 3 settembre la festa patronale di San Gregorio Magno Papa. Molto caratteristiche anche le feste della Vendemmia con le cantine del borgo, allestita nelle antiche cantine del centro storico a ottobre, o la Festa dei Briganti in costumi d’epoca, entrambe manifestazioni enogastronomiche in cui potrete gustare anche i piatti tipici di Collalto Sabino, come gli gnocchetti di farina di grano e granturco, la zuppa di fave e la pizza ‘de ‘nfrasco’, cotta sotto la brace. Un po’ di storia: La storia di Collalto Sabino risale all’antichità, all’epoca dei Longobardi che, nell’Italia centro-meridionale, detenevano i ducati di Spoleto e Benevento, periodo a cui risale anche la distruzione del villaggio di Carseoli che sorgeva dove attualmente si trova Collalto; nel X secolo l’area divenne sede di un gastaldato e nell’XI divenne proprietà dell’Abbazia di Farfa che vi stabilì un proprio monastero benedettino. Successivamente l’Abbazia cedette il borgo alla nobile famiglia dei Marsi. Nel secolo XIII il borgo venne ceduto da Carlo d’Angiò al Vaticano per poi passare, nel secolo XVI, alle casate dei Savelli, dei Soderini e dei Barberini fino a che, nel 1861, fu assalito e saccheggiato da bande di reazionari borbonici. Cosa visitare: In seguito a delle scorrerie saracene, gli abitanti costruirono una primitiva torre di difesa attorno alla quale si costituì il moderno centro abitato di Collalto Sabino. Il monumento principale da visitare è, infatti, il Castello baronale di origine medievale, con torri e cortine merlate, rielaborato nel XV-XVI secolo ad opera del barone Alfonso Soderini che, oltre al palazzo, fece rimaneggiare anche la rocca per trasformarla in fortezza. All’interno del Castello c’è un ampio parco con un antico pozzo e, sulla sommità, il maschio dal quale si gode di un vasto panorama in cui lo sguardo può spaziare dal Gran Sasso al Terminillo e alla Maiella. Sempre al XV secolo risale la cinta muraria che racchiude le antiche case di pietra del centro, caratterizzato da stretti vicoli in selciato in cui si possono ammirare gli splendidi portali in pietra delle abitazioni, capaci di riportare...

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Viaggio nel foro di Augusto 2000 anni dopo

Foro di Augusto 2000 anni dopo Un viaggio in 3D per rivivere l’epoca di Augusto  Nel silenzio del tempo che scorre, nella staticità di pietre e strade antiche. Nell’immobilità di storie narrate duemila anni fa, una nuova luce viene proiettata su un palcoscenico d’eccezione, pronta a raccontare ciò che accadde in quel tempo nella Capitale. E’ la storia di Augusto che scorre nuovamente dinanzi gli occhi degli spettatori ed attraverso la città di Roma. Inaugurato il 22 aprile 2014, il viaggio nel Foro di Augusto 2000 anni dopo, viene riproposto anche quest’anno dal 25 Aprile al 1 Novembre 2015. Il progetto, che rientra nelle celebrazioni per il Bimillenario della morte dell’Imperatore, ha come tema importante la figura di Augusto non solo in quanto conquistatore di nuovi regni, ma anche come apportatore di ricchezze culturali ed artistiche. Il viaggio nel Foro di Augusto 2000 anni dopo ci consente così di assistere ad uno spettacolo unico nel suo genere poiché in grado di illustrare in modo puntuale il sito archeologico situato lungo Via dei Fori Imperiali partendo da pietre, frammenti e colonne presenti. Gli spettatori, accompagnati dalla voce di Piero Angela, hanno la possibilità di vedere con i loro occhi una ricostruzione storica e scientifica di grande valore di quei luoghi così come si presentavano all’epoca di Augusto. Grazie ad appositi sistemi audio con cuffie gli spettatori possono ascoltare la musica, gli effetti speciali e il racconto in 6 lingue differenti. Il viaggio nel Foro di Augusto 2000 anni dopo, utilizzando in modo creativo i resti del Foro stesso, vuole quindi narrare e celebrare la figura di questo imperatore, la cui gigantesca statua dominava l’area accanto al tempio. Con Augusto nasce l’età imperiale, epoca di grande ascesa per Roma che, nel giro di un secolo, ha portato la capitale a regnare su un impero esteso dall’attuale Inghilterra sino ai confini con l’attuale Iraq. Il Foro di Augusto 2000 anni dopo è quindi un’occasione anche per raccontare la storia non solo relativa all’espansione territoriale dell’impero, ma anche riguardante la civiltà romana e la sua crescita culturale, tecnologica, giuridica ed ovviamente artistica grazie ai resti di anfiteatri, terme, biblioteche, templi, strade che sono giunti sino a noi. Capitale dell’economia, del diritto, del potere e del divertimento, Roma rappresentò la culla della civiltà in quel periodo e dopo di esso, e di Augusto, molti altri imperatori lasciarono la loro traccia nei Fori Imperiali. L’iniziativa Foro di Augusto 2000 anni dopo ci mostra così il segno della grandezza di questa metropoli in espansione, che ancora oggi ci stupisce con il suo fascino antico e sempre nuovo . Info & Ticket: Per maggiori informazioni su biglietti ed orari consulta il...

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La Fontana dei Libri | Roma

Trait d’union di arte, leggenda e cultura: la Fontana dei Libri Se vi state chiedendo, quale può essere un monumento che unisce arte, leggenda e cultura, noi vi diamo la risposta. E’ la Fontana dei Libri del rione Sant’Eustachio a Roma. Sin dal Medioevo, per indicare le varie zone del centro storico di Roma, si è utilizzata una suddivisione, modificata più volte nel corso dei secoli: i rioni. Dagli anni ’20 del Novecento i rioni, che avevano sempre avuto un valore simbolico nelle vicende del popolo romano, sono diventati in totale ventidue, ognuno identificato con un diverso nome e un numero romano. Proprio in quegli anni, più precisamente nel 1927, l’amministrazione comunale commissionò al giovane architetto Pietro Lombardi, già vincitore del concorso per la fontana di Monte Testaccio, la realizzazione di una serie di fontane moderne, aventi per soggetto alcuni rioni di Roma. Poiché ogni rione ha un simbolo che lo rappresenta, raffigurato anche sulle bandiere rionali, è proprio a questi simboli o stemmi che si ispirò il Lombardi nella progettazione delle fontane. Nel rione VIII di Sant’Eustachio, che ha come simbolo un cervo, l’architetto romano fece costruire la Fontana dei Libri che si trova in via degli Staderari, (già via dell’Università, grazie alla vicinanza con l’università La Sapienza), nome che ricorda gli antichi fabbricanti di stadere e bilance un tempo esistenti in questa zona e che racchiude gli elementi più simbolici del rione. La Fontana dei Libri, costituita interamente in travertino, è situata dentro una nicchia incorniciata da un arco a tutto sesto con l’iscrizione S.P.Q.R. e presenta una testa di cervo fra quattro libri antichi, due per ciascun lato e collocati su due mensole laterali di marmo, mentre l’acqua fuoriesce da due cannelle a forma di segnalibro e cade in parte nella sottostante vasca semicircolare ed in parte direttamente sul selciato. Simbolicamente, tutti gli elementi presenti nella Fontana dei Libri hanno un significato ben preciso nella storia del rione. Il cervo, ad esempio, si trova anche sul timpano della Chiesa di Sant’Eustachio e ricorda l’evento della conversione al Cristianesimo di Eustachio, generale romano, a cui apparve un cervo con una croce luminosa fra le corna. I libri, d’altro canto, rappresentano l’antica Università della Sapienza che si trova nel palazzo a cui è addossata la fontanella. Una piccola curiosità che noterete osservando il centro della fontana: in verticale vi è incisa l’indicazione del nome del rione e, in orizzontale, il relativo riferimento numerico ma con un errore, infatti Sant’Eustachio corrisponde al Rione VIII mentre nel travertino risulta chiaramente indicato come Rione IV. Tips: Se decidete di proseguire il giro di tutte le originalissime fontane progettate da Lombardi negli altri rioni, vi segnaliamo: la Fontana...

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Via Arco dei Banchi a Roma

Via Arco dei Banchi a Roma, nella zona del Santo Spirito Per riscoprire insieme una zona di Roma che ha in gran parte mantenuto la sua struttura, ma che non appartiene ai percorsi turistici più rinomati, parliamo oggi di via Arco dei Banchi in zona Santo Spirito, a Roma. Nel XV secolo la Basilica di S. Pietro divenne il centro politico, morale e religioso di Roma, determinando un cambio di orientamento del sistema viario verso Ponte Sant’Angelo, l’unico che unisse la città di Roma al Vaticano. Via Arco dei Banchi è una traversa di via del Banco di S. Spirito ed il nome di “banchi”, esteso alla zona che comprende anche via dei Banchi Vecchi, si riferisce ai banchi dove negozianti, banchieri, notai, scrivani e mercanti di ogni tipo esercitavano i loro affari, sfruttando la vicinanza a S. Pietro. Via del Banco di S. Spirito era anche detta “Canale di Ponte”: il nome deriva forse dal fatto che la gran massa di pellegrini provenienti dalle vie circostanti si “incanalava” in questo stretto tratto di strada per attraversare ponte Sant’ Angelo e recarsi in San Pietro o, più probabilmente, a causa delle inondazioni del Tevere che appena aumentava di livello invadeva immediatamente questo breve tragitto. All’inizio dell’arco che dà il nome a via Arco dei Banchi, in basso a sinistra, è incassata una pietra sulla quale, a caratteri semigotici, è visibile un’ iscrizione che ricorda la piena del Tevere del 1277. Il livello raggiunto dalle acque è segnato da una linea incisa che divide l’epigrafe in due parti ed è il più antico ricordo delle inondazioni tiberine. Originariamente l’iscrizione era murata sulla facciata della primitiva chiesa dei Ss. Celso e Giuliano, che venne demolita e successivamente ricostruita per ben due volte proprio a causa dei continui allagamenti del “Canale di Ponte”. Nel Cinquecento, sotto l’arco, era presente una scultura molto venerata della Vergine che fu, in seguito, asportata e poi rimpiazzata nell’Ottocento da un grande quadro ad olio, sempre raffigurante la Madonna. La via prese il nome di “Banchi Nuovi” quando, per volere di Papa Giulio II, il trasferimento della Zecca Pontificia da Palazzo Sforza Cesarini al palazzo del Banco di S. Spirito – adattato appositamente dal Bramante – indusse i banchieri ad aprire i loro uffici di cambio in questo tratto di strada. Nel 1541 la zecca fu trasferita altrove e l’edificio rimase inutilizzato ma conservò il nome di “Zecca vecchia”. Via Arco dei Banchi oggi è un breve tratto a ridosso di Corso Vittorio, rimasto pressoché immutato, ma che non evoca più la magnificenza dell’epoca rinascimentale e, soprattutto, la vivacità dell’attività commerciale che qui vi veniva praticata perfino da personalità importanti come quella di Agostino Chigi...

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Boville Ernica

Boville Ernica in provincia di Frosinone La cittadina di Boville Ernica in provincia di Frosinone è adagiata su una collina di circa 450 m s.l.m. e domina la valle del fiume Liri e del fiume Sacco, nella zona della Ciociaria. Il nome Boville Ernica deriva dall’antica cittadina volsca o osco-sannitica, e poi romana, di Bovillae, così chiamata perché vi si praticava il culto del dio Bove (Bovis Villae = città del bove), testimoniato da alcuni ritrovamenti archeologici di statuette votive raffiguranti un bue. L’aggettivo Ernica è stato assunto solo nel 1907 in occasione del cambio di nome del paese, che precedentemente si chiamava Bauco, per distinguere il comune da un altro omonimo presente nel Lazio. Boville Ernica ha origine in epoca pre-romana, come attestato da alcuni rinvenimenti archeologici, dalle mura pelasgiche e dalla cinta muraria medievale difesa da ben 18 torri (alternate tonde e quadrate) ancora oggi totalmente in piedi e attorno alle quali è possibile compiere una passeggiata con vista sul paesaggio delle colline ciociare. Il patrimonio monumentale e artistico di Boville Ernica è costituito inoltre dai palazzi rinascimentali delle famiglie gentilizie che vi hanno abitato e dalle sue chiese; nel 1564 i signori locali cedettero i loro diritti ad uno di loro, Desiderio De Angelis, che governò per 18 anni finché questa specie di stato autonomo non fu soppresso, nel 1582, da Gregorio XIII. Cosa Visitare: Percorrendo la circonvallazione panoramica si entra nell’abitato e si raggiunge la piazza principale, piazza Sant’Angelo, dove sorge la chiesa omonima, della seconda metà del XVIII secolo. Uscendo dalla piazza si arriva al Castello Filonardi, costruzione anch’essa medievale ma trasformata nel ‘500; nella piazza S. Pietro, che costituisce il cortile del castello, si trova un portale rinascimentale e la chiesetta di S. Pietro Ispano di origine romanica, in cui si conservano un sarcofago paleocristiano, due reliquiari del Santo e di Santa Lucia, la cappella gentilizia Simoncelli, un bassorilievo del Sansovino ed un eccezionale mosaico di Giotto. Prodotti tipici: Il prodotto tipico del borgo è l’olio extra vergine d’oliva, non a caso uno degli ingredienti principali utilizzati nei piatti tipici di Boville Ernica come la polenta con verdure o con salsicce e fagioli, o il timballo alla baucana, che in questo borgo viene preparato in modo...

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La Chiesa di Santa Passera

La Chiesa di Santa Passera a Via della Magliana Le Chiese di Roma sono sicuramente una delle mete preferite dai turisti di tutto il mondo perché, anche la più piccola di esse, che si trovi al centro o in periferia, può contenere un piccolo tesoro artistico, un’opera d’arte famosa, una statua o un affresco di inestimabile valore. Tra le tantissime chiese presenti a Roma oggi vi segnaliamo la chiesa di Santa Passera, nel quartiere Portuense. Tra via della Magliana e la riva destra del fiume Tevere, proprio di fronte alla Basilica di San Paolo fuori le mura, sorge la chiesa di Santa Passera, già esistente intorno al sec. VIII d. C. e ampliata nel XIII. La chiesa era originariamente intitolata ai santi egiziani Ciro e Giovanni, decapitati nel 303 durante le persecuzioni di Diocleziano. Nel Medioevo, a partire dall’XI secolo, il suo nome si è via via trasformato in Abbas Cirus, Appaciro, Pacero, Pacera e infine Passera: di fatto questa santa non è mai esistita realmente. La chiesa di Santa Passera, innestata su un sepolcro romano, è un edificio a pianta rettangolare ad un’unica navata absidata e con soffitto ligneo, costituita da tre parti sovrapposte: l’attuale chiesa visibile dall’esterno, una cripta-oratorio ed, infine, una tomba ipogea probabilmente romana. Si accede alla facciata della chiesa tramite una doppia rampa di scale, il portale è semplice con sopra una finestra con grata in pietra e motivi geometrici. All’interno della chiesa sono conservati i resti di affreschi ormai quasi totalmente scomparsi raffiguranti santi, Cristo tra i Ss. Giovanni Evangelista, Pietro, Paolo e Giovanni Battista, Cristo tra i Ss. Ciro e Giovanni e una Madonna col Bambino; l’abside della chiesetta si affaccia su via della Magliana ed ha mensoline in marmo a motivi vegetali ed una bifora murata. Dalla sagrestia si scende nella cripta, forse la chiesa originaria dell’VIII secolo, dove furono collocati i corpi dei due martiri ed in cui è presente un architrave con questi versi: Corpora Sancti Cyri renitent hic atque Joannis / Quae quondam Romae dedit Alexandria Magna (“Qui risplendono i santi corpi di Ciro e Giovanni che un giorno la grande Alessandria dette a Roma”). Nell’ipogeo, interrato dopo il 1706 e riscoperto solo nel 1904, l’antica decorazione pittorica risulta quasi completamente perduta a causa delle innumerevoli piene del Tevere ma anche per le incursioni di quanti, nel tempo, hanno cercato di trafugare le reliquie dei martiri. Esempio di stratificazione e riutilizzo di monumenti più antichi, la chiesa di Santa Passera rimane una delle più importanti testimonianze architettoniche del passato nella periferia...

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Acquedotto dell’Acqua Vergine

Acquedotto dell’Acqua Vergine A Roma lungo un percorso sotterraneo, di quasi 14.105 passi, si estende l’acquedotto dell’Acqua Vergine. Voluto da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, che lo inaugurò il 9 giugno del 19 a.C. per alimentare la nuova zona di Campo Marzio, esso ancora oggi alimenta quasi tutte le più imponenti fontane del centro di Roma: Piazza Navona, Barcaccia, Terrina e, ovviamente , la Fontana di Trevi. Per tale motivo l’acquedotto dell’Acqua Vergine è conosciuto oggigiorno come l’unico acquedotto romano ad essere funzionante, ancora dopo venti secoli. Secondo Frontino il nome sarebbe stato dato dallo stesso Agrippa in ricordo di una fanciulla (virgo) che avrebbe indicato ai suoi soldati assetati le sorgenti. Largo circa 1,50 metri e supportato da opere in cemento e reticolato di sostegno nei punti ritenuti più critici, il tracciato d’acqua dell’Acquedotto Acqua Vergine è percorribile in barca, soprattutto per le ispezioni ed i controlli relativi al suo funzionamento. Composto da una serie di cunicoli scavati trasversalmente su di un terreno calcareo che ne permetteva una maggior purezza e freschezza senza troppi interventi di manutenzione, i rivoli di acque sorgive, attraverso il terreno poroso ed impermeabile, venivano convogliati verso un canale principale. Confluite in un bacino artificiale in calcestruzzo, oggi interrato, l’ acquedotto dell’Acqua Vergine possiede una portata pari a 1.202 litri al secondo. Tale quantità consentiva per la maggior parte, nell’epoca in cui fu costruito, l’erogazione e l’approvvigionamento idrico della parte settentrionale della città e dei punti più distanti dal centro. Una restante parte veniva riversata per alimentare le opere pubbliche ed un’ultima veniva convogliata all’indirizzo della casa imperiale e di altri utenti privati. Vicino al Pantheon, infatti, l’ acquedotto dell’Acqua Vergine terminava il proprio corso, distribuendo l’acqua ai numerosi monumenti creati da Agrippa, non ultime le Terme che portavano il suo nome. Gli interventi nel tempo Nel corso del tempo l’ acquedotto dell’Acqua Vergine ha subito numerosi interventi di manutenzione, di restauro e di parziale rifacimento. I primi lavori furono svolti fra il 37 ed il 46 d.C. da parte di Tiberio prima e Claudio poi, andando a ripristinare i mattoni componenti gli archi di travertino nell’area urbana, e di Costantino. Malgrado la distruzione subita da parte dei Goti di alcune delle sue parti acquedotto dell’Acqua Vergine non perse mai la sua importanza e venne spesso fatto ripristinare proprio per il valore che possedeva per l’alimentazione idrica della città. Lavori di consolidamento importanti furono infine portati avanti da Papa Adriano I, che intorno al 700, lo restaurò nuovamente e ne arricchì lo splendore, andando ad aggiungere, nell’attuale via del Corso, un’ulteriore...

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Castel di Tora | Rieti

Il borgo di Castel di Tora Il lago del Turano, o lago di Posticciola, si trova in provincia di Rieti ed è un lago artificiale creato sbarrando il fiume Turano con una diga costruita nel 1938 ed alta circa 70 metri. Parte delle acque del lago del Turano sfociano in quelle del lago del Salto, altro bacino artificiale confinante, attraverso una galleria. Le pittoresche rive dei due laghi sono divenute meta delle gite di molti romani nei fine settimana. Oggi vi parliamo di uno dei paesi affacciati sul lago del Turano, Castel di Tora, che sorge sulle sponde nord-orientali di questo specchio d’acqua. Fino al 1864 questo paesino prendeva il nome di Castelvecchio (i suoi abitanti si chiamano ancora “castelvecchiesi”) mentre la denominazione odierna, come quello del vicino Colle di Tora, ricorderebbe l’antica città sabino-romana di Thora o Civitas Torensis, a cui alcuni studiosi ricollegano vari ritrovamenti archeologici verificatisi nella zona. Castel di Tora è un villaggio dall’aspetto medievale arrampicato su un’altura e dominato da un antico castello, costruito intorno all’anno Mille, di cui si conserva solo la torre pentagonale, un tempo maschio della fortificazione. Passeggiando attraverso le viuzze non potrete non notare quanto sia curato e ben tenuto tutto il borgo. Tra i principali monumenti da visitare c’è la Chiesa barocca di S. Giovanni Evangelista, all’interno della quale è custodita una Madonna col Bambino e i Ss. Giovanni Evangelista e Anatolia, pregevole tela cinquecentesca. Anche il Santuario di Santa Anatolia, patrona di Castel di Tora, che nel 250 a. C. venne martirizzata proprio su di una collina nei pressi del borgo. Visita al borgo Vi consigliamo di lasciare la vostra auto all’ingresso del paese dove c’è un ampio parcheggio e di arrivare al centro a piedi. Una volta arrivati al centro noterete la Fontana del Tritone, datata 1898, dalla quale potrete godere di un bellissimo affaccio sul lago e scattare tante suggestive fotografie. Se vi fermate anche per pranzo, sappiate che ci sono vari ristoranti piuttosto buoni, alcuni dei quali affacciati direttamente sul lago; vi consigliamo anche di assaggiare i due piatti tipici di Castel di Tora, polenta e strigliozzi, che vengono celebrati nel corso delle due feste locali principali: la Festa del polentone, nella prima domenica di Quaresima, cotto nel calderone e condito con sugo magro di baccalà, aringhe, tonno e alici, e la Sagra degli strigliozzi, l’ultima domenica di settembre, una sorta di maccheroni fatti a mano. Nei dintorni di Castel di Tora si trova Antuni, uno dei borghi più belli abbandonati nel...

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Antica Spezieria di Santa Maria della Scala

La prima vera farmacia della capitale Situata al primo piano del Convento dei Carmelitani Scalzi, annesso alla Chiesa di Santa Maria della Scala, nella zona di Trastevere, esiste un luogo antico e prezioso. Quella che può essere considerata la prima vera farmacia della capitale: L’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala. Costruita in origine per rispondere alle necessità degli stessi frati carmelitani, dediti alla coltivazione di piante medicinali, l’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala divenne nel corso del tempo così importante da essere considerata punto di riferimento per cardinali, principi e per gli stessi medici dei pontefici, tanto da ottenere l’appellativo di “farmacia dei papi”. Pronta a rispondere alle esigenze dei suoi clienti l’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala, si è occupata di fornire a prezzi modici, medicinali genuini poiché prodotti da erbe lavorate in loco attraverso un accurato studio delle stesse. Tali medicinali erano volti a curare le malattie delle prime vie respiratorie, i dolori reumatici o le allergie, sin’anche all’utilizzo del primo disinfettante: l’acqua della Samaritana. L’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala: la struttura I suoi locali, comprensivi di un ambulatorio gratuito, sono rimasti aperti sino al 1978. Dato il lavoro altamente scientifico che avveniva nei laboratori dell’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala, ci sembra obbligatorio parlare anzitutto del laboratorio galenico che si trova al suo interno. Frantoi originari, mortai ed alambicchi di distillazione, insieme a vasi, bilance, maioliche pregiate, formano il quadro di questo luogo dove gli armadi riportano immagini dipinte dei padri della medicina come Ippocrate, Galeno, Avicenna, Mitridate e Andromaco. Risalente al settecento l’arredamento, le scaffalature, le vetrine e il bancone, ci si presentano in tutto il loro splendore passato. Nel retrobottega, inoltre, possiamo scoprire , risalente all’ottocento, un laboratorio liquoristico ed un ambiente che fungeva da biblioteca, studio medico e magazzino. L’ Antica Spezieria di Santa Maria della Scala, è anche adorna di vari cimeli di grande importanza: come il Trattato delli semplici, un rarissimo erbario attribuito a fra’ Basilio,farmacista del settecento, contenente l’elenco di tutte le erbe utilizzate nella farmacia, conservandone un esempio essiccato nella pagina corrispondente. Oppure il Vaso della theriaca, un farmaco messo a punto da Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, per lo studio di un antidoto contro i veleni. La Speziera, rappresenta quindi una passeggiata nel passato, volta a scoprire la vita reale di Roma. Le attività di ogni giorno. La semplicità di un tesoro così prezioso che è giunto fino al nostro tempo. Info: La Spezieria si trova in Via della Scala 23, nel Rione...

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Migliori Ristoranti Bio a Roma

Migliori Ristoranti Bio a Roma Cosa si intende quando si parla di Bio? Strano a dirsi ma quelli che dovrebbero essere i prodotti provenienti dalla terra, naturali e genuini, che un tempo trovavamo “normalmente” in qualsiasi mercato o supermercato, oggi costituiscono una categoria a parte, quella dei prodotti Bio. Frutta, verdura, carne, pesce o qualunque altro prodotto non OGM (Organismo Geneticamente Modificato) che sia stato coltivato o allevato senza l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi, come fertilizzanti ed insetticidi, oggi, oltre ad essere diventato di difficile reperibilità, costa anche leggermente di più. Per accontentare quindi la sempre più frequente domanda dei prodotti biologici o Kilometro 0, tantissimi locali hanno ampliato l’offerta di loro menù; noi abbiamo scelto per voi alcuni dei migliori Ristoranti Bio a Roma! Tra i migliori ristoranti bio a Roma potete provare Arancia Blu, che offre cibi stagionali vegetariani e vegani di produzione propria, incluse le birre artigianali, oppure Il Geco Biondo, locale bio-vegetariano che presenta un menù composto da piatti semplici con prodotti di provenienza italiana acquistati da aziende agricole locali di fiducia. Fa parte dei migliori ristoranti bio a Roma anche Zenzero, che predilige prodotti locali, soprattutto di mare, con particolare attenzione agli alimenti senza glutine per celiaci, incluse le creative ed originali pizze-bio, oppure Hostaria Luce dove il menù promette piatti mediterranei e regionali basati su materia prima attentamente selezionata. Potete provare il ristorante Gaia Bio che offre una cucina fatta esclusivamente di prodotti naturali e biologici, con piatti vegetariani, vegani, etnici e crudisti ma anche pizza preparata con farina di kamut e di farro. Da Biogusto potete assaggiare piatti a base di pesce fresco a prezzi concorrenziali e menù dedicati anche ai più piccoli, se invece cercate tra i ristoranti bio a Roma un posto che prepari i piatti tipici della tradizione culinaria romana, potete recarvi da Biosteria Saltatempo. Al contrario, per i più raffinati, a pochi passi da Piazza Navona, si trova La Baguetterie de les Affiches, bistrot ispirato alla Parigi degli anni ’30 che propone pane fatto in casa, dolci ed una vasta scelta di bevande biologiche. Ora non vi resta che scegliere dove andare a mangiare...

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Meridiana di Augusto | Roma

Cos’è la Meridiana di Augusto? Sin dall’antichità le persone hanno avuto bisogno di calcolare il tempo ed il suo scorrere. Il metodo più comune risulta quindi essere quello degli orologi solari, più comunemente chiamate meridiane. Strumenti semplici da cui si desume l’ora e non solo, riescono a funzionare grazie ad un’ asta che ha lo scopo di generare un’ombra, la quale si proietta su uno sfondo, chiamato quadrante, possiede delle linee distinte da cui si ricava l’ora. Questi due strumenti una volta tracciate le linee sul quadrante e uniti con calcoli precisi danno vita alla meridiana. La più grande meridiana del mondo antico si trovava in Campo Marzio e prese nome dall’imperatore che la fece edificare: Orologio di Augusto, conosciuto anche come Horologium Augusti, o, appunto Meridiana di Augusto. Meridiana di Augusto, la storia Ciò che rende unica la Meridiana di Augusto, rispetto al altri orologi pur presenti a Roma, oltre alla sua dimensione, era la precisione che possedeva. Tre anni prima della sua realizzazione, Augusto aveva ereditato da Lepido la carica di Pontefice Massimo e tra i compiti di questo magistrato c’era quello di sovrintendere al calendario. Nell’espletamento di questo incarico Ottaviano corresse la riforma del calendario attuata da Giulio Cesare e che era stata applicata in maniera erronea (un anno bisestile ogni tre, invece che ogni quattro anni). In ricordo della riforma gli venne dedicato un mese, Sestilius, che divenne Augustus, e la sua lunghezza fu portata a 31 giorni, determinando la irregolare distribuzione di mesi lunghi e brevi che ancora abbiamo. L’obelisco della Meridiana di Augusto, realizzato originariamente all’epoca del faraone Psammetico II (595-589 a.C.), era collocato nella città di Heliopolis in Egitto e fu condotto a Roma nel 10 d.C. da Augusto e collocato come gnomone in Campo Marzio. La Meridiana di Augusto, costituita da una linea di bronzo incastonata su delle lastre di travertino e lunga circa 75 metri, possedeva ai lati iscrizioni bronzee in greco e segni zodiacali, realizzando così un preciso calendario solare sfruttando la diversa altezza del sole nelle varie stagioni. Rovinata al suolo in un periodo imprecisato nell’alto medioevo, la Meridiana di Augusto venne suddivisa in più tronconi all’inizio del ‘500. Fu solo nel 1792, per volere di Pio VI, che la Meridiana di Augusto venne restaurata ed eretta nel luogo in cui è attualmente. Venne anche realizzata una linea meridiana che però, costruita in maniera inadeguata, forniva un’ora errata. La linea attualmente presente, di grande precisione, è stata realizzata nel 1998, in occasione del rifacimento della pavimentazione della...

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Il Castello di Santa Severa

Cosa visitare nel Lazio, il Castello di Santa Severa Con l’arrivo del bel tempo si organizzano sempre più spesso brevi gite “fuori porta” nel fine settimana, soprattutto verso le zone marittime, quindi perché non unire l’utile al dilettevole passando una bella giornata di sole in spiaggia dopo aver visitato un grazioso borgo antico o un luogo di interesse storico? A Santa Severa, frazione del comune di Santa Marinella situato sulla costa laziale, potete soddisfare entrambi questi desideri. Il punto di riferimento di questa meta balneare è senz’altro il Castello di Santa Severa, inizialmente solo un torrione. Sorto nell’area dell’antico sito etrusco di Pyrgi, città portuale fondata tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. ed abitato senza interruzioni fino al IV–V sec. d.C. In seguito, tra il X e l’XI secolo, i conti della Tuscia fecero costruire, proprio in questa zona, una fortezza dedicata alla giovane Severa, che era stata martirizzata nel 298 in un luogo poco distante, attorno al quale si formò il borgo circostante attraverso varie fasi di edificazione. Il Castello di Santa Severa vero e proprio nacque nel XIV secolo d.C. e tra il Cinquecento e il Seicento, periodo in cui raggiunse il suo massimo splendore, divenne anche luogo di sosta e di soggiorno di molti papi, tra cui Gregorio XIII, Sisto V e Urbano VIII. Dal 1482 il Castello di Santa Severa appartenne per i successivi cinquecento anni a diverse nobili famiglie romane e visse, poi, una lunga e lenta decadenza fino ad essere addirittura utilizzato dai tedeschi come postazione militare strategica nel 1943. Oggi il complesso monumentale viene gestito dal comune di Santa Marinella ed è finalmente tornato agli antichi fasti grazie ad una serie di interventi di restauro, ancora in corso, che hanno consentito di scoprire i resti di una grande chiesa rimasta sepolta per secoli sotto il cortile della rocca castellana, probabilmente dedicata al culto di Santa Severa Martire. Dal 2017 è stato riaperto definitivamente il Castello, grazie all’impegno della Regione Lazio in collaborazione con il MIBACT e il comune di Santa Marinella. E’ diventato così un polo culturale, con numerose manifestazioni, mostre, concerti e nuove aree adibite a museo. Inoltre, dal 2018 è stato inaugurato un ostello proprio all’interno del Castello. Con delle stanze singole, doppie e anche condivise con più persone, quindi a prezzi contenuti, per dare la possibilità ai più giovani di pernottare in questo gioiello del Lazio. Tutte le informazioni...

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Le migliori paninoteche di Roma

In pausa pranzo il vostro panino vi guarda con aria triste? Lo spizzicate controvoglia sognando un piatto di pasta? No, non è il lavoro che vi priva del gusto di un buon pranzo, è il panino che è sbagliato! Pane fragrante, salume fresco o pomodori rossi e freschi…avete fame? Ed allora perché non gustare in una delle migliori paninoteche di Roma un panino gustoso ed appetitoso? Il primo passo è riuscire a districarsi nella giungla dei venditori e trovare quelli che davvero possono soddisfare il nostro palato. Ecco perché di seguito vengono elencati dieci nomi per riconoscere subito le migliori paninoteche di Roma . Le migliori paninoteche di Roma Tra le migliori paninoteche a Roma la Pro Loco consiglia Borgo 139 in Via Borgo Pio 139, dove il pane viene prodotto appositamente da un forno che ne cura la lavorazione preliminare e la cottura. Borgo 139 offre panini dal gusto italiano e vendita di prodotti locali regionali. Un locale sicuramente da provare per mangiare e gustare i veri sapori Made in Italy. Situato nel centro della Capitale, a pochi passi da San Pietro e Castel Sant’Angelo. Da segnalare:  Tricolore. Rinomata panetteria-laboratorio di via Urbana, dove poter trovare pane al nero di seppia con salsiccia di tonno, pane di patate e polpo ma anche hamburger e hot dog preparati con pane a lievitazione naturale. Pianeta del Panino: una vera istituzione a Roma. Qui, infatti, non è solo possibile personalizzare gli ingredienti di ogni panino, ma deciderne anche le dimensioni attraverso i tre formati disponibili: standard da 20 cm, medio da 40 cm , extra large grande ben 89 cm. Capitan Paninok, aperto fino alle 5 del mattino Aristocampo, dislocato in sei diverse zone di Roma, ideale per chi desidera mangiare un panino gustoso senza spendere troppo. Opulentia con i suoi panini d’asporto che vi raggiungono a casa, in ufficio o anche al parco, basta chiamare e ordinare. Ino il Panino panini ideati dallo chef Alessandro Frassica, preparati espressi con pane del forno a legna di Eataly Roma. Sesto Girone, che con il suo ricco banco di salumi e formaggi, propone rare e ricercate delizie da tutta Italia: mozzarella di bufala campana, formaggi freschi e stagionati, nonché un’ampia selezione di affettati; e ci consentirà di gustare finalmente un panino con il sorriso sulle...

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San Lorenzo in Piscibus | Roma

 San Lorenzo in Piscibus All’ombra di palazzi moderni, su via della Conciliazione, sorge la chiesa di San Lorenzo in Piscibus. Con il suo campanile e le sue ampie porzioni della muratura originale, San Lorenzo in Piscibus rappresenta il punto nevralgico di questo Borgo attorno a cui il resto è stato edificato nel corso del tempo. La sua posizione infatti, studiando le piantine dei secoli scorsi, risulta inalterata, malgrado gli stravolgimenti subiti. Alcune parti della chiesa, l’atrio e la facciata, vennero tuttavia distrutte, sicchè la sua presenza è resa avvertibile solamente a chi passi lungo Borgo S. Spirito. In questo punto spicca la sua abside medioevale, mentre per accedere alla chiesa di San Lorenzo in Piscibus si deve traversare un cortile interno situato al civico 24 di via Pfeiffer. Sorta, secondo la tradizione, su una già precedente chiesa dedicata a Santo Stefano; San Lorenzo in Piscibus è conosciuta anticamente come Sanctus Laurentius in Portico Maiore. Nel 1143, infatti, si hanno i primi documenti che ne testimoniano l’esistenza sotto questo nome. Distrutta nel corso delle incursioni barbariche, San Lorenzo in Piscibus, fu ricostruita appunto in onore di S.Lorenzo e dalla sua prossimità al mercato del pesce. Nel Cinquecento , sotto il pontificato di Leone X (1513-1521), la chiesa ospitò una comunità laica e grazie all’ausilio del cardinale Francesco Armellini, San Lorenzo in Piscibus venne inglobata in un maestoso palazzo patrizio. Nel 1659 fu completamente ricostruita, in forme barocche, dalla potente famiglia dei Cesi, duchi di Acquasparta, che ne fecero la loro cappella privata. Nel 1733 un nuovo intervento, ad opera dell’architetto Domenico Navone, portò all’ampliamento di San Lorenzo in Piscibus con un lungo atrio ed una nuova facciata inglobata in un edificio affacciato su Borgo Vecchio. Fu nella prima metà del XX secolo, quando fu decisa la demolizione della Spina di Borgo, che la chiesa, come sopra menzionato, fu privata della facciata e nascosta dietro la mole degli edifici di via della Conciliazione. Gli architetti Galeazzi e Prandi, responsabili della prosecuzione dei lavori di restauro, decisero tuttavia di intervenire anche all’interno, per ripristinare le linee romaniche originali, spogliandola degli arredi barocchi. L’interno, largamente rifatto, è diviso in tre navate da 11 colonne. Pareti e abside sono in mattoni di cotto a vista senza alcun tipo di decorazione. Un piccolo ma slanciato campanile romanico del XII secolo , posto alla sinistra della facciata, si eleva su pianta quadrata con alte bifore, con pilastri al piano inferiore e con piccole colonne nella cella...

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A’Roma L’Osteria – Lecce

Un angolo di Roma nel Salento Ciao Amici, oggi la nostra Gita fuori porta, un pò molto fuori porta, ci conduce a Lecce, nel ristorante “A’Roma, L’Osteria”. Siamo giunti fino a qui per incontrare due coniugi romani, e conoscere la loro storia, ma soprattutto la loro cucina! Alcuni profumi, alcuni sapori, appartengono ad un luogo specifico, ben definito. Ma eccezionalmente possono, rivivere altrove, trovare nuova linfa, vibrare con forza, anche da lontano. E’ quello che succede da “A’Roma, l’Osteria”, un ristorante tipico romano nel cuore di Lecce. Questa è la storia di Stefano e Fabiana, appassionati di cucina, che da Roma abbandonano un posto fisso di lavoro, con lo sgomento di amici e parenti, per dar vita al loro sogno: portare la cucina romana, là dove è fortemente radicato un altro tipo di tradizione, nel salento a Lecce, meta preferita delle loro vacanze. E così, nel cuore di Lecce, nasce questa piccola osteria “A’Roma” che in pochissimo tempo riscuote un notevole successo! Stefano e Fabiana propongono i piatti della tradizione romana più verace: coda alla vaccinara, abbacchio, pajata, trippa, carbonara, amatriciana, spaghetti cacio e pepe, tutto cotto come vogliono le usanze romane, lentamente, dentro tegami e pentole di terracotta, e per garantire la freschezza degli alimenti , alcuni piatti sono preparati e serviti solo alcuni giorni della settimana! Tutti i prodotti utilizzati per le preparazioni provengono direttamente dal Lazio, come la porchetta di Ariccia, il cacio romano DOP, l’olio dei Monti Lepini, la bufala dall’agro pontino, i carciofi romaneschi ed anche il vero guanciale di Amatrice! Dal lunedì alla domenica, la professionalità di Stefano e l’accoglienza di Fabiana, fanno sentire a proprio agio chiunque decida di venire a cena qui! Capire che, in poco tempo, questa piccola osteria ha rapito il cuore di molti salentini, non è difficile, basta andare su diversi portali web e leggere le tantissime impressioni positive che i coniugi romani hanno lasciato a gran parte dei loro clienti! Per chi si trovasse nei dintorni e sentisse la mancanza della cucina romana, non esitasse a contattarli! Vi lasciamo il loro sito con info, orari ed anteprima del...

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Lago di Posta Fibreno | Valle del Liri

Il Lago di Posta Fibreno Con un’estensione di circa 400 ettari Lago di Posta Fibreno comprende al suo interno tutta la piana del Fibreno e le colline prospicienti il lago. E’ definita una delle oasi naturalistiche più belle, caratteristiche e incontaminate del centro Italia, questa sorgente di acqua purissima, proveniente dalle falde dei vicini monti del Parco Nazionale D’Abruzzo e da vita al gelido e limpido fiume Fìbreno. L’origine carsica di Lago di Posta Fibreno consente all’acqua di mantenere una temperatura pressoché costante di circa 10/11° C. tutto l’ anno. Ciò è possibile in quanto le acque che alimentano il lago giungono dalle montagne del vicino Parco Nazionale d’Abruzzo su cui sono cadute sotto forma di pioggia, di neve o di grandine effettuando un lungo percorso, perlopiù in falde freatiche sotterranee, per ritrovare la luce nel bacino del lago. Istituita dalla Regione Lazio con una legge del 29 gennaio 1983, la Riserva Naturale lago di Posta Fibreno è stata creata per essere destinata alla conservazione, valorizzazione e utilizzo dell’ambiente naturale da parte delle comunità locali interessate, che garantiscono una corretta fruizione da parte di tutta la popolazione di questo spazio. Nel visitare il lago di Posta Fibreno soffermiamoci ad ammirare la sua Isola Galleggiante. Un lembo di terra che affiora in una delle sue insenature spostandosi ogni giorno al soffiare del vento ed è divenuto rifugio di numerose specie di uccelli palustri, di anfibi, di pesci. Importanti nel lago di Posta Fibreno sono anche le varietà di pesci che è possibile incontrare: anguille, spinarelli, gamberi di Fiume, la piccola trota detta “Carpione del Fibreno” (endemico) e la rara trota macrostigma. Se si ha voglia di osservare folaghe, aironi, anatre di varie specie, il laico di palude ed il martin pescatore; o semplicemente di effettuare un giro del lago, è inoltre possibile noleggiare le tipiche “nane” (barca). Questo caratteristico mezzo, dal fondo piatto, viene utilizzato sul territorio fin dai tempi antichi. Meta di passeggiate domenicali, inoltre, lago di Posta Fibreno è frequentato anche dai subacquei per immersioni con le bombole o in apnea e da appassionati di birdwatching. All’interno della Riserva Naturale infine sono stati realizzati ed attrezzati ,con opportuna segnaletica didattica, alcuni importanti Sentieri Natura che permettono di godere a pieno degli spettacoli che il luogo offre. Il primo si snoda nel Canneto, un secondo intorno al lago, un terzo, panoramico, congiunge il Centro Storico con le rive del lago di Posta Fibreno . Infine un quarto sentiero, il più suggestivo, consente attraverso un’imbarcazione dalla base trasparente, di osservare le acque del lago sottostanti mentre le si...

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Ipogeo degli Aureli

Roma sotterranea: l’ Ipogeo degli Aureli C’è una Roma sotterranea, che pochi di noi conoscono, una Roma misteriosa ed interessante, ricca di storia e reperti archeologici. Nella Roma segreta che andiamo a scoprire oggi, visitiamo le catacombe di cui fa parte l’ Ipogeo degli Aureli (detto anche “di Aurelio Felicissimo”), considerato un vero e proprio cimitero sotterraneo. L’ Ipogeo degli Aureli, risalente al III secolo d.C. (probabilmente al 230) è uno dei più importanti complessi funerari presenti nella capitale, fu scoperto del tutto casualmente nell’autunno del 1919 durante gli scavi per la realizzazione di un garage. Situato all’incrocio tra viale Manzoni e via Luzzatti, è realizzato su due piani: il primo, composto da una sala in muratura e solo in parte interrato, il secondo, del tutto ipogeo, formato a sua volta da due stanze scavate nel tufo. L’ Ipogeo degli Aureli apparteneva ad una ricca famiglia di liberti imperiali e deve il suo nome al mosaico pavimentale rinvenuto in una delle stanze sotterranee, sul quale compaiono i nomi di quattro membri della gens Aurelia: Aurelius Felicissimus che dedica il sepolcro ai suoi fratelli Aurelius Onesimus, Aureliius Papirius ed Aurelia Prima. Le pitture dell’ Ipogeo degli Aureli Ciò che colpisce entrando nell’Ipogeo degli Aureli sono le numerose rappresentazioni pittoriche presenti sulle pareti, molte delle quali di difficile interpretazione. Nella camera superiore si vede, sulla parete di fondo, un’immagine di un uomo e di una donna con accanto un serpente, forse Adamo ed Eva; a destra vi è un’altra scena che potrebbe rappresentare la creazione del primo uomo, con due figure virili vicine, dipinte in un ambiente paradisiaco decorato con alberi e rami fioriti. Lungo le pareti laterali sono presenti dei personaggi barbuti, forse filosofi, e degli arcosoli che accoglievano le sepolture. Scendendo al piano inferiore troviamo un ambiente con volta a botte ed altri arcosoli con 12 personaggi togati, forse gli apostoli, ed un uomo su un cavallo davanti ad un arco seguito da un gruppo di persone. Inoltre sono presenti immagini di pastori, insegnanti, richiami alla cultura ellenistica e scene mitologiche classiche. Una delle scene più particolari si rifà probabilmente all’epica omerica: vi è rappresentato l’episodio descritto nell’Odissea in cui i compagni di Ulisse vengono trasformati in maiali dalla Maga Circe. L’uso funerario dell’ipogeo durò pochi anni, fino al 271 circa, quando la costruzione delle Mura Aureliane racchiuse il monumento all’interno della nuova cinta muraria, vietandone così l’utilizzo in virtù dell’antichissimo divieto di seppellire i morti all’interno delle mura. Nel giugno 2011 la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra (PCAS) ha terminato un complesso lavoro di restauro e recupero dell’ Ipogeo degli Aureli che, naturalmente, è visitabile: per informazioni rivolgersi alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra: tel. 06 4465610 – 06 4467601; e-mail:...

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Giorgio Morandi al Complesso del Vittoriano

Giorgio Morandi al Complesso del Vittoriano “Giorgio Morandi 1890-1964” al Complesso del Vittoriano dal 28 febbraio al 21 giugno 2015″ La mostra di Giorgio Morandi al Complesso del Vittoriano ci offre la possibilità di scoprire circa 150 opere del pittore ed incisore bolognese, la maggior parte di grande rilevanza, provenienti da importanti istituzioni pubbliche e da prestigiose collezioni private, inclusi alcuni capolavori meno noti al grande pubblico, tra cui alcuni disegni, acqueforti ed acquerelli. Nella prima parte della sua carriera Morandi, che risentì soprattutto dell’influenza dei suoi contemporanei come Cézanne e Picasso, espose le sue opere insieme ai futuristi, divenendo verso il 1918 uno dei maggiori esponenti della scuola metafisica insieme a Carrà e De Chirico. Pur tenendo in grande considerazione l’arte di Giotto, Caravaggio e del Quattrocento italiano, intorno al 1920, Morandi iniziò a sviluppare un suo linguaggio personale ed a seguire un percorso che diverrà via via più definito nel corso degli anni ’30 e che, nella mostra al Complesso del Vittoriano, viene illustrato in modo completo. Giorgio Morandi al Complesso del Vittoriano: tematiche e caratteristiche Ad eccezione di qualche autoritratto, la produzione artistica di Morandi è legata soprattutto alle numerose nature morte e agli oggetti di natura quotidiana, come i fiori di stagione, i paesaggi, le bottiglie, le ciotole o i vasi che vengono largamente raffigurati nelle sue opere al solo scopo di esprimere la sua visione della forma nella sua essenzialità e purezza. Una delle sue principali caratteristiche pittoriche è quella di dipingere con pochi colori e poco dettagliatamente gli oggetti, rendendoli un po’ più surreali ma comunque realistici. La mostra di Giorgio Morandi al Complesso del Vittoriano permette al visitatore di percepire che le tele, a prima vista statiche e ripetitive, subiscono innumerevoli variazioni nel tempo, con la tavolozza di colori che con gli anni si schiarisce, con colori che diventano sempre più rarefatti, dove tutto è reale e illuminato dalla luce. Per maggiori info su biglietti ed orari della mostra potete cliccare su questo link....

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Abbazia delle Tre Fontane | Roma

Abbazia delle Tre Fontane  Nel cuore di Roma si trova l’ Abbazia delle Tre Fontane. Il complesso, posto in una valletta percorsa dall’antica via Laurentina in una località detta Aquae Salviae, è l’unica abbazia riconosciuta gestita da trappisti. La via trappista trae origine dalla tradizione di vita evangelica che ha trovato espressione nella Regola di San Benedetto da Norcia, secondo l’impronta particolare impressa dai fondatori del monastero di Citeaux, e dalla tradizione Cistercense, che vede la vita consacrata alla ricerca e al servizio di Dio, nel silenzio, nella preghiera e nel lavoro manuale. All’interno dell’ Abbazia delle Tre Fontane, quindi, la giornata quotidiana è scandita dai sette momenti di preghiera , di lettura e meditazione della Sacra Scrittura, e dal lavoro manuale. Abbazia delle Tre Fontane, le evoluzioni Le prime tracce di stanziamento dell’ Abbazia delle Tre Fontane risalgono all’epoca greco-armena, nella quale l’imperatore Eraclio avrebbe inviato in dono ai suoi abitanti , la testa del martire persiano Anastasio come preziosa reliquia da custodire in loco . Alla fine dell’VIII secolo il monastero e la chiesa andarono a fuoco, per essere restaurate, attraverso preziose donazioni papali, tra il IX e il XII secolo. Numerosi sono nel tempo gli eventi che vedono l’ Abbazia delle Tre Fontane congiunta alla storia dei papi. In questo stesso periodo abbiamo, per esempio, in favore di questo complesso, l’attribuzione di feudi nella Maremma toscana. Alla fine dell’XI secolo, Gregorio VII affidò ai cluniacensi l’ Abbazia delle Tre Fontane e i suoi possedimenti, poiché ritenuti l’ordine monastico più potente dell’epoca. Tale predominio fu tuttavia breve poiché, nel 1140, il monastero fu tolto da Innocenzo II ai cluniacensi ed assegnato ai cistercensi. Di questo periodo è l’edificazione della chiesa abbaziale e la struttura del monastero come oggi lo conosciamo, rintracciando, in un documento del 1161, per la prima volta, tutte e tre le chiese che ne fanno parte: La chiesa abbaziale dei Santi Anastasio e Vincenzo; La chiesa (della decapitazione) di San Paolo; La chiesa di Santa Maria Scala Coeli. La prima, la chiesa abbaziale, è rimasta praticamente intatta nelle forme in cui fu costruita nel XII secolo. La mano cistercense qui è riconoscibile nello stile solido, severo e spoglio della chiesa e degli altri edifici conventuali, e nel fatto che tutto sia costruito, all’uso lombardo, in laterizio. La seconda, luogo indicato per la decapitazione di san Paolo nel 29 giugno del 67, sorge su una pianta molto semplice ad unica navata trasversale con due cappelle laterali, lungo la quale tre nicchie ospitano tre fonti nei punti dove, secondo la leggenda, la testa di San Paolo cadendo a terra avrebbe fatto tre rimbalzi. In ognuno dei punti...

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Norchia | Importante centro del’Etruria

Norchia, tra i più importanti centri dell’Etruria Abitata sin dal paleolitico superiore, con la sua estensione tra i solchi scavati dal Fosso Biedano, il Fosso di Pile e dell’Acqua Alta, Norchia fu di certo uno dei più importanti centri dell’Etruria già a partire dagli inizi del VI o del V secolo a.C. Durante il periodo della dominazione romana l’importanza di Norchia diminuì, ma non per questo andò perduta, forse proprio grazie alla Via Clodia, che collegava Roma alle province etrusche passando per importanti centri come Blera e Tuscania. Nonostante questa favorevole posizione la città fu quasi dimenticata durante l’età repubblicana per ritornare in auge nel X secolo d. C. in piena epoca medioevale. In questo periodo Norchia tornò ad essere frequentata, poiché nel suo territorio era definito il confine fra Longobardi e Ducato romano, fortificato nel XII secolo da papa Adriano IV. La presenza di un centro abitato nel medioevo è inoltre testimoniata, nei pressi del Fosso di Pile, da alcuni resti del borgo, del castello della famiglia Di Vico e della Chiesa di San Pietro risalente al IX secolo d. C. e costruita su un preesistente tempio etrusco-romano. Norchia, la Necropoli Il più prezioso tesoro di Norchia, tuttavia, può di certo essere considerato la sua necropoli. Sono infatti migliaia le tombe rupestri disseminate non solo sull’altura ma anche lungo i fianchi dei fossati che la delimitano. Alcune di queste, proprio per la loro caratteristica e per il loro stato di conservazione, risultano essere tra le più importanti del mondo etrusco. Le tombe di Norchia, alcune delle quali usate nel medioevo come abitazioni a grotta e ricoveri, risalgono a due differenti periodi : l’arcaico e l’ellenico ; e possiedono diversi tipi architettonici. La tipologia più frequente, tuttavia, è quella delle tombe a dado con la peculiarità del vano di sottofacciata aperto a portico . La parte superiore, il dado vero e proprio, reca infatti scolpita la finta porta e culmina con una terrazza che veniva utilizzata per il rito della libagione in onore agli dèi. Una scala, infine, conduceva al portico colonnato dove avveniva il pasto rituale ed i defunti venivano posti nella camera ipogea sigillata da grossi blocchi. Fra le più importanti tombe della necropoli di Norchia possiamo citare : la Tomba Ciarlanti, la Tomba Smurinas, la Tomba Prostila e la Tomba Caronte nella necropoli del Fosso di Pile, e la Tomba dei Lattanzi in quella del...

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Chagall al Chiostro del Bramante | Roma

Chagall al Chiostro del Bramante “Love and Life” La mostra di Chagall al Chiostro del Bramante di Roma è iniziata da circa due settimane ma, non temete, avete ancora parecchio tempo per poterla visitare, per l’esattezza fino al 26 Luglio 2015. L’esposizione di Chagall al Chiostro del Bramante raccoglie ben 140 opere di uno dei pittori più amati del Novecento, visibili per la prima volta in Italia, è curata da Ronit Sorek e prodotta da DART Chiostro del Bramante e Arthemisia Group, in collaborazione con l’Israel Museum che fu fondato nel 1965 e che ospita molte collezioni di artisti appartenenti alla tradizione ebraica. Marc Chagall nasce, infatti, in una famiglia di cultura e religione ebrea a Vitebsk, in Bielorussia, nel 1887 e si trasferisce a San Pietroburgo nel 1907. Qui frequenta l’Accademia Russa di Belle Arti e, dopo essere diventato un artista piuttosto noto, si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con le correnti artistiche più in voga in quell’epoca, come il fauvismo ed il cubismo frequentando, tra gli altri, Guillaume Apollinaire e Robert Delaunay. Uno degli incontri più importanti nella vita di Chagall è, però, quello con Bella Rosenfeld, sua futura moglie nonché grande ispiratrice di molte delle sue opere: non è un caso che la mostra di Chagall al Chiostro del Bramante si chiami proprio “Chagall. Love and life”. Le otto sezioni tematiche e l’approccio interattivo con cui è stata allestita tutta la collezione ripercorrono i temi fondamentali della produzione di Chagall: gli oggetti e i luoghi della sua infanzia in Bielorussia come le case di legno o la cupola verde del tempio ortodosso di Vitebsk, l’incontro con sua moglie Bella, la sua fede religiosa. Oltre alla varietà molto ampia di tematiche affrontate, quello che emerge dalla mostra di Chagall al Chiostro del Bramante è la pluralità di tecniche padroneggiate dall’artista che si esprime, oltre che attraverso i dipinti caratterizzati da linee ben decise, colori vivaci e tinte forti che evidenziano quanta influenza abbiano avuti artisti come Matisse e Picasso sulla sua produzione, anche attraverso mosaici, scrittura, sculture, scenografie ed incisioni, quest’ultime in particolare molto numerose. Tutto è permeato dall’assimilazione delle tre culture a cui appartiene, vale a dire quella ebraica, quella russa e quella occidentale, che fanno di Chagall uno dei più originali ed innovativi artisti del XX secolo, con la sua personalità poliedrica e la sua grande sensibilità nel raffigurare le scene di vita quotidiana, l’amore e la gioia di vivere che a differenza di molti suoi “colleghi” più tormentati non lo abbandonò mai. Maggiori Info & Tickets, clicca...

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Borgo Pio | Roma

Borgo Pio, a pochi passi dal Vaticano Sulla sponda destra del Tevere, con la sua pianta trapezoidale, immerso fra la Città del Vaticano, il quartiere di Prati ed il quartiere Aurelio, si trova Borgo Pio. Chiamato anche Città Leonina in nome del suo stemma rappresentante un leone accovacciato, avente di fronte i tre monti e la stella, Borgo Pio veste tuttavia l’insegna di Sisto V, il papa che lo elevò a quattordicesimo rione di Roma. All’interno di questo luogo le strade principali corrono in direzione est-ovest e non vengono chiamate vie, ma borghi, elevando questo al di sopra di altri luoghi della capitale, forse per la sua vicinanza alla Santa Sede, forse per i punti che collega. Borgo Pio, infatti, nella sua via principale, traccia un cordone che lega via di Porta Castello a via di Porta Angelica. Tale tracciato nel 5 dicembre 1565, attraverso una bolla papale di Pio IV, venne denominato “Erectionis civitatis Piae prope arcem Sancti Angeli”, ovvero “Innalzamento della Città Pia presso l’arco di S.Angelo”. La costruzione della via, avviata da papa Pio IV, fu poi proseguita e terminata da papa Gregorio XIII, permettendoci di passeggiare per Borgo Pio riconoscendone il tracciato persino ai giorni nostri. Borgo Pio, La Storia Il territorio di Borgo Pio esisteva già in epoca romana e faceva parte della quattordicesima Regio Transtiberim, con il nome di Ager Vaticanus. Costruita al di fuori dei confini dell’antico Pomerium venne usato inizialmente come luogo di sepoltura. Nel corso dell’era imperiale, tuttavia, Borgo Pio si arricchì di numerose ville e giardini, di luoghi di svago come il Circus Gaianus e di ponti che collegassero la zona, oltre il Tevere, come il Pons Aelius (oggi Ponte Sant’Angelo). Fu infine il martirio di San Pietro ai piedi del colle Vaticano nel 67, durante la prima persecuzione dei Cristiani, a rendere Borgo Pio un luogo di pellegrinaggio nel corso della storia. In epoca medievale, purtroppo, molti dei ponti edificati caddero in rovina e, trovandosi al di fuori delle mura di Aureliano, Borgo Pio fu spesso vittima di saccheggi e distruzioni nei conflitti con i barbari. Fu Leone IV il primo pontefice a decidere nell’852 la costruzione di nuove mura,calcando a piedi nudi il tracciato su cui sarebbero dovute essere erette. E per amplificare l’importanza del gesto fece risiedere in Borgo Pio diverse famiglie di Corsi dando così vita ad una vera e propria città “separata”, definita nella storia come Città Leonina. Fu solo nel 1586, sotto papa Sisto V, che Borgo Pio, come quattordicesimo rione, divenne nuovamente una parte di Roma e crebbe nello splendore e nella ricchezza nel corso dei secoli. Il suo cambiamento più drastico, tuttavia,...

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Il borgo di Bassano in Teverina

Il Borgo di Bassano in Teverina, con le sue fortificazioni in opera quadrata, sembra esser stato presente sin dall’epoca Etrusca. Posto su uno sperone tufaceo, leggermente arretrato rispetto alla valle del Tevere, la sua posizione, nascosta dai poggi circostanti, spinse gli abitanti alla creazione di un sistema di avvistamento e di comunicazione attraverso i poggi Sasso Quadro e Poggio Zucco, lungo strade viarie ed insediamenti si cui ancora oggi abbiamo resti di edifici. Sulle sponde del Lacus Vladimonis, che sorge nella valle prossima a questo centro storico, gli antichi Etruschi compivano i loro rituali e festeggiavano le loro divinità. Il “Laghetto”, come viene chiamato attualmente, venne descritto da Plinio il Giovane come “una ruota messa a giacere, con una circonferenza in tutto regolare […] di colore più pallido, più verde e più intenso del marino”. Oggi quasi del tutto interrato, vide l’abbandono del Borgo di Bassano in Teverina durante la dominazione romana che iniziò nella battaglia del 309 a.C., sotto la guida del console Quinto Fabio Rulliano e si concluse nel 283 a.C quando i romani sconfissero definitivamente gli Etruschi. E’ solo intorno all’anno mille tuttavia che il Bassano in Teverina prende tale nome, grazie alla Contessa Matilde di Canossa. Proprietaria di vasti possedimenti nel viterbese, la contessa avrebbe donato il castello di Bassano ed altri luoghi della Teverina al pontefice Gregorio VII nel 1070, portando il paese sotto la protezione della Chiesa. Nei successivi secoli, sotto lo sguardo della Santa sede, Bassano in Teverina visse numerosi periodi di espansione e floridezza acquisendo il Banco delle Civitelle, il Monte di pietà e il Monte della Semenza. Ma con le due guerre mondiali, soprattutto la seconda, il borgo subì un calo demografico ed una successiva distruzione di gran parte dei suoi palazzi a causa dell’esplosione di un treno tedesco carico di munizioni. Da qualche decennio nel Borgo di Bassano in Teverina sono stati effettuati una serie di interventi di recupero per ripristinarne l’antica bellezza. Il Borgo di Bassano in Teverina: i siti d’interesse Il Borgo di Bassano in Teverina possiede diversi luoghi che val la pena d’essere visitati, per la loro bellezza architettonica e la storia che li caratterizza. Fra di essi troviamo innanzitutto Il campanile di Santa Maria dei Lumi e la Torre dell’orologio, due veri gioielli del piccolo Borgo di Bassano in Teverina. Abbiamo poi la Madonna della Quercia, costruita tra il 1674 ed il 1678 per dare una degna sistemazione alla tegola con l’immagine della Madonna col Bambino, attorno alla quale venne costruito l’edificio; la Fontana Vecchia, del 1576. Incassata in una nicchia coperta da una volta a botte, il cannello della fonte si riversa in una...

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Roma su due ruote

Roma su due ruote Il fascino di Roma a passo di bicicletta La comodità di avere una vettura che possa condurvi dove volete, permettendovi di programmare visite secondo le vostre esigenze, è di certo un piacevole mezzo attraverso cui vivere una capitale come Roma, adatto a tutte le età. La città eterna, infatti, può essere visitata in molti modi, per poterne apprezzare la bellezza da ogni punto di vista. Ma con la primavera, ormai prossima, la bella stagione, il sole a scaldarci, perché non riscoprire le vie dell’antica capitale in modo del tutto diverso? Come? Magari in sella ad una bicicletta! Roma su due ruote è un modo diverso, ecologico, di ripercorrere le antiche vie; che vi permette di viaggiare attraverso il centro della capitale, ma anche visitare i suoi bellissimi parchi. Un tour di Roma del tutto personalizzato ed adatto alle coppie, tanto quanto alle famiglie. Molte sono le piste ciclabili in uso e le zone a traffico limitato che consentono ai turisti di godere della città di Roma nella sua pienezza. Dal Campidoglio fino al Colosseo, per esempio, è possibile pedalare durante la chiusura al traffico. Potrete quindi immergervi nel pittoresco spettacolo dei Fori Imperiali, ammirando i resti storici della civiltà romana, la grande arena che impera all’orizzonte. Potrete visitare i più bei parchi di Roma: primo fra tutti Villa Borghese, all’interno del quale si possono ammirare la Galleria Borghese e il Museo Carlo Bilotti. Oppure, per passeggiate più lunghe, immersi nella natura, il parco degli Acquedotti che si estende parallelamente la via appia nuova. La città di Roma, inoltre, prevede una serie di piste ciclabili che ridiscendano lungo la riva del fiume Tevere, per poter seguire lo scorrere del fiume e talvolta incrociare in alcuni tratti il fiume Aniene e terminare con il lungomare del litorale di Ostia. E per quanti vogliano visitare Roma su due ruote, ma in compagnia, è anche possibile, soprattutto nei parchi, affittare tandem e i risciò, oltre all’opportunità di partecipare ad uno dei tanti tour privati offerti dalle agenzie. In questo avrete spesso a disposizione una guida turistica che possa illustrarvi e descrivervi le opere e le bellezze storico-artistiche che si incrociano lungo il percorso su due ruote. Nei giorni festivi, oltre al sabato, è possibile condurre con se la propria bicicletta sulle metro, avendo così modo di raggiungere in breve tempo i luoghi che si desidera visitare. Roma su due ruote rappresenta così un modo diverso di vivere la capitale , riscoprendo il fascino della città eterna attraverso la pedalata di una...

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L’età dell’Angoscia | Musei Capitolini

L’età dell’angoscia | Da Commodo a Diocleziano (28.1-4.10.15) Dal 28 Gennaio 2015 al 4 Ottobre 2015 L’Età dell’Angoscia è il quarto importante appuntamento appartenente al ciclo “I Giorni di Roma”, un progetto quinquennale di mostre che abbraccia dall’epoca repubblicana fino all’epoca tardo-antica la storia dell’impero romano nelle sue diverse sfumature. La mostra illustra i grandi cambiamenti che segnarono l’età compresa tra i regni di Commodo (180-192 d.C.) e quello di Diocleziano (284-305 d.C.). In quest’arco di tempo l’Impero giunse a mutare totalmente la propria fisionomia, fino ad arrivare all’instaurazione della Tetrarchia, alla perdita del ruolo di capitale di Roma, ed alla divisione del territorio italico in diocesi equiparate al resto dell’Impero. Nei passaggi temporali e negli eventi che lo segnarono, si evince quanto l’impero romano si sia mostrato a noi nei i suoi vari volti. Questo è uno di quelli. L’Età dell’Angoscia è la rappresentazione di un mondo che muta definitivamente la propria struttura sociale, con lo sfaldamento delle istituzioni e il parallelo emergere di nuove forze sociali. La mostra, inoltre, vuole narrare della diffusa crisi spirituale e religiosa che in un clima di ansia generalizzata portò a un abbandono delle religioni tradizionali e all’adesione sempre più massiccia al culto di divinità provenienti dall’Oriente. La crisi di questo periodo storico segna la caduta di quella che era stata sino a poco prima un “periodo d’oro”. L’Età dell’Angoscia, invece, vede il potere trasmesso non più su base esclusivamente dinastica ma manipolato dall’esercito, che imponeva ed eliminava a suo piacimento gli imperatori. Le istituzioni e i valori tradizionali, così come le certezze di un tempo, si sgretolano generando insicurezza, paura, ansia. I barbari fanno sentire una pressione sempre più forte lungo i confini, accrescendo i disordini interni, ed aumentando vertiginosamente le tasse e l’inflazione con la necessità di aggiornare continuamente la moneta. La mostra è aperta dal Martedì alla Domenica, dalle ore 9.00 alle ore 20.00. Il percorso è organizzato in diverse sezioni, ognuna focalizzata su di un tema specifico. La seconda sezione, denominata “ L’esercito” , si concentra sul ruolo da protagonista interpretato dall’esercito nella nuova epoca. La quarta sezione, “La religione” , indaga sull’arrivo e l’espansione in città di culti orientali. La quinta e la sesta sezione indagano sulle costruzioni e gli arredi, così come sullo stile di vita dei cittadini romani. La settima sezione de L’Età dell’Angoscia, “I costumi funerari” , si compone di sarcofagi, rilievi e pitture che trattano temi e soggetti tipici del repertorio dei miti tradizionali. Biglietti Intero € 15,00 Ridotto € 13,00 Ridottissimo € 2,00 Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza): Intero € 13,00 Ridotto € 11,00...

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Palazzo della Civiltà del Lavoro | Eur

Palazzo della Civiltà del Lavoro: il famoso Colosseo quadrato di Roma Nella zona dell’EUR, sorge il Palazzo della Civiltà del Lavoro, che a Roma viene più semplicemente definito come Colosseo Quadrato. La sigla EUR, Esposizione Universale Roma, viene a ricordarci il motivo occasionale che ha dato il nome al grande quartiere. Proprio nel luogo del Palazzo della Civiltà del Lavoro, doveva prendere forma una mostra internazionale, l’Olimpiade della Civiltà, nel 1942, poi annullata a seguito del secondo conflitto mondiale. L’edificio, come d’altronde tutti quelli della zona, imponenti ed aderenti all’idea di città ed ordine del Fascismo, avrebbero dovuto costituire il nucleo dell’espansione verso il mare, verso Ostia. Del carattere espositivo, ha tutto: a partire dalle statue, fino ad arrivare alle stesse aiuole. Insieme al Palazzo dei Congressi è spettacolare fondale prospettico di via della Civiltà del Lavoro: tra statue, fontane ed un tappeto di aiuole, eccolo, il Palazzo della Civiltà del Lavoro, il “Colosseo Quadrato”. Progettato dagli architetti Guerrini, La Padula e Mario Romano, è un edificio a pianta quadrata e si leva, su massiccio basamento, con 6 ordini di 9 arcate per ciascun lato (216 archi) fino a toccare 68 metri di altezza. Cemento armato ricoperto di travertino, modernità impreziosita da materiali classici: troneggia, vicino alla cima, la famosa iscrizione: “Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori”. Arricchito da 4 gruppi statuari, di Morbiducci e Felci, sotto le arcate di primo ordine vengono raffigurate le arti, ma tutto è fusione di moderno e nuovi, almeno decantati, fasti: ai lati delle due monumentali scalinate contrapposte sono collocate due coppie scultoree in travertino rappresentanti i Dioscuri, icona di sacrificio. Le altre 28 statue in marmo (alte 3,40 metri) sono raffigurazioni allegoriche delle diverse attività umane, che sarebbero dovute andare in mostra. Dal 2006 al 2008 è stato sottoposto a monumentale restauro, soprattutto volto a recuperare la facciata. Curiosità: nel corso di quest’anno diventerà il quartiere generale della Maison Fendi, con uno spazio dedicato al Made in Italy....

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Il Lago di Bolsena | Gita fuori porta

Il Lago di Bolsena è il quinto lago per estensione in Italia, primo nel Lazio, è il lago di origine vulcanica più grande d’Europa. E’ stato soprannominato “il lago che si beve”, secondo la gente del posto, luogo di divertimento, svago e contatto con storia e verde per turisti ed appassionati. Il Lago di Bolsena, il grande vulcano Siamo nell’Alta Tuscia, in provincia di Viterbo, a pochi metri dalla strada consolare, la Cassia, il Lacus Volsiniensis, questo il nome romano, si è formato oltre 300mila anni fa, ed ha una storia geologica molto complessa. Oggi, è un paradiso verde, ieri era un inferno di fuoco e magma, vecchio di 2 milioni di anni, con colate di lava capaci di arrivare fino all’odierna Orvieto. La zona sarà poi soggetta a sprofondamento, fino a toccare la massima profondità, per il lago di Bolsena, di 151 m. Di tutta quest’inferno di magma e lapilli oggi resta la caratteristica sabbia scura, ed al massimo l’esplosione continua, e molto meno pericolosa, di attività ricreative e fisiche a bordo-lago. Il grande vulcano dorme, ogni tanto qualche piccola scossa di terremoto ne testimonia l’antica vita, ma più nulla del suo intenso e turbolento passato. Il Lago di Bolsena, il lago che si beve Il lago di Bolsena viene denominato il lago che si beve grazie alle ottime condizioni di trasparenza e limpidezza delle sue acque, tanto che i pescatori del luogo le usano per cuocere la “Sbroscia”, caratteristica zuppa di pesce locale. Cucina, attività folkloristiche ed enogastronomiche, ma soprattutto natura: lucci, tinche, granchi d’acqua dolce, cefali testimoniano e godono della purezza delle acque. La celebrità, ad ogni modo, l’animale VIP da queste parti è l’anguilla: Dante gli dedicherà perfino alcuni versi del Purgatorio. O meglio, li dedicherà ad un papa, Martino IV, e non sono certo versi lusinghieri. Per lui no, per l’anguilla in realtà sì: “Ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia / dal Torso fu, e purga per digiuno / le anguille di Bolsena e la vernaccia”. Per maggiori informazioni sulle attività del lago, i ristoranti nei dintorni e località del lago clicca...

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Technotown Roma | Villa Torlonia

Technotown a Roma: Passato e futuro Technotown: dove scienza e tecnologia si incontrano, qui nasce un’esperienza unica per bambini, teenager ed adulti. Nel bellissimo sfondo di Villa Torlonia, all’interno di un villino medioevale restaurato negli anni ’90 troviamo lo scenario di questo incontro, dove le operazioni di restauro hanno seguito due obiettivi precisi: la conservazione e la integrazione dell’esistente. Gli interventi di risanamento della Technotown, infatti, sono stati rivolti al miglioramento della distribuzione degli ambienti e dei percorsi. E’ stata privilegiata l’eliminazione delle barriere architettoniche con la costruzione di rampe di accesso ai locali e di un ascensore che garantisce l’accessibilità a tutti i piani del complesso. Al contempo gli apparati decorativi interni e gli elementi di arredo architettonico d’epoca sono stati restaurati, affinchè fosse presente sempre il concetto di coesistenza fra “ ciò che era e ci che è”. All’interno della Technotown, a metà fra il passato ed il futuro, i visitatori possono provare molteplici esperienze diverse, dal 3D, al gioco con la musica o ai viaggi nel tempo attraverso la realtà virtuale e molto altro, grazie agli eventi speciali e laboratori nei quali la didattica si mescola al gioco. Nove sale quindi, con nove esperienze diverse, all’interno delle quali i giovani ospiti impareranno ad interagire con tecnologie sofisticate e ad utilizzare i “media” in modo divertente e creativo a seconda della propria età. Technotown infatti possiede in se tre percorsi: Junior, per bambini dai 4 anni ai 6, Basic rivolto ai bambini dai 6 agli 8 anni, Educational dagli 8 anni in su e infine il percorso Adult dedicato ai grandi over 18. Technotown: Il Planetario Gonfiabile Fra le esperienze più importanti che la Technotown fornisce c’è il Planetario Gonfiabile Si tratta di una cupola di 6 metri di diametro con un sistema di proiezione simile a quello già disponibile nella grande cupola (14 metri) del Planetario di Roma. Una sorta di finestra sul cielo della capitale. In questa stanza della Technotown opera una vera e propria macchina dello spazio e del tempo dotata di un proiettore ottico in grado di riprodurre le 1500 stelle più luminose del cielo boreale e australe, il Sole, la Luna, i pianeti, la Via Lattea e gli astri del cielo profondo. Il pubblico viene condotto in questo viaggio astronomico non solo a livello visivo, ma inglobando anche altri sensi grazie alla riproduzione di suggestioni audio e video. La capienza del planetario è di circa 30 persone e dal 2010 è disponibile un piccolo “parco telescopi”, a disposizione per eventi e osservazioni straordinarie, composto da sei strumenti che vengono utilizzati per svolgere attività di osservazioni guidate del cielo stellato con il pubblico...

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Moschea di Roma | Centro Islamico culturale

La Moschea di Roma, Centro Islamico Culturale d’Italia La Moschea di Roma è la sede del Centro islamico culturale d’Italia, situata a Roma Nord, ai piedi del Monte Antenne. E’ il centro di preghiera più grande d’Italia, al suo interno possono guardare a La Mecca più di 12000 fedeli. L’ha fortemente voluta il Re Faysal D’Arabia Saudita, il Custode delle due Sante Moschee, proprio quella di Mecca e Mediana ed è stata realizzata da Paolo Portoghesi. Storia della Moschea di Roma La storia della Moschea di Roma è legata solo marginalmente al Re Faysal, che ne ha iniziato il finanziamento. Galeotta fu una visita a Roma, con i suoi dignitari, nel 1966. Fu accompagnato in una casa privata, gli fu detto che a Roma no, di moschee proprio non c’era neppure l’ombra. Ed allora, perché non costruirla? Il governo italiano, attratto dall’idea di migliorare i rapporti con i paesi arabi, diede il via al progetto, vari principi e dignitari in esilio vita al Centro Islamico Culturale d’Italia. Arabia Saudita, Bangladesh, Egitto, Guinea, Indonesia, Malesia, Marocco, Oman, Pakistan, Senegal e Turchia finanziarono profumatamente la costruzione. Vinsero il bando due progetti: quello di Portoghesi e dell’iraniano Sami Musawi, a cui si propose di lavorare insieme. Due sole condizioni per la costruzione: niente altoparlanti che chiamassero alla preghiera, unica moschea al mondo a non averli, e cupola più bassa di San Pietro. Due progetti, due anime diverse: Paolo Portoghesi doveva garantire l’armonia col mondo architettonico occidentale, Musawi avrebbe dovuto testimoniare le istanze culturali della tradizione musulmana. Rapproto subito complicato, quello tra i due, con la caduta, nel 1980, dello Scià di Persia, Musawi fu allontanato, e Portoghesi terminò da solo i lavori. E Re Faysal? Non ha neppure fatto in tempo a vederne la prima pietra, posta dieci anni dopo la donazione del terreno su delibera del comune di Roma, nel 1984, di fronte a Sandro Pertini, ed alla sua inconfondibile pipa. Nel 1975 il re saudita fu assassinato da un altro membro della famiglia reale. Rimane il suo sogno, in marmo ed in armonia, fatto Moschea. Moschea di Roma, Arte ed orari Inaugurata nel 1995, segue e rispetta l’ambiente circostante, nelle sue curve armoniose, e la luce, indirizzata con sapienza e moderazione per invitare alla preghiera. Ceramiche invetriate ne rendono delicata la decorazione, non ci sono dipinti, od immagini, chi la visita deve sapere che l’Islam vieta la presenza di immagini sacre. Si può dire che la decorazione sia armonia e parole: è il Corano ad essere elegantemente vergato in arabo, in alto. Le sale di preghiera sono due: una è più piccola, è aperta tutti i giorni, la sala grande...

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Montefiascone – Gita fuori porta

Montefiascone, gita fuori porta nella zona del Belvedere E’ il panorama durante la visita a Montefiascone, a togliere il fiato: la Tuscia, i monti Cimini, il lago di Bolsena, ed il Belvedere. Montefiascone, a soli 125 km da Roma, in provincia di Viterbo, ci regala degli ottimi spunti per una gita fuori porta. Visitare Montefiascone La storia del comune di Montefiascone parte dal nome: deriverebbe da mons faliscorum, dal momento che sarebbe stato abitato dai Falisci in fuga dai Romani. Ma è già storia di Roma, mentre sono visibili perfino rovine etrusche, e tracce di civiltà eneolitica in loco. E, in visita a Montefiascone, ci si accorgerà che la sua storia è vicina a quella di Roma: tutte le strade portano nella capitale, la Cassia in particolare, costruita tra il 170 ed il 150 a.c., ha facilitato il prosperare della cittadina. Ma la storia di Montefiascone è strettamente legata a quella dei Papi, e delle sue Chiese. Il primo documento ufficiale risale all’853, ed è di mano papale, di Leone IV. La storia di Montefiascone si lega a quella del papato, vista l’importanza strategica della fortezza. Tra chi la visitò (anche santi, come San Francesco, tanto da essere segnata sulla Via Francigena) e chi ne fece uno dei primi baluardi del Patrimonio di Pietro, dopo le promesse incompiute di Pipino il Breve e Carlo Magno, come Innocenzo III. Chi ne fece meta di esilio, come Pio VI, e chi la rese bella, come i Borgia, e le frequenti visite del Bramante, di Michelangelo. Nel Rinascimento il declino, contraddizione in termini, fino all’annessione al Regno d’Italia, la definizione di “perla dell’alto Lazio”, le visite sempre più frequenti alla Rocca, alle tante Chiese come il Duomo di Santa Margherita o la Cripta di Santa Lucia dei Filippini. Montefiascone, tra la Rocca ed il Lago di Bolsena Testimone fedele di secoli di assedi, macchinazioni, terrore e sicurezza, la Rocca di Montefiascone, ora anche sede del Museo dell’Architettura, domina il lago di Bolsena e la via Francigena . Imponente, restaurata nelle parti rimanenti, lascia intendere la maestosità che la rese inespugnabile, tanto da essere visitata anche dal Barbarossa, sempre intento a pensar guerre contro il vicino Papato. A soli 3 km il lago di Bolsena: vela, mountain bike, carp fishing, trekking a piedi e a cavallo nella “Valle perlata”, tutte attività a portata di mano, o piedi, o bici, che dir si voglia. Da visitare anche la Basilica minore di San Flaviano, dove è sepolto il vescovo tedesco Defuk, dal 1113: era attratto dal vino Est!Est!Est!, D.O.C. di Montefiascone. Avrebbe dovuto segnare ogni locanda dal buon vino con la scritta EST! Qui scrisse, EST...

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La Matriciana ai Consoli

La Matriciana ai Consoli, vera cucina romana Nel cuore di un quartiere che fu popolare, a Piazza dei Consoli, a due passi dalla metro Lucio Sestio, il ristorante-pizzeria La Matriciana ai Consoli rispetta la storia e la tradizione della cucina romana. E’ cuore pulsante del quartiere Tuscolano, proprio vicino alla torre del Quadraro, che serviva a controllare l’arteria stradale, il cui nome viene da un tale G.G. Guadralis, che ha ricevuto dai monaci un fondo proprio qui, a due passi dal ristorante. E’ Roma che si fa sentire, bussa alla porta della cucina, e chiede: una carbonara, una matriciana, una gricia. E viene accontentata. Il ristorante La Matriciana ai Consoli fa tesoro dell’esperienza culinaria della Roma del popolo, con pochi piccoli ritocchi che rendono alcuni piatti indimenticabili, per qualità e dimensioni. Primo punto a favore: ristorante tutto meno che turistico, è frequentato principalmente da romani, che certificano, occupando quasi tutti i posti a sedere, la bontà del menù in tutte le sue forme. Secondo punto a favore: non bisogna mai chiedere il bis. Niente gricia gourmet: l’abbondanza regna sovrana. Dalla pizza, di cui si parla un gran bene, ai secondi, è un rintocco continuo e forte di sapori tradizionali, con la certezza che la Roma di borgata ha ne “La Matriciana” una fedele testimone di ricette e profumi. Se esistesse nel Menù una sezione dal titolo: “Lo Chef consiglia” dalla cucina accorrerebbero a proporre con una certa veemenza la Carbonara tartufata, che di gran lunga merita l’Oscar come attrice protagonista sulla tavola. In realtà, sulla scelta dei primi piatti ci si potrebbe anche affidare al caso, e non rimanere delusi: il riso agli scampi è una gioia, cucinato a così tanto km dal mare, la matriciana giocoforza, visto il nome del locale, pretende tutto il rispetto quasi sacro che tradizionalmente la religione della pasta pretende in Italia, e a Roma in particolare. Se la pasta è una religione, nel ristorante La Matriciana ai Consoli c’è un luogo di culto importante, rispettato, e frequentato. Se la pasta è un credo, allora la carbonara tartufata de La Matriciana ai Consoli è praticamente un comandamento. Da assaggiare, non solo da rispettare. Per maggiori info riguardo location e menù, potete consultare direttamente il sito del...

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Le quattro Basiliche Papali

Viaggio attraverso le quattro Basiliche Papali Esistono tradizioni che vivono nei secoli. Il mondo intorno a noi cambia, si evolve, cresce in alcuni contesti ed in altri perde i valori che un tempo aveva. Le città si trasformano, ma a volte accade che restino ancorati a noi eventi di profonda importanza. Spirituale. Storica. Come può esserlo il Giubileo, che dal 1300 e per opera di Bonifacio VIII, vede Roma come fulcro e meta dei pellegrini cristiani di tutto il mondo. Da quell’anno, che viene conosciuto come “Anno Santo”, è possibile per chi lo voglia, attraversare una delle quattro porte sante delle Basiliche Papali, dove poter ottenere l’indulgenza plenaria, vedendo così perdonati i propri peccati. Ma che lo si guardi con occhi da credente, o con lo sguardo curioso del semplice turista, non si può che restare affascinati da una simile tradizione che si perpetua nel tempo. E’ per questo motivo che vogliamo condurvi, attraverso questo piccolo viaggio virtuale, all’interno delle Basiliche Papali di Roma. Luoghi mistici e dalla grande ricchezza artistica. La prima che vi presentiamo è senza alcun dubbio San Giovanni in Laterano. Sorta nella parte meridionale del colle Celio, fra le Basiliche Papali  fu la prima edificata. Fatta costruire tra il 313 ed il 318 dall’imperatore Costantino dopo la sua vittoriosa battaglia del 312 contro il precedente imperatore Massenzio. A partire dal 440 la struttura subì numerosi restauri ed interventi, ma la sua facciata risale solo al 1734. Ciò che tuttavia l’ha resa storicamente importante furono i Patti Lateranensi , firmati in loco, del 1929, con cui si pose fine agli attriti fra Santa Sede e Stato Italiano circa il possesso di beni temporali da parte del Pontefice. La seconda è, fra le Basiliche Papali, la più conosciuta, poiché centro della cristianità mondiale. Stiamo parlando della Basilica di San Pietro. Costruita da Costantino, intorno al 324, sul luogo dove fu sepolto l’Apostolo Pietro, la basilica costituisce  il più grande edificio religioso esistente. E’ fulcro non solo della religione cristiana cattolica, ma di opere meravigliose che vedono il tocco di artisti quali Michelangelo, il Bramante, il Bernini. La terza è quella di San Paolo fuori le Mura, nota per i suoi bellissimi mosaici all’interno e sulla facciata, purtroppo colpita da un incendio nel 1823 e successivamente restaurata. Importante poiché in questo luogo è presente la  tomba del santo da cui prende il nome, posta sotto l’altare maggiore. Dal 1300 meta del giubileo, è la seconda delle Basiliche Papali in termini di ampiezza. La quarta che vi viene presentata è quella di Santa Maria Maggiore. L’unica delle quattro  Basiliche Papali ad essere eretta sulla propria struttura risalente al periodo paleocristiano....

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La Quercia del Tasso al Gianicolo

La quercia del Tasso Alberi che fanno la storia, centinaia di anni che si nascondo nei i rami, sotto le fronde cospirazioni antifasciste (come sotto il celebre Alberone, sull’Appia), o pensieri musicali di un poeta che si mischiano al vento e alle foglie della quercia del Tasso. Per arrivarci è consigliata la passeggiata del Gianicolo, magari partendo da Porta San Pancrazio, luogo di una celebre battaglia per l’Unità d’Italia, dove fu ferito, e per quelle ferite morì, Mameli, che compose il celebre inno nazionale. C’è il Belvedere, e lo storico cannone, e la Quercia, certo, più avanti, la celebre quercia del Tasso. La Storia della Quercia del Tasso Non bisogna immaginarla com’è ora, appesantita dagli anni e dalle piogge, ma nell’orto del vicino convento di Sant’Onofrio. Non bisogna immaginarla deturpata da un incendio doloso, di recente purtroppo, o dal fulmine più antico del 1843. Dovete immaginare Giacomo Leopardi a visitarla e a piangere, perché proprio sotto quella quercia Torquato Tasso, vessato da una salute malferma, a 51 anni, durante l’ultimo mese di vita, secondo tradizione leggendaria sedeva a riflettere, o meglio, come dice lui stesso, a “cominciare la sua conversazione in cielo”. La Quercia del Tasso e San Filippo Neri Negli ultimi travagliati anni del poeta, a fine ‘500, quel luogo solitario dove poteva godere della vista dell’intera Roma e respirarne la storia, deve essere stato di sollievo. Il travaglio della pubblicazione, con troppe manomissione, a sua insaputa, della Gerusalemme Liberata lo affliggeva. Ora giace nella cappella della chiesa di Sant’Onofrio, “primo e unico piacere che ho provato a Roma”, per dirla alla Leopardi. Forse in onore del Tasso, Papa Pio XII nel 1945 donò a questa chiesa l’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Proprio sotto la quercia, in onore del poeta, i religiosi dell’ordine di San Filippo Neri hanno costruito un anfiteatro, dove tuttora vengono recitati spettacoli teatrali. Lo stesso San Filippo Neri, raccontano, si recava spesso alla quercia, luogo privilegiato di meditazione, di riposo, di contemplazione. Anche solo della Città, di Roma, ai piedi del Gianicolo, in tutto il suo...

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Riserva Naturale dell’Aniene

Natura e storia della Riserva Naturale dell’Aniene Se prendi un bel respiro nella riserva Naturale dell’Aniene quello che percepisci è storia, è un alone leggendario (Anio, da cui viene il nome del fiume, è un padre che, per salvare la figlia dal rapimento, muore annegato nelle acque) è un salto antico dalla leggenda a Roma, come quello che fa il fiume a Tivoli. Tutto questo, è la Riserva Naturale dell’Aniene, 620 ettari che si snodano tra Prati Fiscali ed il Fosso della Longarina, sfiorando San Basilio, Pietralata, Monte Sacro. Nella Riserva Naturale dell’Aniene, c’era una volta un ponte…e c’è ancora Già, una delle strutture architettoniche più rilevanti della Riserva Naturale dell’Aniene è il Ponte Nomentano. Bisogna immaginarlo come lo vedevano gli incisori tra il XVI ed il XIX secolo, bisogna immaginarlo attraversato da mandrie, solitario. Oggi è stretto nel quartiere di Monte Sacro, chiuso al traffico solo nel 1997, restaurato per il Giubileo del 2000, ora si erge nella riserva naturale dell’Aniene ma è stato fortezza e punto focale di passaggio, assediato e attraversato pacificamente, abbattuto e ricostruito. Questa è la sua storia, che si intreccia con quella della capitale. E se i granchi d’acqua dolce nell’Aniene ne testimoniano la purezza delle acque, il ponte Nomentano è la storia di questi luoghi, la tradizione di passaggio che solo i fiumi hanno sin dalla preistoria. Una riserva d’aria per Roma La riserva Naturale dell’Aniene ospita anche il Pratone delle Valli, area riqualificata nel 2006, un vero e proprio polmone verde della Capitale, di fianco a zone anche densamente popolate. Natura in festa: lecci, sughere, farnie, ma anche salici, frassini, olmi, ne fanno una riserva d’aria aurea per la città di Roma, spalla a spalla con il Casale della Cervelletta, con tanto di torre medievale. Ancora storia, storia ovunque, appartenuta agli Sforza prima, alla famiglia Borghese poi, visitabile il martedi ed il giovedi dalle 9.30 alle 12.30 e la domenica dalle 15.30 alle 18.30. La riserva naturale dell’Aniene è gestita da RomaNatura, Ente Regionale per la Gestione del Sistema delle Aree Naturali Protette nel Comune di...

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Migliori enoteche di Roma

Migliori enoteche di Roma Acqua, alcol etilico, acetaldeide, glicerolo, acido tartarico, lattico e melico: in una sola parola, vino. Siamo andati a fare un giro tra le migliori enoteche di Roma, diversi templi del vino, dove si possono assaggiare, gustare, abbinare con piatti ed accostamenti originali, raffinati, decisi. E’ un viaggio quello del vino, nei suoi luoghi, nelle sue espressioni, è un viaggio nel palato e nella percezione, nell’atmosfera che i luoghi regalano abbinati perfettamente al sapore antico del vino. Ecco la nostra lista delle migliori enoteche di Roma: 1) Litro – Vino e Mezcal Cosa sia il Mezcal, dovete andare a chiederlo al proprietario. Qualcuno ha definito Litro a Via dei Fratelli Bonnet 5, a due passi da Villa Sciarra “Chic but Friendly”, andando a centrare il punto perfetto d’incontro tra menù ad alto tasso di raffinatezza e carta dei vini selezionata accuratamente. Ambiente piccolino, cocktail da provare, anche se non strettamente necessari in enoteche, risultano comunque validissima alternativa. Da provare.  2) La Zanzara Bistrot – Rumore di vino Ideata come sorella di “Baccano“, la Zanzara offre un menù leggermente diverso, ma partiamo dalla location, via Crescenzio 84, un soffio da Piazza Risorgimento. Carta dei vini molto attenta alla provenienza, con qualche salto nel dinamico e biologico, profonde incursioni nello champagne e nei distillati. Costo proporzionato alle aspettative alte, difficile rimanere delusi dal menù o dalla cantina di quest’enoteca, bistrot, bar, e chi più ne ha più ne metta. Unico piccolo neo, qualche decibel di troppo. Ma il vino non si preoccupa dell’acustica, di solito. 3) Pentagrappolo – Tanto vino in pochi metri Colle Oppio, il Colosseo si intuisce, Villa Celimontana profuma l’aria, è il cuore di Roma: il “Pentagrappolo” è una piccola enoteca-ristorante che offre una lista vini di pregio, e una delle migliori location per qualità contro metri quadrati. Piccolissima, ma spesso allietata da musica dal vivo: immaginate, pianoforte, vino, e menù raffinato, sotto al Colosseo. Ecco, siete al “Pentagrappolo”, a Via Celimontana 21b. 4) Enoteca al Parlamento – Selezione E’ tutto un magna-magna, ma non solo. Si beve anche ottimo vino, al Wine Restaurant Achilli, Enoteca al Parlamento. Dal 1977 in Via dei Prefetti 15, la sua storia si intreccia con quella di Giovanni Achilli, precursore della cucina gourmet, che ha sempre puntato tutto su qualità di calice e piatto. La selezione di etichette la rende una delle migliori Enoteche di Roma, da assaggiare le tartine. Per quelle sì, è tutto un magna-magna. 5) Trimani – Old but good Sono vinai dal 1821, una lunga storia alle spalle prima di trasferirsi a Via Cernaia 37/b, sono stati i primi a chiamarsi Wine-Bar, aprendo il corso di...

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Gelaterie di Roma

Gelaterie di Roma Un tour delle migliori gelaterie di Roma dal centro città fino alle periferie Roma da vivere …e perché no, anche da mordere! Con l’estate che si avvicina, le domeniche soleggiate, le visite ai musei, i luoghi di arte e di cultura che la capitale italiana sa fornire, e che di certo sono meravigliosi e molteplici, non sarebbe bello se si potesse rendere il tutto più dolce? Allora perché non abbinare il gusto antico dei colonnati romani o delle facciate delle chiese classiche, a quello di alcune delle più buone gelaterie della capitale. Iniziamo il nostro tour delle gelaterie di Roma partendo dal centro città. Nel vertice che congiunge una delle strade più calpestate da i turisti e non, quella che porta da Piazza Navona al Phanteon, troviamo immancabilmente: il gelato de l’Antica gelateria Giolitti, dove il gusto è una questione “di famiglia”, le “novità del mese ” di Grom, la crema fiorentina e il mascarpone alle pere del Frigidarium ed infine il gelato più “tradizionale” della Gelateria della Palma. Le statue della fontana di Trevi, con le sue volte ed i suoi spruzzi ci invitano a gustare il gelato di S. Crispino. Un nome che di diritto si trova nella top ten delle classifiche sulle migliori gelaterie di Roma con i suoi sorbetti alla pesca e all’arancia selvatica. Se siete amanti dei gusti “particolari” , vi invitiamo ad assaggiare sedano e lime, ananas e zenzero, finocchietto selvatico e rum Saint James, di Fata Morgana e gustarlo comodamente seduti sulla scalinata di Piazza di Spagna. Nella costa opposta del fiume Tevere, vicino alla bellissima Piazza del Popolo, troviamo la Gelateria dei Gracchi, famosa per il suo pistacchio ed il gelato al gusto mandorla. Alle spalle del Colosseo invece, dove un tempo uomini e fiere s’affrontavano in duelli e giochi pericolosi, troviamo le gelaterie di Don Pepe , anche yogurteria, e De Matteis. Indimenticabili sono anche le gelaterie , forse meno centrali rispetto a quelle nominate sino ad ora, ma che addolciscono ugualmente le passeggiate romane. Parliamo di Neve di Latte, posto vicino al Museo Maxxi e piazza Mancini, dove assaggiare il gusto sorbetto di pesca o vinaigrette di lamponi, more e mirtilli biodinamici. Oppure da Mela e Cannella dove la crema al porto è deliziosa quasi quanto l’amisticanza (gusto composto di miele e frutta secca). Infine va segnalato il gelato di Conforti, a pochi passi della bellissima chiesa di S Giovanni in Laterano, dove i gusti cambiano a seconda del giorno della settimana. Non vi resta quindi che scegliere il punto da cui far partire questo itinerario della Dolce...

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Il Parco del Circeo

Il Parco del Circeo Il Parco del Circeo lo scopriamo attraverso sul tour naturalistico. Si parte da Latina, una moderna città (fu fondata nel 1932, con il nome di Littoria, nella zona bonificata della regione pontina), il cui principale interesse risiede in alcuni esempi dell’architettura del periodo fascista; l’ufficio postale, il tribunale, il quartiere delle case popolari, l’ospedale vecchio. Attraverso l’Agro Pontino si viaggia verso San Felice Circeo, una cittadina di antiche origini (appartenne persino, nel XIII secolo, ai Cavalieri Templari, che vi hanno lasciato una torre), al centro del promontorio dove, secondo la leggenda, la maga Circe compiva i propri incantesimi d’amore. Il monte Circeo, nonostante tocchi appena i 541 m, domina la pianura. Le sue pendici ospitano numerose caverne particolarmente importanti per gli studi di paleoantropologia: nel 1939 la grotta Guattari, divisa in quattro cavità che prendono il nome degli animali dei quali sono state rinvenute le ossa, ha restituito un cranio umano di circa 50 000 anni fa , trovato in mezzo a un cerchio di pietre. Interessanti sono anche la grotta delle Capre (la più suggestiva, con una grande architettura ad arco), la grotta del Fossellone, la grotta Breuil e la grotta della maga Circe, raggiungibile solo dal mare. I limiti del promontorio sono poi contrassegnati da torri di vedetta, alcune delle quali di proprietà privata: torre Olevola, torre Vittoria, torre del Fico, torre Cervia, torre Paola. Tutto il promontorio, compreso l’abitato di San Felice, rientra nel territorio del Parco Nazionale del Circeo, istituito con una legge del 1934, il più piccolo dei parchi nazionali italiani, ma anche il più eterogeneo, essendo l’unico ad estendersi in ambiente marino ed insulare. I suoi confini sono stati modificati nel 1977, con l’inclusione dei laghi di Fogliano, dei Monaci e di Caprolace (zone di sosta per vari uccelli migratori), e nel 1979, quando entrò a farne parte anche l’isola di Zannone, per una superficie totale di circa 8500 ettari. All’interno del parco sono state costituite quattro riserve naturali integrali (denominate Piscina delle Bagnature, Rovine di Circe, Piscina della Gattuccia e Lestra della Coscia): al fine di mantenere le particolari caratteristiche ambientali, vi si può accedere,dietro autorizzazione, solo per motivi di studio. La flora, all’interno del Parco del Circeo, è varia e dal carattere tipicamente mediterraneo. Le querce, nelle diverse varietà (lecci, sughere, farnie, roverelle, cerri e roveri), costituiscono circa l’80% della foresta. Compaiono anche il frassino, l’ontano nero, l’acero campestre, il pioppo tremolo, il tiglio, il lauro, il corbezzolo, il corniolo. Notevole la presenza del pino domestico, al quale, come all’eucalipto, fu affidato il compito di proteggere il querceto, esposto all’attacco dei venti e della salsedine. Non meno ricco...

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La chiesa di Sant’Angelo in Pescheria

La chiesa di Sant’Angelo in Pescheria Incastonata nel Portico d’Ottavia, immersa nel Ghetto, cuore della comunità ebraica romana, ecco Sant’Angelo in Pescheria. Consacrata nell’VIII secolo, Papa Stefano II fece portare qui le reliquie di Santa Sinforosa e San Getulio, martiri insieme ai loro sette figli, detti infatti “i sette martiri della Tiburtina”. C’è bisogno di un salto di immaginazione, per arrivare a comprendere il ricamo storico, artistico e popolare che cammina sotto i piedi di chi sta visitando il Ghetto. Qui dal XVI secolo fu costretta ad abitare la popolazione ebraica, nell’umidità del vicino Tevere, continuamente vessati dalle piene del fiume. A fianco di storici ristoranti di cucina romano-ebraica, a due passi dal Tevere, il Portico d’Ottavia domina la zona, costruito da Cecilio Metello il Macedonico nel 146 a.C.: è Augusto a ridargli forma, e nome, dedicandolo alla sorella Ottavia, luogo di passeggio ed affreschi. Partiamo dal nome appunto, di Sant’Angelo in Pescheria: è strettamente collegato alla storia del Portico, che le fa da atrio. Una lastra di marmo, in basso, con dicitura in latino, recita: “Le teste dei pesci più lunghe di questo marmo, datele ai conservatori fino alle prime pinne”. Il riferimento è ad un antico mercato del pesce, a cui deve il nome la chiesa, ed il vicino oratorio dei Pescivendoli. All’interno si può notare l’ossatura quattrocentesca, in fonda alla navata sinistra c’è la “Madonna degli Angeli”, affresco di Benozzo Gozzoli, o della sua scuola, distaccato dall’esterno della sacrestia. Il Gozzoli è pittore toscano del 1400, forse allievo del Beato Angelico, anche qui c’è una questione di nome da valutare: sarebbe stato Vasari a chiamarlo Gozzoli, da Benozzo di Lese. Nel Medioevo nei dintorni nasce anche il cimitero, che va ad intaccare il piano romano, le tombe e gli ossari sono databili dal IX al XIII secolo. Non solo arte, ma un ricamo da seguire. La Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria deve la sua fama ad un evento storico. Siamo nel 1347, la notte di Pentecoste: da qui mosse Cola di Rienzo, da qui partì per occupare il Campidoglio e ristabilire la Repubblica Romana, sogno di una città comunale, fino ad allora dominata da antiche famiglie di alta nobiltà. Anche qui, a chiudere, è il nome a cambiare, ad avere altre origini: Cola di Rienzo è al secolo Nicola di Lorenzo Gabrini. Wagner lo chiamerà Rienzi, “l’ultimo dei...

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Matisse, Arabesque in mostra alle Scuderie del Quirinale

Matisse, Arabesque in mostra alle Scuderie del Quirinale Matisse: “Vedere è già di per sé un atto creativo”. E ci sarà atto creativo, e molto da vedere, alle Scuderie del Quirinale: in mostra “Matisse, Arabesque”, a cura di Ester Coen, dal 5 marzo al 21 giugno 2015. Più di 100 opere di Henri Matisse provenienti da tutto il mondo: dal Tate, MET, MoMa, Puškin, Ermitage, Pompidou, Orangerie, Philadelphia, Washington, con alcuni capolavori assoluti del pittore francese per la prima volta in Italia. Uno dei maggiori artisti del ventesimo secolo, Matisse esplora con viva ed attenta visione l’Oriente, e la mostra con lui, ascolta l’arte araba, bizantina: una folgorazione graduale, nutrimento che parte dalla collezione islamica al Louvre fino all’Esposizione Mondiale del 1900, con i padiglioni dedicati a Turchia, Marocco, Tunisia, Algeria. Vedere, e riscoprire nelle geometrie e nell’ordito un sapore d’altro che non sia occidente: Matisse ne interpreta armonia e luce, per arrivare più in alto, lontano, con un “grande amore”, base necessaria per ogni genesi, ed ogni genesi di opera d’arte. L’artista come viaggiatore (lo stesso Matisse riporterà ricordi e curiosità dal suo viaggio in Algeria nel 1906) introduce una nota di fascino misterioso all’interpretazione del mondo Orientale, poi ancora Russia, con un occhio all’Esposizione di Arte maomettana a Monaco di Baviera, e Marocco, nella bianca Tangeri, dove troverà intensa attività artistica, studiando i colori dell’Africa ed i rapporti cromatici, ondeggiando tra realtà e fantasia, freschezza e clima rovente. La bellezza fiabesca di capolavori assoluti come “Ragazza con copricapo persiano” (1915-16; Gerusalemme, Israel Museum); “Zorah sulla terrazza” (1912; Mosca, Museo Pushkin); “Marocchino in verde” (1912; San Pietroburgo, Ermitage); “Pervinche-Giardino marocchino” (1912; New York, MoMA); “Paravento moresco” (1917-1921; Philadelphia Museum of Art), sono fili annodati di un viaggio, di Matisse e di chi avrà la fortuna di accompagnarlo in “Matisse Arabesque”, alle Scuderie del Quirinale.  Per info&ticket si può visitare il sito delle Scuderie del Quirinale.        ...

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Riserva Naturale della Marcigliana

La Riserva Naturale della Marcigliana: una gita a due passi da Roma La Riserva Naturale della Marcigliana si trova al confine con il Grande Raccordo Anulare, all’altezza dell’uscita Bufalotta. E’ uno dei tesori naturalistici del Lazio, di grande valore storico-archeologico. Raggiungibile anche con mezzi pubblici, la Riserva Naturale della Marcigliana presenta al visitatore un panorama fatto di colline, utilizzate per la coltivazione e il pascolo, alternate a valli con vegetazione e boschi di querce, accompagnate da aceri e olmi. Se siete particolarmente fortunati, potreste avvistare la fauna locale che, minacciata per anni dall’urbanizzazione e dalla  caccia, viene preservata grazie all’istituzione della riserva. Volpi, faine, donnole, tassi e istrici popolano questi boschi, come la lepre italica, specie endemica italiana. Grande interesse viene focalizzato anche dal sistema paesistico storico delle grandi tenute (Marcigliana, Tor S. Giovanni), caratterizzati per gli antichi casali (spesso costruiti su nuclei di ville romane) e dalle torri medievali, che creano un continuum storico unico. Città latina di Crustumerium Questa antica città latina contava con una imponente cinta difensiva posta a controllo di un antico percorso viario di collegamento tra l’Etruria e la Campania. Centro protostorico, sembra nascere tra X e IX secolo a.C.. Intreccia immediatamente la sua storia con quella di Roma, che lo conquistò più volte e ne determinò il declino e la scomparsa. In effetti in età romulea Crustumerium fu coinvolto nel celebre episodio storico-leggendario del Ratto delle Sabine; anche in questo caso gli autori antichi ne sostengono la pertinenza al popolo latino. La massima fioritura del piccolo stato, dovuta alle risorse del suo fertile territorio e ai proventi derivanti dagli importanti itinerari di collegamento che lo attraversavano, si pone nei secoli VII e VI a.C. Visita la Riserva Durante una passeggiata presso la Riserva Naturale della Marcigliana, vi consigliamo di visitare le Catacombe di S. Alessandro con i resti della basilica annessa.  Anche la Colonia Agricola della Bufalotta che con la sua Torre fu centro amministrativo di un grande complesso di fondi dipendente dalla badia di Farfa. Se invece preferite le passeggiate naturalistiche scoprite il Sentiero Natura “Casale Lucernari“. Il sentiero parte dai pennoni delle bandiere della Casa del Parco, su via di Tor S.Giovanni e permette di addentrarsi nella realtà della riserva, osservando sia la sua identità agricola sia quella più selvaggia. Soddisferà certamente  la vostra voglia di camminare. Per info più dettagliate vi rimandiamo al sito della...

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La Casina delle Civette a Villa Torlonia

La Casina delle Civette a Villa Torlonia La Casina delle Civette è una residenza, oggi adibita a museo, situata nei giardini di Villa Torlonia. Dall’aspetto caratteristico e particolare, fu abitata fino al 1938 dal Principe Giovanni Torlonia Jr. L’idea iniziale era quella di realizzare una capanna svizzera in stile ottocentesco, che con il passare degli anni venne gradualmente ampliata, fino ad assumere le attuali sembianze. Più che una casa vera e propria, la si sarebbe potuta definire come una dependance, dedicata allo svago. Ideata da Giuseppe Jappelli come una struttura rustica, conserva poche delle sue fattezze originarie. La Casina delle Civette oggi è composta da due villini, uno principale e uno di servizio, collegati tra loro da un passaggio sotterraneo e da una piccola galleria in legno; ha conservato l’iniziale struttura ad L e l’impronta volutamente rustica, per l’uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista. Le ristrutturazioni della residenza cominciarono nel 1908; dall’iniziale capanna svizzera si passa alla realizzazione di un Villaggio Medievale. Il piccolo edificio divenne una raffinata residenza con grandi finestre, loggette, porticati, torrette, decorazioni a maioliche e vetrate colorate. La presenza della vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera, eseguita da Duilio Cambellotti nel 1914, e la presenza costante del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluta dal principe Giovanni, particolarmente appassionato di simboli esoterici, furono il motivo per cui, nel 1916, la residenza venne chiamata Casina delle Civette. Le strutture del fronte meridionale della Casina, elaborate con un fantasioso apparato decorativo in stile Liberty, appartengono all’architetto Vincenzo Fasolo, che le realizzò nel 1917. L’interno della Casina delle Civette è disposto su due livelli, particolarmente curati nelle opere di finitura; decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali, sculture in marmo mostrano la particolare attenzione del principe per il comfort abitativo. L’incuria del tempo, atti vandalici e ruberie e infine un incendio nel 1991 hanno messo a dura prova la struttura, ma un paziente lavoro di restauro ha permesso a questo singolare edificio di arrivare intatti fino ai nostri giorni. Di particolare interesse storico sono le vetrate, quasi un centinaio, alcune originali altre ricostruite in base ai progetti originari e rimesse al loro...

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Frankie & Johnny Paura d’amare

Frankie & Johnny Paura d’amare al Teatro Ghione Dal 24 Febbraio al 1 Marzo, Pino Insegno e Alessia Navarro in scena al Teatro Ghione di Roma con Frankie & Johnny Paura d’amare. Lo spettacolo, diretto da Alessandro Prete e interpretato da Pino Insegno e Alessia Navarro, prende spunto dal testo di Terence McNally. Johnny, appena uscito di prigione, prova a ricostruirsi una vita riciclandosi come cuoco nella tavola calda in cui Frankie, disillusa e solitaria, lavora come cameriera. Tra i due nasce una tenera simpatia che scivola rapidamente verso un sentimento più profondo. L’uomo, sincero, le manifesta la volontà di costruire una famiglia e di crescere insieme molti figli. Ma il desiderio d’amore di lui si scontrerà con la ritrosia di Frankie, spaventata dalle sue stesse emozioni. Frankie è intimorita dall’idea di lasciarsi trasportare da un amore così grande, forse per paura di ricevere delusioni, e pone tra loro un muro quasi invalicabile. Johnny tenterà in ogni modo possibile di convincerla a farsi trasportare liberamente dalle emozioni. La storia dei due protagonisti non è solo un profondo atto d’amore ma anche il riflesso di due esistenze sperdute nella solitudine alienante della metropoli, dove gli spazi dell’anima si sbriciolano. Frankie e Johnny cercano un compendio emotivo alla propria identità spaesata , frammentaria e decentrata. In una città che illude, tradisce e poi mette ai margini, l’unica via di salvezza, per non perdersi definitivamente, è una scintilla di passione. Biglietti per i soci convenzionati Pro Loco di Roma: 18 € (anziché 28 €) in...

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I Vestiti dei Sogni a Palazzo Braschi

I Vestiti dei Sogni a Palazzo Braschi La scuola italiana dei costumisti per il cinema I Vestiti dei Sogni a Palazzo Braschi fino al 22 Marzo 2015, una mostra che traccia la storia del costume italiano per il cinema, attraverso l’esposizione di abiti di scena ideati dai più grandi professionisti del settore, tutto rigorosamente made in Italy. Tosi, Pescucci, Canonero, Donati sono solo alcuni dei nomi, quelli dei più premiati, degli artisti e artigiani del costume simbolo della Scuola in cui da sempre siamo maestri: dalle dive del cinema muto alla complicata rappresentazione di un’atmosfera, oltre che di un’epoca, in film come La Grande Bellezza. La cornice di Palazzo Braschi, selezionata come location proprio per le sue caratteristiche scenografiche, con la grande scalinata a fare da ideale piedistallo ai vestiti in mostra, una passerella dove a sfilare è la fine maestria e il ricordo. Numeri da capogiro per I Vestiti dei Sogni: 100 abiti originali e decine di bozzetti, il tutto affiancato da oggetti difficilmente messi in mostra per il pubblico che testimoniano i processi di lavorazione di questi grandi artisti e artigiani. La mostra è divisa in due parti: il percorso principale e la collezione permanente. In quest’ultima sono collocati tutti quei vestiti in grado di  dialogare con i dipinti esposti nella collezione di Palazzo Braschi, tra di essi spiccano quelli realizzati da Massimo Cantini Parrini dell’ultimo film di Matteo Garrone – di cui sono terminate da poco le riprese – Il racconto dei racconti. Nel percorso principale viene raccontato un secolo di scuola italiana. Un tuffo della storia del cinema lungo dieci sale, che raggiunge il suo apice nel salone dedicato alla Sartoria Tirelli, chiudendosi infine nella stanza con gli abiti realizzati da Milena Canonero per Marie Antoinette.  Il Direttore della Cineteca di Bologna e curatore della mostra, Gian Luca Farinelli, dice “Nel racconto della mostra abbiamo dato particolare accento alle filiazioni, perché la denominazione di scuola che si è voluta attribuire alla tradizione italiana non è affatto arbitraria, ma affonda in un’autentica trasmissione del sapere. Novarese è allievo di Caramba; De Matteis e Gherardi di Sensani; Tosi della De Matteis, e indirettamente, attraverso Visconti, di Sensani, così Donati; Pescucci è allieva di Tosi, e Millenotti di Pescucci in quella fucina creativa che è stata ed è la Sartoria Tirelli; Canonero, infine, seppur più libera e sganciata dal contesto italiano, proprio quest’anno esordisce alla regia con un documentario su Piero Tosi: e la cosa ci pare piena di significati.” Della mostra I Vestiti dei Sogni va sottolineata la particolare cura avuta per l’illuminazione, realizzata da un altro maestro italiano del cinema, Luca Bigazzi, la cui sfida era quella di riempire il vuoto lasciato da coloro per...

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La Chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella

La Chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella La Chiesa di Sant’Urbano, che domina la Valle della Caffarella, rappresenta uno dei monumenti meno conosciuti della Roma fuori le Mura, anche se di grande valore. E’ considerato un vero tempio antico, mantenutosi eccezionalmente nella sua integrità grazie agli interventi del IX secolo, che lo trasformarono in luogo di culto cristiano. La chiesa, oggi di proprietà privata, fu dedicata al vescovo Urbano, santo e martire, da non confondersi con l’omonimo papa, anch’esso martire, morto nel 230. All’interno, la Chiesa di Sant’Urbano, conserva un ciclo di affreschi, firmato da Fratel Bonizzo (1011), risalenti all’XI secolo, ma ridipinti in occasione dei restauri nel 1634 per volere del cardinale Francesco Bernini. Essi sono composti da 34 pannelli, i quali raffigurano storie di Gesù, di Sant’Urbano, di Santa Cecilia e di altri santi. Originariamente si trattava di un tempietto di epoca romana, prostilo, fatto erigere sotto l’imperatore Marco Aurelio; le quattro colonne della facciata e l’architrave sono fatte di marmo pentelico. Con il restauro del 1634, venne aggiunto un muro di mattoni tra le colonne del pronao e realizzato un campanile sul tetto. La zona della Caffarella, in cui si trova la Chiesa di Sant’Urbano, e che prende il nome dalla famiglia Caffarelli, faceva parte del Triopio, una vasta villa suburbana di proprietà di Erode Attico. Nato ad Atene intorno al 100 d.C., Erode fu uomo politico, retore, letterato ed amante delle belle arti. Venne a Roma sotto Anonino Pio, ottenne il consolato nel 143 e sposò una nobildonna romana, Annia Regilla. Erode restaurò una villa più antica, arricchendola di architetture, statue, decorazioni pittoriche e rivestimenti...

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Grande sfilata equestre e fuochi barocchi

Grande sfilata equestre e fuochi barocchi Martedì 17 febbraio – Piazza del Popolo e Via del Corso Si concluderà martedì 17 febbraio con la Gran sfilata rinascimentale coordinata da Alessandro Salari per l’Accademia del Teatro Equestre, la VII edizione del Carnevale Romano. Il corteo partirà alle 16,00 da piazza del Popolo per svilupparsinegli stessi luoghi dei grandi eventi carnascialeschi della Roma papalina rinascimentale, il cui evento principale era la corsa dei cavalli berberi su via del Corso, che ispirò per secoli le arti di grandi scrittori, pittori e artisti oltre ad attrarre a Roma la nobiltà di tutta Europa. Alla sfilata, dedicata al passaggio romano di Cristina di Svezia che dal 1655 si protrasse per oltre trentanni, prenderanno parte 150 cavalli di razza maremmana, tolfetana e romana, carrozze, 160 figuranti in costume, artisti equestri, gruppi storici, le rappresentanze buttere della regione (con delegazioni provenienti da Ponzano, Cottanello, Riano, Fiano, Marta, Tuscania e Viterbo), simbolo culturale e storico dell’equitazione da lavorodel nostro Paese, e i corpi militari che hanno dato lustro alla storia della cavalleria italiana, come la fanfara a cavallo del Reggimento Lancieri di Montebello (8°), il 4° Reggimento Carabinieri a cavallo, la Polizia di Stato a cavallo e il Corpo Forestale dello Stato. Parteciperanno, inoltre, 100 attori in costume del Palio del Velluto di Leonessa, gli Sbandieratori e musici di Velletri, il Gruppo Musici di Torre Orsina, oltre alla tradizionale presenza del Gruppo Storico Romano. Ritornano gli artisti equestri che, con i loro spettacoli, sono stati i grandi protagonisti per cinque anni all’arena di piazza del Popolo: Andrea Giovannini, volteggiatore e dressagista di fama internazionale, Roberto Concezzi, noto negli ambienti dell’equitazione per lavorare con animali sottratti alla macellazione. Sfileranno, inoltre, i cavalieri e le amazzoni dell’Accademia del Teatro Equestre, della Compagnia dell’Aquila bianca in armatura quattrocentesca, dell’Associazione italiana Muli montati, i cui membririprodurranno la “cavalcata papale” sulla mula bianca, e i Cavalieri del Passato della Protezione civile a cavallo a significare l’origine medioevale del Carnevale romano. In corteo, a rappresentare la Regina del Carnevale, l’attrice Maria Rosaria Omaggio,che farà il suo ingresso su una delle carrozze di Franco Ariano, antico mezzo di trasporto che restituirà l’atmosfera dell’epoca e gli sfarzi della nobiltà romana, insieme ad Alessandro Benvenuti, già protagonista nelle passate edizioni, e il popolare comico Roberto Ciufoli che si presenterà a cavallo e in vesti barocche. L’appuntamento è alle 15,00 in piazza del Popolo dove sbandieratori, tamburini e gruppi storici intratterranno il pubblico in attesa della sfilata. Presentano Daniele Coscarella e Maria Baleri. Al termine, verranno distribuite gratuitamente le fontane falistranti, a rievocare la Festa dei moccoletti, che tradizionalmente celebrava la chiusura del Carnevale la sera del martedì grasso. Infine, grande...

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Gita Fuori Porta – I Castelli Romani

I Castelli Romani, la nostra gita fuori porta preferita I Castelli Romani sono considerati da molti come la tradizionale gita fuori porta dei romani, argomento di tante canzoni e stornelli d’osteria. Il paesaggio tranquillo e riposante, spinse in passato la nobiltà romana, ed anche i pontefici, a trasferire qui le proprie residenze, costruendovi ricche dimore e palazzi, i Castelli, attorno ai quali si sono sviluppati vivaci e pittoreschi paesini, noti anche per il tipico vino che si produce sulle loro colline. Le case della periferia di Roma ci accompagnano a lungo, prima di cedere il passo ai celebri vigneti. Frascati,  il cui nome deriva probabilmente dalle frasche che ricoprivano le case del villaggio, è un po’ la capitale dei Castelli Romani, grazie anche al panorama che si gode dalle sue terrazze. Celebri le sue ville, Villa Lancellotti, Villa Mondragone, Villa Falconieri, Villa Torlonia ed in particolare Villa Aldobrandini, iniziata alla fine del XVI secolo, con un magnifico parco, rallegrato dai giochi del Teatro delle Acque. A 5 km si possono visitare le rovine di Tuscolo, patria di Catone il Censore, dall’alto delle quali si ammira uno sconfinato panorama. Grottaferrata deve la sua fama all’abbazia di San Nilo, fondata nel 1004 dai monaci basiliani di rito greco-cattolico sulle rovine di una villa romana, forse quella che appartenne a Cicerone. Il nome stesso della cittadina deriverebbe da un sepolcro romano con una finestra in ferro, trasformata in cappella e tuttora visibile nella navata destra della chiesa. Nel XV secolo il cardinale Giuliano della Rovere , poi papa Giulio II, fece erigere una fortificazione a difesa dell’abbazia, attorno alla quale si è poi sviluppato l’intero paese. Attraverso un elegante portale rinascimentale si accede al primo cortile e quindi al monastero con un bel porticato di Giuliano da Sangallo. Nel secondo cortile sorge la chiesa di Santa Maria, dell’XI secolo ma sostanzialmente modificata nel XVIII. Nell’interno a tre navate s’innalza un arco di trionfo con mosaici e affreschi duecenteschi. In fondo alla navate centrale si trova un gruppo di angeli marmorei del Bernini, in adorazione di un’immagine della Madonna con il Bambino. Dalla navata di destra si passa alla cappella di San Nilo, magnificamente affrescata nel 1610 dal Domenichino. Al centro del secondo cortile sorge una fontana nella quale ogni anno, nel giorno dell’epifania, seguendo un’antica tradizione bizantina si ricorda, con una suggestiva liturgia, il battesimo di Gesù nel Giordano. Altro luogo noto dei castelli romani è Marino, dove, la prima domenica di Ottobre, si svolge la tipica sagra dell’uva. I bombardamenti dell’ultimo conflitto hanno in gran parte distrutto il centro storico: è stato ricostruito il palazzo Colonna, ora sede del Comune. Marino...

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Il Museo Napoleonico di Roma

Il Museo Napoleonico di Roma Il Museo Napoleonico di Roma, è entrato da poco a far parte del circuito dei Musei in Comune e di conseguenza nella lista dei musei capitolini ad ingresso gratuito. Rimasto per diversi anni in secondo piano, gode ora finalmente di una maggiore considerazione, tanto che gli eventi programmati nei suoi spazi sono ora variegati e d’interesse. Il Museo Napoleonico nasce a seguito della donazione da parte del Conte Giuseppe Primoli, figlio del Conte Pietro Primoli e della Principessa Carlotta Bonaparte, della collezione di opere d’arte, cimeli napoleonici, memorie familiari, racchiusi per molto tempo nel pianterreno del suo palazzo. I rapporti tra la Capitale e gli eredi dell’impero Napoleonico, sono infatti molto più stretti di quanto si pensi, in quanto dopo la caduta dell’Impero, quasi tutti i componenti della famiglia Bonaparte chiesero asilo a papa Pio VII e si stabilirono a Roma. Numerosissime le opere d’arte esposte nelle sale del museo, assieme a mobili d’epoca e cimeli familiari che attraversano la storia, travagliata e complessa, dei Bonaparte. Inoltre, mostre ed eventi temporanei, arricchiscono il già interessante percorso del museo che mette a disposizione dei percorsi didattici mirati, sia per le scuole, che per i singoli visitatori, che volessero approfondire l’argomento. Info Ticket: Come vi dicevamo, il Museo Napoleonico di Roma è ad ingresso gratuito; dal 27 agosto 2014 sono infatti in vigore le nuove tariffe di accesso al Sistema Musei Civici di Roma Capitale. E’ al costo di 4,00 € l’audio-guida, con la registrazione in italiano, inglese e francese. Per visitare le mostre in corso, non si necessita di un ulteriore biglietto d’ingresso. Per qualsiasi altra informazione, visitate il sito dei Musei In Comune di...

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Il Carnevale Romano 2015

Il Carnevale Romano – Il Carnevale della Regina In un conferenza stampa tenutasi il 3 Febbraio alla Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini, il Comitato del Carnevale Romano ha presentato alla stampa e alle autorità i progetti per questa edizione 2015. Segno dei tempi che necessitano un certo rigore da parte delle istituzioni, ma con l’intenzione di mantenere vive le tradizioni della capitale, questa edizione del Carnevale Romano, dopo un anno di fermo, abbandona le imponenti strutture che lo avevano caratterizzato, puntando più ai contenuti artistici e storici, che alla spettacolarizzazione. Il tema scelto per quest’anno, è la celebrazione del 360° anniversario dell’ingresso della regina Cristina di Svezia a Roma da Porta Flaminia, alla quale furono dedicati, già in passato, molti carnevali e feste barocche. Dal 7 al 17 Febbraio saranno numerose le attività e gli eventi che animeranno il carnevale romano  e che vi proponiamo. Presso la Biblioteca Angelica la mostra: “Carnevale Romano: Rinascita di una Tradizione” vi aspetta con una selezione dei migliori scatti delle ultime edizioni del Carnevale Romano mettendo in primo piano il parallelismo tra i luoghi, gli eventi e i protagonisti del passato, con quelli che sono stati gli allestimenti contemporanei, restituendo l’autenticità del rapporto tra uomo e cavallo. Lo scopo dell’iniziativa è di favorire una maggiore conoscenza di questa antica manifestazione, testimoniando la crescita culturale avvenuta negli anni nella convinzione che la tradizione rimanga viva solo se capace di evolversi e adattarsi ai tempi. Ci teniamo in particolare a segnalare per Giovedì 12 Febbraio, nel Cortile Museo di Palazzo Braschi, la messa in scena dell’opera “Il Generale Mannaggia La Rocca – Borbone m’hai provocato e io te distruggo” scritto e diretto da Leonardo Petrillo e interpretato da Manuel Fiorentini. Quella del Generale Mannaggia è una figura realmente esistita, una maschera creata da uno stracciarolo romano, Luigi Guidi, vissuto a fine ‘800 auto-nominatosi in questa maniera. Per almeno un ventennio a Roma si sentì dire: “pure se piove o se fiocca, a carnevale arriva il generale Mannaggia la Rocca”. Il “generale” infatti sfilava sul via del Corso seguito da un esercito di stracciaroli e, in perfetto stile carnevalesco, permettevano al popolo di lanciargli contro verdure e coriandoli. La maschera fu anche protagonista di un aneddoto storico che ha dell’incredibile. In un momento di forte tensione diplomatica tra Italia e Francia, grazie ad un’espediente messo in atto dal giornalista Eugenio Rubichi, chiamato anche Richel, la maschera del Generale ebbe per un momento fama mondiale, mentre la Francia si vedeva presa in giro. Da segnare assolutamente sul calendario, la sfilata finale in Piazza del Popolo, che dalle ore 15:00 del 17 Febbraio, verrà animata da cortei, sbandieratori, gruppi storici e dalla riproposizione dell’ingresso della regina Cristina di Svezia....

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Il quartiere Coppedè

Il quartiere Coppedè, tra sogno e realtà Se state camminando nel pressi di Via Tagliamento, localizzare il quartiere Coppedè,  sarà indubbiamente molto facile. Le sue caratteristiche architettoniche e l’arco di Via Dora, con il grande lampadario esterno, cattureranno immediatamente la vostra attenzione. Oltrepassando l’arco sarete condotti nel “salotto” di Piazza Mincio, con al centro la Fontana delle Rane e le curiose ville che la delimitano. Tracciando i limiti del quartiere, comprende una buona parte delle costruzioni poste tra Via Tagliamento, Via Arno, Corso Trieste e Via Adige; sette fabbricati, dieci palazzine e diciotto villini sono i protagonisti di in una delle zone più tranquille e verdeggianti della capitale, nonché una delle più costose! Il quartiere Coppedè è stato a tutti gli effetti, una delle opere architettoniche sperimentali più riuscite dei primi del ‘900. Voluto nel 1916 dalla Società Anonima Edilizia Moderna, la realizzazione del progetto viene affidata allo scultore fiorentino Gino Coppedè, da cui prenderà il nome. A causa della guerra, i lavori durarono molti anni, fino al 1927, anche perché l’artista decise di prendere in carica l’intero progetto fin nei minimi dettagli. Passeggiare nel quartiere Coppedè è come attraversare una realtà alternativa e inaspettata: gli edifici e i villini prendono forma e ispirazione da castelli e torri. Ovunque si posi lo sguardo è possibile notare colonnine, arcate, logge, balconi decorati, scolpiti con personaggi e fantasie. I motivi prendono ispirazione dalla mitologia greca, per poi declinare in uno stile medievale/fiabesco con fate e cavalieri, e finire in minacciosi mascheroni di ispirazione assiro-babilonese. In alcuni edifici, le decorazioni prendono spunto dallo stile liberty, mentre altri si tuffano nel manierismo e nel barocco. Un insieme, quello del Quartiere Coppedè, originale che preleva stili da contesti diversi e che si può ricondurre alla corrente del Neoeclettismo. Simbolo di questo quartiere sono indubbiamente gli edifici posti intorno a Piazza Mincio, i Villini delle Fate, la Palazzina del Ragno e i Palazzi degli Ambasciatori. Una passeggiata dentro la propria città che diventa un vero e proprio viaggio in un modo surreale, dove ogni dettaglio ispira un sentimento di meraviglia e curiosità....

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Piazza delle Coppelle e la sua Chiesa

Piazza delle Coppelle Nel Rione Sant’Eustachio a Roma, a pochi passi dal Pantheon, si trova la caratteristica Piazza delle Coppelle. La piazza, al tempo della Roma antica, si caratterizzava per la sua anima commerciale. Prende infatti il nome dalle ciotole in legno, le coppelle appunto, che venivano vendute dai commercianti proprio in questo luogo e che gli antichi romani utilizzavano per trasportare e contenere l’acqua acetosa, l’aceto, il vino se non addirittura l’acqua dello stesso Tevere. Il circondario, anche ai giorni nostri, non ha perso la sua natura e i negozi sono numerosi, ma lo sono ancor più ristoranti tipici dove sarà comunque facile gustare una buona coppa di vino, o un buon piatto della cucina romana. Topograficamente Piazza delle Coppelle ha la forma di una U che circonda la chiesa medievale di San Salvatore alle Coppelle, forse la vera protagonista di questa piazza. Una leggenda narra che la chiesa, datata intorno al XI secolo, fosse stata edificata sui resti della dimora di S. Abbasia, un’antica nobildonna romana. I dettagli artistici e strutturali di San Salvatore alle Coppelle rispecchiano la lunga storia che la chiesa ha attraversato. Gli stili tendono a mescolarsi e a sovrapporsi lasciando intravedere i secoli trascorsi. Testimonianza pittoresca ed emozionante del tempo che passa, viene data anche da due lapidi poste di lato all’edificio: la prima, datata 1750, fungeva da buca delle lettere dove osti ed albergatori erano tenuti a depositare denunce di malattia dei loro ospiti, nel timore che nascondessero qualche malattia epidemica; la seconda è una tabella di proprietà che così recita: “Chi(es)a del S.mo Salvatore della Pietra al(it)er delle cuppelle 1195”. Si tratta della prima iscrizione pubblica a Roma in  lingua volgare, dove è ben visibile la trasformazione dal latino all’italiano. Sul retro di S.Salvatore alle Coppelle si trova la porzione principale di Piazza delle Coppelle sita in un angolo isolato, lontano dalle strade di passaggio assomiglia quasi ad un cortile chiuso all’interno del quale si trova anche un mercato...

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Il Parco di Veio

Il Parco di Veio Il Parco di Veio si estende nella zona di Roma Nord, delimitando Via Flaminia, Via Cassia e la strada provinciale  Campagnanese. Sono molti i luoghi di interesse da visitare che ricoprono sia un’inestimabile valore naturalistico, sia storico culturale. Parco di Veio, un po’ di storia: La storia del Parco di Veio ha origini molto antiche e le testimonianze sono ancora oggi visibili sul territorio; dai villaggi di capanne di epoca preistorica fino ai borghi fortificati medievali, dalle ville romane e rinascimentali, sino ai più recenti casali agricoli  costruiti nel secolo appena trascorso. Era il 1916, quando fu ritrovata la grande statua in terracotta dell’Apollo, nell’area di quello che un tempo era il Santuario di Portonaccio. Siamo all’interno del Parco di Veio, e la statua dal grande sorriso, le trecce ed il pelpro, ha emozionato illustri etruscologi, e molti i visitatori del Museo Etrusco di Villa Giulia, nel quale è custodita. La statua, con altre nove, venticinque secoli fa, era sistemata sul tetto del tempio etrusco di Portonaccio. Tra i più antichi e venerati di tutta l’Etruria, il Tempio sorgeva poco fuori da Roma, nella zona di Veio. L’antica città etrusca, le cui rovine sono oggi situate presso il borgo medievale di Isola Farnese, sorse durante il IX secolo a.C., entrò quasi subito in competizione con Roma, per il controllo  dei septem pagi e delle saline alla foce del fiume. Il nucleo più antico del tempio era dedicato alla dea etrusca  Menerva, edificato nel VI secolo avanti Cristo, su un terrazzo naturale affacciato sul Fosso Piordo. Dopo la conquista romana del 396 a.C. il tempio fu utilizzato per altri cinquecento anni o giù di lì. Dopo essere stato abbandonato nel secolo I dopo Cristo, le statue, intere o a pezzi, furono scaraventate in un fosso, dove sono state ritrovate nel 1916 con la statua dell’Apollo. Oggi, chi viene a visitare il Parco di Veio, può dedicarsi ad uno dei molti itinerari culturali consigliati dall’Ente Regionale o godere di una visita più libera, apprezzando le bellezze distribuite nel suo vasto territorio. Alcune tappe “obbligatorie” consigliate sono: Nella zona di Campagnano/Formello, la visita delle Valli del Sorbo, inserite nella lista dei Siti di Importanza Comunitaria. L’ambiente è caratterizzato da valloni tufacei, pascoli di bovini e cavalli allo stato brado.  All’interno delle Valli sorge il Santuario della Madonna del Sorbo, inizialmente realizzato come fortilizio medievale, per poi diventare luogo di pellegrinaggio dedicato alla Madonna. Tra i resti dell’Antica città di Veio, oltre al Santuario di Portonaccio, l’area archeologica conserva monumenti di rilievo, come le antiche tombe dipinte d’Etruria: la Tomba dei Leoni Ruggenti e la Tomba delle Anatre. I Quarti, ossia immense distese di pascoli dove godere appieno delle...

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Roma d’Inverno – La cultura cambia stagione

Roma d’Inverno – La cultura cambia stagione Roma d’inverno: una nuova stagione culturale per Roma Capitale, iniziata l’ 11 Dicembre ed ancora il corso. E’ il programma di Roma d’inverno, quello di cui si sta parlando tanto negli ultimi giorni, presentato dall’ assessore capitolino alla Cultura, Giovanna Marinelli. “La cultura non va in letargo” è ciò che leggiamo sul sito di Roma Capitale, che ha deciso di introdurre nel calendario di manifestazioni annuali, una cartellone di eventi che coinvolgono il centro città, ma anche la periferia. Una ricca e differenziata offerta culturale, con l’intento di coinvolgere tutti i segmenti del pubblico. “Dopo l’Estate romana ci voleva un ‘Inverno romano’- ha detto Marinelli- e con questo progetto, cambiamo stagione senza però cambiare la grande quantità di offerta culturale”. “Anzi – ha proseguito – possiamo dire che la rinforziamo coinvolgendo tutte le grandi istituzioni culturali della città. Tre mesi che vanno da dicembre a febbraio e che coinvolgono sia Natale che Carnevale, con un palinsesto molto intenso, a partire dalle periferie”. Il calendario natalizio di Roma d’inverno ha, infatti riscosso un notevole successo, anche grazie alla collaborazione con le grandi istituzioni culturali di Roma. Pochi giorni fa l’assessore, presso la Sala Rossa del Macro – Museo d’Arte contemporanea di Roma in Via Nizza, ha presentato i nuovi quaranta eventi per il mese di Febbraio, che coprono tutta la città, da Corviale a Tor Marancia, da Ostiense a S. Maria della Pietà al parco dell’Appia Antica, a Tor Pignattara, San Basilio, Alessandrino, per citarne solo alcuni e nel centro storico. Le singole manifestazioni sono i progetti vincitori dell’avviso pubblico “Roma creativa: l’offerta culturale per i nuovi pubblici” all’interno del programma “Roma d’inverno”. Delle 230 domande arrivate, sono stati 40 i vincitori, con un finanziamento complessivo di 1 milione e 300 mila euro. La nuova programmazione che tocca il mese di febbraio, presenta appuntamenti di musica, teatro, fotografia, danza e cinema. Con ampio spazio dedicato alle arti digitali, la multidisciplinarietà,  la valorizzazione del patrimonio attraverso l’uso delle nuove tecnologie, la riqualificazione di spazi pubblici attraverso progetti di arte pubblica e street art, workshop,seminari e percorsi partecipati....

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Stadio di Domiziano

Lo Stadio di Domiziano Un vero museo per visitare i grandiosi resti localizzati sotto Piazza Navona Dopo anni di semi-abbandono e visite occasionali solo su prenotazione, il sito archeologico dello Stadio di Domiziano cambia volto e si presenta ai turisti in veste ufficiale, completamente rinnovata. Il nuovo ingresso museale riporta alla luce il passato dell’area sottostante a Piazza Navona, dove sorgeva un raro esempio di stadio in muratura. Localizzato in un’area compresa tra Piazza Navona, piazza di Tor Sanguigna e via di Tor Sanguigna, a circa 4,50 metri dal piano stradale, è ora accessibile tutti i giorni e vanta, oltre alla rinnovata e riabilitata area archeologica, anche un centro congressi per mostre temporanee e eventi culturali. Lo Stadio di Domiziano, storia:  Lo stadio venne eretto nell’86 d.C. accanto alle terme Neroniane, sopra le rovine di un precedente stadio edificato da Nerone, per celebrare l’Agone Capitolino, gara quinquennale dedicata a Giove Ottimo Massimo ed istituita a imitazione dei giochi olimpici. Lo stadio di Domiziano rappresenta  l’unico esempio di stadio in muratura eretto su sostruzioni murarie, sinora conosciuto al di fuori della Grecia e del mondo orientale; prima della sua costruzione le gare di atletica si svolgevano solitamente nel Circo Massimo o nel Circo Flaminio, o in strutture in legno appositamente costruite per l’occasione, le quali venivano poi smontate al termine dei giochi. La struttura stessa di Piazza Navona, e la disposizione dei palazzi attorno ad essa, ricalcano la pianta dello stadio. I resti di questa opera unica sono presenti infatti non solo nell’area visitabile, ma riscontrabili anche nelle cantine private dei molti palazzi che circondano la piazza. Per maggiori approfondimenti e cenni storici sullo Stadio di Domiziano e gli eventi ad esso collegati vi rimandiamo al sito ufficiale dove è anche possibile acquistare i biglietti online e reperire le informazioni necessarie su orari, prezzi e sconti speciali.    ...

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Cattedrale San Lorenzo – Viterbo

Una visita alla Cattedrale San Lorenzo a Viterbo Oggi la nostra gita fuori porta ci conduce nel viterbese, tra le mura della Cattedrale San Lorenzo. Eravamo stati qui poche settimane fa per visitare il suggestivo quartiere di San Pellegrino, ma Viterbo è una città ricca di storia, che ci offre numerosi spunti per ritornare ogni volta. La Cattedrale San Lorenzo: Il duomo ha dato nome alla omonima piazza San Lorenzo, nobile spazio della Viterbo medievale, ancora oggi circondata da alcuni edifici di una certa importanza storico-architettonica. La cattedrale fu costruita nel XII secolo, periodo a cui risale anche la casa di Valentino della Pagnotta, a pochi passi dal duomo, denominata così dal nome del priore che nel 1458 lo acquistò. L’attuale facciata della Cattedrale San Lorenzo è datata intorno al 1570; la chiesa subì numerosi interventi di restauro, soprattutto dopo i bombardamenti del 1944. Il campanile trecentesco, per le fasce bicrome e l’alternanza delle doppie bifore, rivela influssi dell’arte toscana. L’interno è a tre navate divise da colonne con eleganti capitelli e con pavimento cosmatesco. La Cattedrale San Lorenzo custodisce al suo interno il sarcofago di Giovanni XXI, alla sinistra dell’ingresso. Qui è possibile notare i resti di affreschi trecenteschi, mentre dal lato destro una bella vasca battesimale del 1470. Altri brani di affreschi trecenteschi sono sopra l’accesso al battistero, nel quale vi è uno Sposalizio di Santa Caterina e santi di scuola del Pastura. Nell’abside di sinistra, si vede una copia della Madonna della Carbonara, tavola della fine del XII secolo conservata nell’adiacente museo. Sulla parete della navata sinistra, Cristo benedicente tra santi, opera del 1472, e buone tele, tra cui un San Lorenzo che amministra la Santa Comunione e un San Lorenzo e gli ammalati, opere di Marco Benefial. Recentemente allestito in ambienti adiacenti alla Cattedrale, è il Museo del Colle del Duomo, che custodisce paramenti sacri, opere pittoriche, sculture e reliquiari. Fonte: Touring Club...

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Cinema al MAXXI – Nuova rassegna di anteprime

Cinema al MAXXI – Nuova rassegna di anteprime Visto il grande riscontro ottenuto con le passate edizioni, la Fondazione Cinema per Roma ed il Museo MAXXI presentano “Cinema al MAXXI”, un’inedita programmazione di documentari e classici del grande schermo a partire dal 7 Febbraio 2015. Aprirà la rassegna cinematografica, l’evento con protagonista Teho Teardo, che eseguirà dal vivo le colonne sonore di tre cortometraggi di Man Ray. Il musicista e compositore è stato vincitore del David di Donatello per la colonna sonora de Il divo, e candidato allo stesso premio per le musiche di L’amico di famiglia, La ragazza del lago e Diaz – Don’t Clean Up This Blood. Cinema al MAXXI, curata dal critico ed esperto di linguaggio cinematografico Mario Sesti, proporrà al pubblico una sorprendente e inusuale sinergia fra cinema e spazi museali. Fino alla metà di Marzo, l’Auditorium del MAXXI ospiterà un’inedita programmazione di anteprime, documentari e classici del grande schermo. Una delle grandi novità in programma per questa edizione del 2015, sarà lo spazio dedicato ai “Silent Movies”. Il programma completo di Cinema al MAXXI verrà annunciato mercoledì 4 Febbraio e sarà possibile visionarlo sul sito ufficiale del museo. Sarà possibile acquistare i biglietti a partire da mercoledì 21 Gennaio presso la biglietteria del MAXXI e online su...

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Visitare Roma: Il tour dei cinque sensi

Il Tour dei cinque sensi Come scoprire la città attraverso un tour sensoriale Che siate a Roma solo di passaggio oppure residenti da numerose generazioni, questo piccolo tour dei cinque sensi, dedicato a risvegliare le vostre emozioni sensoriali, potrebbe essere un percorso alternativo per visitare la città, così come un modo di riscoprirla in tutta la sua unicità. Ci sono sicuramente tantissimi monumenti da visitare, cibi da assaporare, profumi e rumori; ma in alcuni luoghi più che in altri i vostri cinque sensi verranno stimolati a pochi istanti l’uno dall’altro. Occhio alla cartina e tenete il passo. Iniziamo il nostro tour dei cinque sensi in uno dei luoghi unici della capitale: l’Isola Tiberina. E’ dalle sue sponde che potrete godere del miglior punto di osservazione sul Ponte Rotto. Sconosciuto a molti, questo ponte di antichissima memoria, ha una storia complessa e decisamente sfortunata. Situato in un punto dove nel Tevere confluiscono forti correnti, ha subito nei secoli diverse inondazioni. Crollato più volte, viene definitivamente distrutto per costruire l’attuale Ponte Palatino, conosciuto anche come Ponte Inglese. Un pezzo di storia incredibile, riuscito ad arrivare fino ai giorni nostri! Mentre state osservando il ponte, un altro dei vostri sensi viene messo in allerta. Siamo a pochi passi dall’acqua, del non più biondo Tevere, eppure, al posto di qualche malsano odore, ecco che giunge alle vostre narici, l’odore salmastro tipico del mare. Saranno le correnti impetuose? La morfologia dell’isola? Chissà, vale comunque la pena di fermarsi a fare un bel respiro, lontani, eppur vicini al caotico traffico della Capitale. In questo momento vi conviene immergervi del tutto in questa pace ritrovata e farvi guidare verso nuovi lidi dal rumore delle cascatelle che avvolgono le rive dell’isola. L’isola Tiberina, abitata dal 510 a.C., viene monumentalizzata nel corso del I secolo e trasformata, attraverso l’aggiunta di blocchi di travertino, in una Barca di Pietra. Alcuni di questi blocchi sono ancora presenti sull’isola ed è proprio usando il tatto che potrete dire di aver toccato centinaia di anni di storia. La gita sull’Isola Tiberina, sulla quale ricordiamo si trovano anche i resti di antichi templi romani e la Basilica di San Bartolomeo, termina con una parentesi gustosissima. Una tipica grattachecca romana nel chiosco storico della Sora Mirella. Lasciata l’isola, il nostro tour dei cinque sensi continua in uno dei quartieri tipici della città. Eccoci in pochi minuti al Portico d’Ottavia. L’olfatto è il primo dei sensi che viene colpito per via delle pasticcerie kosher della zona, le quali sfornano dolci tipici e deliziosi ad ogni ora. Non ci si può trattenere, bisogna per forza assaggiarne qualcuno o fermarsi in uno dei tanti ristoranti del quartiere, per gustare i piatti della tradizione giudaico romanesca. Se l’architettura...

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Subiaco, tra i boschi della Valle dell’Aniene

Subiaco, tra i boschi della Valle dell’Aniene Il borgo medievale di Subiaco si trova in provincia di Roma a 408 m.s.l.m., avvolto tra i boschi dell’alta Valle dell’Aniene. Il suo nome ha origine dal latino “Sublaquem” termine con il quale si indicava la Villa di Nerone, realizzata alle porte dell’attuale cittadina. Della villa neroniana, che si specchiava in un lago artificiale, è possibile ancora oggi riconoscere i resti appartenenti al complesso termale e ad un ninfeo. Un pò di Storia: Per moltissimo tempo Subiaco è stata meta di pellegrinaggi per l’opera di San Benedetto e dei suoi monaci. Qui il santo, alla fine del V secolo, si ritirò in una grotta, oggi nota come Sacro Speco; convinto a lasciare l’eremo dopo tre anni, dalla sorella gemella Scolastica, dettò le regole fondamentali dell’ordine benedettino. I notissimi monasteri di Subiaco, dedicati a Santa Scolastica e a San Benedetto, sono situati nella valle dell’Aniene a sud-est dell’abitato, in un’ottima posizione scenografica paesaggistica. Per il borgo di Subiaco: Domina la cittadina la Rocca Abbaziale, anche conosciuta come “Rocca dei Borgia”. Tra i simboli di Subiaco, la fortezza, fu costruita dall’abate Giovanni V, verso la fine dell’ XI secolo. La sua posizione, in cima ad una collina, aveva in realtà un ruolo strategico: voler instaurare un dominio monastico sulla città di Subiaco. La sua collocazione permetteva quindi il controllo dell’intero castello e di particolari ribelli. La costruzione subì danni a causa del terremoto nel 1349, venne saccheggiata e danneggiata anche dai sublacensi e per molti anni non fu abitabile. Il Cardinale Rodrigo Borgia prese possesso della fortezza intorno al 1476, anno in cui fece costruire una torre quadrangolare in grado di difendere la parte più antica della Rocca. La storia narra che qui nacquero i figli del cardinale Cesare e Lucrezia Borgia, avuti dall’amante Vannozza Cattanei. Il castello medievale fu trasformato nel 1778, dall’architetto Pietro Camporese, per volere di Pio VI. La Rocca venne trasformata in un palazzo moderno, ed oggi è sede di un centro di studi benedettini che conserva affreschi di Liborio Coccetti e degli Zuccari. Poco lontano dalla Rocca, nei pressi della piazzetta della Pietra Sprecata, si trova la neoclassica chiesa di Santa Maria della Valle, sul cui altare maggiore è posta una venerata immagine quattrocentesca. La chiesa risalente al IV secolo, fu completamente rasa al suolo durante un terremoto nel 1298, ma ricostruita in seguito sullo stesso colle. Tra le altre bellezze del borgo vi è la cattedrale di San Andrea, nella piazza omonima, è una costruzione neoclassica eretta tra il 1766 ed il 1789, la quale conserva nell’abside un prezioso crocifisso ligneo del ‘500; sulla parete di fondo del braccio destro del transetto, una tela di Sebastiano Conca, raffigura “La Pesca miracolosa”....

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Alla scoperta del Tibet – Museo d’Arte Orientale

Alla scoperta del Tibet Le spedizioni di Giuseppe Tucci e i dipinti tibetani Al Museo Nazionale d’Arte Orientale Giuseppe Tucci, dal 5 Dicembre fino all’ 8 Marzo 2015, è protagonista il Tibet con la mostra a cura di Deborah Klimburg-Salter: “Alla scoperta del TIBET – Le spedizioni di Giuseppe Tucci e i dipinti tibetani”. L’intera mostra è organizzata in collaborazione con l’ Università di Vienna, Center for Research and Documentation of Inner and South Asia (CIRDIS), di cui Deborah Klimburg-Salter è direttrice. E’ nella prima metà del 1900 che Giuseppe Tucci, noto esploratore di cui porta il nome il museo, conduce otto importanti spedizioni in una terra virtualmente sconosciuta all’Occidente. I suoi viaggi nelle regioni himalayane, gli hanno permesso, anche grazie alla profonda conoscenza della lingua e della cultura locale, di essere il fondatore della moderna Tibetologia. Tutti i materiali che l’esploratore riuscì a selezionare in Tibet, oggi sono qui in Italia e accessibili al pubblico. Alla scoperta del Tibet, la Mostra: L’esposizione è divisa in due rami, nel primo saranno presentate le fotografie dello stesso Giuseppe Tucci, che raccontano le sue esplorazioni, dall’altro alcuni capolavori di pittori tibetani risalenti al XI e XVII secolo. Le sezioni organizzate sono tre. Le spedizioni di Tucci 1926-1948: Scelte per la mostra quaranta fotografie, selezionate tra il suo vastissimo archivio fotografico in cui ne sono conservate circa ventimila. Le foto sono state scattate da fotografi assistenti dell’esploratore e ritraggono monumenti e monasteri oggi in parte scomparsi. Capolavori della cultura tibetana: Nella sezione è presentata una collezione di 59 thangka tibetani, noti come stendardi buddisti dipinti o ricamati. La collezione di Tucci è considerata come la più importante tra tutte quelle conservate nei Musei Statali. I dipinti sono databili tra il XIV e il XVIII secolo e provengono dal Tibet Centrale ed Occidentale. Conservazione dei dipinti e delle cornici tessili: E’ l’ultima sezione della mostra che si occupa del lungo lavoro di restauro condotto per riportare le cornici ed i dipinti al loro splendore originale. Per Info su Ticket & Prezzi sulla mostra Alla Scoperta del tibet consultare il sito del  Museo Nazionale d’Arte...

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La Chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio

La Chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio La Chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio, situata nel quartiere Aventino di Roma, venne realizzata tra il III e il IV secolo. In origine era dedicata al solo San Bonifacio, un uomo che conduceva una vita dissoluta insieme alla madre di Alessio, Egle. Quando la donna si convertì ad una vita cristiana, lo stesso fece Bonifacio, che arrivò a subire il martirio per decapitazione. La chiesa fu intitolata anche a San Alessio, verso la fine del primo millennio. Secondo una leggenda del V secolo, Alessio, giovane patrizio romano che aveva dedicato la sua vita ai bisognosi, fuggì in Oriente per evitare un matrimonio imposto dai familiari. Tornato a Roma dopo vent’anni, passò il resto della sua vita da mendicante, risiedendo sotto le scale dell’atrio della sua casa. Fu solo in punto di morte che rivelò al papa la sua vera identità. Durante il periodo di Benedetto VII, la chiesa dei Santi Bonifacio e Alessio fu affidata al monaco basiliano Sergio, che la trasformò in Abbazia e divenne il punto di partenza dei missionari per cristianizzare gli Slavi. Papa Onorio III, nel 1217, la ricostruì e fece sistemare le reliquie dei due santi sotto l’altare maggiore. Altri lavori di ristrutturazione avvennero nel 1750, diretti da Tommaso De Marchis, in cui la sopraelevazione del pavimento fece perdere le antiche decorazioni a mosaico. La chiesa fu affidata nel 1846 ai padri somaschi, che praticarono ulteriori interventi. L’interno della Chiesa Si entra nella basilica dei Santi Bonifacio e Alessio attraversando un quadri-portico d’impianto medievale, in parte murato, che ha sulla destra una fontanella ornata da un frammento di guglia gotica con le immagini dei due santi. La facciata della chiesa, neo-cinquecentesca, è opera di De Marchis. Sotto il portico è conservata la statua di papa Benedetto XIII, opera in gesso del XVIII secolo. A destra si staglia il campanile duecentesco, a cinque ordini con serie di doppie bifore. L’interno della chiesa, cui si accede attraverso un portale cosmatesco, è a tre navate divise da pilastri, ornati da paraste scanalate e capitelli corinzi. Il soffitto a cassettoni risale all’ottocento, mentre nel pavimento vi sono resti della decorazione cosmatesca. Nella navata di destra è conservata la tomba della principessa Eleonora Boncompagni Borghese (1695), opera di A. Fucigna, su progetto di G.B. Contini, proveniente dalla demolita chiesa di Santa Lucia dei Ginnasi. Nel transetto destro c’è la cappella voluta da Carlo IV di Spagna, in cui è custodita un’icona con la Madonna, databile al XIII secolo, che la tradizione riteneva invece portata dall’Oriente dallo stesso San Alessio. L’altare maggiore è sormontato dal ciborio a cupola, sorretto da colonne di...

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Parco Regionale Monti Simbruini

Il Parco Regionale Monti Simbruini Il Parco Regionale Monti Simbruini, istituito nel 1983, è considerato come la maggiore area naturale protetta del sistema dei parchi e delle riserve naturali della Regione Lazio. Protegge oltre 38.000 ettari di territorio, tra le provincie di Roma e Frosinone. Il Parco Regionale Monti Simbruini, sottoposto in tutta l’area ad estesi fenomeni di tipo carsico, rivela la ricchezza d’acque e di precipitazioni nel nome, la cui origine è “sub imbris“, sotto la pioggia. La zona tutelata, abitata sin dalla preistoria, comprende sette comuni, tra cui alcune rinomate stazioni sportive invernali, come Monte Livata, Campo dell’Osso, Filettino, ed al confine con l’Abruzzo, Campo Staffi. La vegetazione del Parco Regionale Monti Simbruini, data la posizione geografica dell’area, presenta sia specie vegetali tipiche delle regioni centro-europee, che specie tipiche delle coste del mar mediterraneo, come lecci, terebinti, corbezzoli, noccioleti e castagneti. Sopra i 1000 metri, si trova il faggio, che forma estese zone boschive, ma anche l’acero montano, il tasso, il sorbo e talvolta, l’abete rosso. Nelle vette più alte è anche presente una vegetazione tipica delle regioni subalpine. Il sottobosco è ricco di lamponi, fragole e funghi commestibili; si possono trovare orchidee selvatiche, viole, narcisi, genziane e aquilegie. Le numerose specie animali tipiche dell’Appennino che vivono all’interno del parco sono lupi, orsi marsicani, cinghiali e volpi; sono presenti anche piccoli carnivori, come faine, tassi e donnole. L’avifauna comprende poiane, ghiandaie, falchi, picchi, gheppi e tra le specie di passo, codirossi, upupe, tordi. Sulle vette nidifica la maestosa aquila reale. Beni Culturali: All’interno del Parco, vi sono tantissimi luoghi d’interesse, con un excursus storico che abbraccia millenni. Nel cuore dei Monti Simbruini, nel comune di Vallepietra, una piccola strada ci collega verso l’isolato Santuario della SS. Trinità, posto sotto un’altissima parete rocciosa, è un luogo estremamente suggestivo. Il costone roccioso del Santuario si colloca nell’imponente massiccio del monte Autore, a 1800 metri d’altezza, in una zona rivestita completamente da bellissimi faggi secolari. Ai piedi dell’abside naturale, detta colle della Tagliata, si trova il Santuario, incastonato dentro una grotta. La favorita località di villeggiatura arroccata sul monte Pratiglio, al limite meridionale del parco, è Jenne. Situata a 834 m.s.l.m., dove vi abitano solamente 497 abitanti. Nel paese si trova la chiesa della Madonna della Rocca, ultimo resto del castello dove nacque Papa Alessandro IV. Internamente sono presenti bellissimi affreschi cinquecenteschi. Sempre qui a Jenne, si può osservare l’esempio di archeologia industriale che è il mulino comunale, costruito dai Padri Benedettini nel XI secolo. La “mola vecchia” è situato in un punto strategico, dove per secoli è stato utilizzato per la macinazione dei...

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Rigoletto al Teatro dell’Opera di Roma

Rigoletto al Teatro dell’Opera di Roma Un opera di Giuseppe Verdi – Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera Sconto del 20% riservato ai Soci della Pro Loco di Roma “Certamente una delle opere più eseguite al mondo, un capolavoro assoluto riconosciuto universalmente per le arie e i cori, che riesce ad essere popolare e nello stesso tempo ad offrire un contenuto artistico di altissimo livello. In scena al Costanzi il primo capolavoro della “trilogia popolare”, un classico fra i più rappresentati in tutto il mondo tra i melodrammi di metà Ottocento.” L’Ufficio Promozione Pubblico del Teatro dell’Opera offre uno sconto del 20% sul biglietto d’ingresso, esclusivamente riservato ai Soci della Pro Loco di Roma. Scopri come diventare Socio Pro Loco chiamando allo 06.89928530 o tramite il nostro sito web. Per informazioni sullo spettacolo, invece, contatta direttamente l’Ufficio Promozione Pubblico al numero telefonico 06.48160312 o invia una mail a promozione.pubblico@operaroma.it. La Promozione sarà valida nei quattro giorni della programmazione di Rigoletto: – Mercoledì 4 Febbraio ore 20.00 – Giovedì 5 Febbraio ore 20.00 – Venerdì 6 Febbraio ore 20.00 – Sabato 7 Febbraio ore 18.00 – Domenica 8 Febbraio ore...

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Il Monte del Grano al Quadraro

Il Monte del Grano al Quadraro Il Monte del Grano, nella zona del Quadraro di Roma, è il nome popolare con cui viene indicato il Mausoleo di Alessandro Severo, imperatore romano, 222 – 225 d.C., morto assassinato in Gallia nel Marzo del 235. Il sepolcro è uno dei più grandi rinvenuti, il terzo per la precisione, dopo la Mole Adriana ed il Mausoleo di Augusto. Oggi il Monte del Grano è una collinetta ricoperta di olivi, sita all’interno del Parco pubblico di piazza dei Tribuni. Il nome Monte del Grano sembra essersi diffuso nel medioevo, quando già nel 1386 nell’Archivio storico Capitolino, era possibile rintracciare la dicitura: “Modius Grani“. Tradotto stava ad indicare l’aspetto della collinetta a forma di moggio di grano rovesciato. Siamo negli ultimi decenni del 1500, quando secondo lo sculture e umanista italiano Flaminio Vacca, dal Monte del Grano viene estratto quello che sembra essere il sarcofago di Alessandro Severo. Sul coperchio sono raffigurati due personaggi, riconosciuti come l’imperatore e sua madre Julia Mammea, che lo sostenne per tutta la durata del suo regno. Attualmente l’imponente sarcofago è conservato nelle sale dei Musei Capitolini. Tuttavia, ci sono studi in disaccordo sull’attribuzione del mausoleo all’imperatore Severo, ma la ricchezza del sepolcro, fortifica l’idea di un componente di famiglia imperiale. Per arrivare al sepolcro è necessario accedere attraverso un portale di marmo e percorrere un corridoio di mattoni lungo 21 metri. La camera sepolcrale, un tempo realizzata su due piani, è a forma circolare con il soffitto a cupola. I due lucernari avevano la funzione di illuminare la cella e far passare l’aria. Prenotazione obbligatoria al numero 060608 Ingresso consentito solo a gruppi accompagnati di massimo 30...

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Villa d’Este a Tivoli

Villa d’Este, patrimonio dell’ UNESCO La nostra Gita fuori porta ci conduce oggi a Tivoli, nella splendida cornice di Villa d’Este. Inserita nel patrimonio mondiale dell’UNESCO, non si può non rimanere ammaliati alla vista dei suoi giardini, dei ninfei e delle sue fontane contornate da giochi d’acqua. A volere la costruzione della villa nella seconda metà del ‘500, fu Ippolito II d’Este, figlio di Lucrezia Borgia e di Alfonso I d’Este. Deluso per la mancata elezione pontificia, decise di recarsi qui a Tivoli e realizzare una residenza che fosse in grado di far rivivere i fasti delle corti di Roma, Ferrara e Fointanebleau. Il progetto fu ideato da Pirro Ligorio, a cui è attribuito anche il disegno del parco e delle fontane, e realizzato poi da Alberto Galvani, architetto di corte. Successe al cardinale Ippolito II, il vescovo Alessandro d’Este, che dal 1605 si occupò di restaurare e riportare agli antichi splendori Villa d’Este. Il suo programma di interventi prevedeva riparazioni alla vegetazione, agli impianti idraulici e innovazioni nella configurazione dei giardini e nella decorazione delle fontane. Si occupò di eseguire alcuni lavori a metà del XVII secolo anche Gian Lorenzo Bernini. La villa cadde in uno stato di abbandono con il passaggio alla casa Asburgo, che ne rimase in possesso fino alla metà del XIX secolo, quando divenne proprietario Gustav Adolf von Hohenlohe-Schillingsfürst. Il cardinale tedesco nel 1851 avviò dei lavori per sottrarre il complesso alla rovina. A seguito dei lavori, Villa d’Este diventò un punto di riferimento culturale; il cardinale ospitò più volte nella sua villa il musicista Franz List, che proprio qui compose la sua opera Giochi d’Acqua a Villa d’Este. Durante lo scoppio della prima guerra mondiale, Villa d’Este divenne proprietà dello Stato, che si occupò di restaurarla a partire da 1920. Fino a circa venti anni fa, la struttura ha subito continui restauri a causa di condizioni ambientali sfavorevoli. Un bel portale sormontato dallo stemma degli Este indica l’ingresso alla residenza. L’edificio principale della struttura è caratterizzato da sobrie linee architettoniche, ed al suo interno custodisce sale decorate da affreschi cinquecenteschi dovuti in prevalenza a Livio Agresti, Federico Zuccari e Girolamo Muziano. Dalla loggia si gode di una bella vista sul giardino, ricco di fontane e giochi d’acqua. Scendendo la scala principale dell’edificio si arriva alla Fontana del Bicchierone, detta anche del Giglio, realizzata un secolo dopo la costruzione della villa, nel 1661, per mano di Gian Lorenzo Bernini. Lasciando alle spalle la fontana ci si ritrova presso il suggestivo Viale delle Cento Fontane, fiancheggiato da numerosi getti d’acqua e sculture. All’estremità destra del viale vi è la Fontana di Tivoli, detta anche dell’Ovato. Realizzata nel 1567 per mano di Pirro Ligorio,...

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Streeat Food Truck Festival Roma

Streeat Food Truck Festival Roma Streeat Food Truck Festival, un festival interamente dedicato al cibo, arriva a Roma il 27 il 28 ed il 29 Marzo, presso gli spazi della Città dell’Altra Economia, zona Testaccio. E’ organizzato da Barley Arts Promotion srl e da Buono-Food & Events. Dopo il successo avuto con le prime due edizioni milanesi, il festival del cibo da strada diventa itinerante ed approda anche a Firenze e Bologna. Tre giorni dedicati alle prelibatezze italiane ed internazionali che incontrano la praticità del cibo da strada. Fast, Cheap, Gourmet, Design e Spirito on the road si fondono e convivono sui camioncini allestiti come vere e proprie cucine itineranti, offrendo un’esperienza gastronomica unica, assolutamente innovativa e al passo coi tempi. In ogni città lo Streeat Food Truck Festival renderà il cibo protagonista assoluto: non solo grazie ai piaceri del palato, ma anche ad una serie di eventi collaterali come workshop, presentazioni, musica e intrattenimento. Per scoprire chi sono i Foodtruck basta andare sul sito dell’evento, noi non ve li sveliamo ma vi accenniamo che si tratta di ottimi hot-dog, arancini siciliani, particolari piadine “medievali” e moltissimi altri progetti accattivanti. L’ingresso al Streeat Food Truck Festival è completamente gratuito. La città dell’Altra Economia si trova in Largo Dino Frisullo, a pochi minuti a piedi dalla Metro A – Piramide. Scopri tutte le info...

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Parco delle Tombe di Via Latina

Parco delle Tombe di Via Latina Il Parco delle Tombe di Via Latina rappresenta un complesso di elevato valore archeologico, in quanto racchiude uno tra i pochi lembi superstiti di Campagna romana a ridosso delle mura. Il parco viene tracciato in epoca preistorica dagli Etruschi, principalmente per colonizzare la Campania nell’ VIII-VI secolo a.C. e rimane in uso fino al ‘300 come collegamento verso Capua. All’interno del Parco delle Tombe sono conservati diversi monumenti funebri e un tratto dell’antica Via Latina. Lungo di esso, ancora lastricato dall’originario basolato, rimane parte dell’alzato in laterizio del Sepolcro Barberini, dal quale proviene l’omonimo sarcofago ora ai Musei Vaticani. Frutto di un un ottocentesco restauro di fantasia è l’esterno della Tomba dei Valeri, datata 160 – 170 d.C., la cui raffinata decorazione interna si ispira al mondo funerario, decorazione in stucco bianco a medaglioni, con rappresentazioni di creature fantastiche, eroti e figure femminili. Le strutture scavate attorno al sepolcro, sono state probabilmente realizzate per la sosta ed il ristoro dei viaggiatori lungo la Via Latina. Di fronte al Sepolcro dei Valeri si trova quello dei Pancrazi, datato I e inizi II secolo d.C. La tomba dei Pancrazi è integra nella parte ipogea, dov’è decorata da stucchi e dipinti di soggetti mitologici. Un altro sepolcro è quello dei Calpurni, composto da un’unica camera sotterranea con originali rivestimenti in intonaco e stucco. Quasi isolata nel Parco delle Tombe, si trova la basilica di S. Stefano Protomartire, i cui resti sono tuttora parzialmente visibili. La basilica viene eretta a metà del V secolo su una residenza patrizia e rimane meta di pellegrinaggi sino al XIII secolo, quando viene abbandonata. Fonte: Touring Club Italiano / Soprintendenza Speciale Beni Archeologici di...

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Abbazia di Farfa

L’Imperiale Abbazia di Farfa L’Abbazia di Farfa è un monastero benedettino situato a Fara Sabina, nella provincia di Rieti. Il nome deriva dall’omonimo fiume, il Farfarus, che scorre poco distante dall’abbazia, e che ha dato nome anche al borgo adiacente. Per molti anni Farfa è stata una delle più potenti e ricche comunità monastiche dell’Italia centrale, veniva chiamata l’Imperiale grazie ai rapporti di privilegio e protezione con i Franchi di Carlo Magno. Nel momento più alto della sua potenza, l’abbazia contava i possedimenti fino in Abruzzo e nelle Marche: 600 tra chiese e conventi, 132 castelli o piazzeforti e 6 città fortificate, per un totale di più di 300 villaggi. Storia: Il complesso religioso fu fondato nel VI secolo nei pressi dell’attuale Fara in Sabina, per essere ricostruito, nel sito odierno, tra il 680 ed il 705, dalla comunità di S. Tommaso di Moriana. Nell’ 898 Farfa fu pesantemente danneggiata dalle incursioni saracene, tanto che la comunità religiosa fu costretta a fuggire dal monastero. Fu al termine delle scorribande, due secoli dopo la sua costruzione che Farfa raggiunse l’apice del potere politico ed economico. Guidata da personalità insigni, quale l’abate Sicardo, l’abate Ugo e il suo successore Berardo I, al tempo della lotta per le investiture, parteggiò per il potere imperiale. Il declino iniziò nel XV secolo, quando fu trasformata in commenda, appartenne agli Orsini, ai Farnese, ai Barberini, e ai Lante della Rovere, perdendo poco a poco i possedimenti. Nel 1769 la carica di abate fu attribuita al vescovo della Sabina. Avendo perso la sua importanza, la comunità monastica scomparve con l’unità d’Italia e l’Abbazia divenne proprietà privata. Fu ricostituita nel 1919 con il trasferimento di monaci dalla Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma. Visita all’interno dell’ Abbazia di Farfa: Al complesso religioso si accede attraverso un portale quattrocentesco che immette in un cortile, nella lunetta è possibile ammirare i resti di un affresco raffigurante la Madonna con Bambino. Oltrepassato il portale si prospetta la facciata della Chiesa di Santa Maria di Farfa, ricostruita nel 1492. L’interno, a tre navate, è ornato in contro facciata da un Giudizio Universale di mano fiamminga del ‘500; gli affreschi tra gli archi della navata centrale e parte di quelli del presbiterio, aperto da finestre gotiche, appartengono alla scuola degli Zuccari, mentre quelli nella navata sinistra li dipinse Orazio Gentileschi. Per un corridoio alle spalle della chiesa si accede al cosiddetto chiostrino longobardo, che mostra elementi romanici e dal quale si gode una vista di scorcio della torre campanaria della chiesa, e al chiostro grande, seicentesco. Qui è l’ingresso alla cripta, pertinente alla chiesa carolingia che conserva un sarcofago romano del II secolo e resti di pitture murali. La...

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Numeri al Palazzo delle Esposizioni

Numeri al Palazzo delle Esposizioni Numeri. “Tutto quello che conta da zero ad infinito” Dal 16 Ottobre 2014 al 31 Maggio 2015 – Palazzo delle Esposizioni Roma Una mostra del tutto particolare quella in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma che affronta un tema da tutti conosciuto, ma da pochi compreso veramente. E’ il mondo dei numeri, presentato qui, secondo un progetto alla portata di ogni visitatore. Sono state realizzate diverse attività di laboratorio, studiate ad hoc per le differenti classi d’età e livelli di preparazione matematica. La mostra nasce con l’idea di rilevare la doppia essenza dei numeri, oggetti naturali di cui l’essere umano ha bisogno, ed oggetti artificiali e sociali non solo alla base dell’alfabeto scientifico, ma oggetto di studi filosofici e teologici. Tutto organizzato secondo undici percorsi specifici, dedicati sia ad aspetti generali, che ad aspetti mistici: 1. Il senso dei numeri 2. I primi passi: 1, 2, 3, … 3. Gesti e segni per contare 4. Il fascino dell’irrazionale:√2 e Φ 5. Strumenti e macchine di calcolo 6. Il segreto del cerchio: π 7. Misurare il mondo 8. Una nuova base: e 9. Numeri immaginari: i 10. Da zero a infinito 11. Gli enigmi dei numeri primi Ad intervenire durante tutto il periodo dell’esposizione, saranno numerosi docenti ed intellettuali, che attraverso un ricco programma di incontri, spiegano vari aspetti della matematica, ma anche della comunicazione, della scienza, toccando così varie tematiche. Il laboratorio d’arte, del Palazzo delle Esposizione, organizza “Ora Facciamo i conti”, un viaggio  nel mondo dei numeri per scoprire il matematico che c’è in ogni bambino. E’ possibile partecipare, sia come gruppo studentesco, che con ingresso singolo. Per partecipare alla mostra, potete acquistare i biglietti on-line direttamente sul sito del Palazzo delle Esposizioni, o rivolgervi direttamente alla biglietteria. Il prezzo del singolo biglietto è di 12,50 euro. E’ possibile usufruire di sconti, riduzioni e prezzi speciali per gruppi scolastici. Informazioni, prenotazioni, visite guidate per singoli e gruppi Tel. 06 39967500 Informazioni, prenotazioni, visite guidate per le scuole Tel. 848 082 408 Orari del call center: dal Lunedì al Venerdì 9.00-18.00 Sabato 9.00-14.00...

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Via di Porta San Sebastiano

Lungo via di Porta San Sebastiano Il nostro itinerario lungo Via di Porta San Sebastiano, inizia da Piazzale Numa Pompilio; una vegetazione rigogliosa spunta dai muretti che fanno da cornice alla strada, che col viale delle Terme di Caracalla ricalca il segmento urbano della romana Via Appia, e permette di immaginarsi come si presentava la città Eterna prima di divenire capitale. Ad accoglierci all’inizio di Via di Porta San Sebastiano vi è  la Chiesa di San Cesareo in Palatio, eretta a fine del ‘500 su edifici più antichi, come attesta il pavimento musivo del II secolo, nel sotterraneo. Secondo fonti medievali era chiamata inizialmente “San Cesareo in Turrim” probabilmente per la presenza di qualche torre nelle vicinanze. Qualche metro più avanti, sempre sul lato destro, è del ‘400 la vicina Casina del Cardinal Bessarione, residenza del cardinale e umanista Bizantino di origine turca. L’edificio quattrocentesco si affaccia su strada con una parete sulla quale si aprono quattro piccole finestre con cornice in travertino, protette da una grata, e con due soprastanti finestre a croce guelfa, anch’esse incorniciate in travertino. A testimoniare la grandezza degli Scipioni rimane il loro Sepolcro, rinvenuto nel 1616 e rimasto in uso dagli inizi del III secolo fino al 139 a.C. Il Cimitero è quasi sempre chiuso al pubblico perché in rovina. L’esistenza del sepolcro si è avuta solamente alla fine del Settecento, suscitando grande scalpore. Nel III° d.C. fu eretta sull’ipogeo una casa, che conserva tracce dell’antico pavimento a mosaico e di pitture. Il vicino colombario di Pomponio Hylas, scoperto nel 1831 da Pietro Campana, conserva mosaici in un’edicola e nella cella. Era possibile accedervi tramite un viottolo della parallela Via Latina. Secondo i ritrovamenti fu costruito intorno al 14-54 d.C. ed utilizzato fino al II secolo d.C., periodo in cui furono conservate le ceneri del liberto Pomponio Hylas. Ultimo sito archeologico della nostra passeggiata è l’Arco di Druso, che ci conduce verso l’Appia Antica. Per secoli si è creduto fosse un arco di trionfo  in onore di Druso maggiore nel 9 a.C., in realtà l’arco faceva parte dell’Acquedotto Acqua Antoniniana. Superato l’Arco di Druso e Porta San Sebastiano, inizia Via Appia Antica, la Regina Viarium, considerata durante l’antichità una città strategica poiché il suo porto collegava l’antica Roma all’Oriente....

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Sutri, soglia dell’Etruria

Sutri, soglia dell’Etruria Sutri, oggi la nostra gita fuori porta natalizia ci conduce qui, nell’antica cittadina dell’età del bronzo, che conta oggi circa 6000 abitanti. In provincia di Viterbo, dista dal capoluogo 32 km e quasi 50 km da Roma. Sutri, un pò di storia: “Soglia dell’Etruria” fu definita dai romani che la conquistarono all’inizio del IV secolo a.C. Ma le origini di Sutri risalgono a tempi molto antichi. Alcune leggende sostengono che la cittadina fu fondata per mano di Saturno, apparso nella zona con un cavallo e tre spighe di grano in mano (che tutt’ora rappresentano lo stemma del comune), altre invece raccontano di una Sutri dell’età del bronzo, appartenente al popolo dei Pelasgi, antichi navigatori orientali. Nell’alto medioevo, all’incirca nel 728, per la donazione di Liutprando, giovane sovrano longobardo, costituì il primo nucleo del patrimonio di San Pietro, a cui appartenne definitivamente da fine ‘200. Sutri, cosa visitare: Il Parco Urbano antichissima Città di Sutri accoglie i più importanti monumenti della cittadina. La datazione dell’Anfiteatro, completamente scavato nel tufo, è assai ben conservato, ed è tutt’ora oggetto di discussione. Alcuni studiosi sostengono sia di origine etrusca, mentre altri avvalorano la tesi di un origine del I secolo a.C. La vicina chiesa della Madonna del Parto è un sacello cristiano sorto su un mitreo, che a sua volta era stato probabilmente impostato nel III° su una tomba etrusca; comprende un vano rettangolare diviso in tre navate da pilastri di tufo. All’interno delle ben conservate mura medievali, che incorporano quelle etrusche e mostrano spalti cinquecenteschi, sono frequenti gli inserti di frammenti etruschi e romani negli edifici. Di età romanica è la fondazione del Duomo, di cui però il campanile del 1207. Rimaneggiato nel ‘700 e nell’ 800, presenta un notevole pavimento cosmatesco nella navata centrale e una cripta di età longobarda, con sette navate divise da colonne e capitelli di forme diverse. Necropoli urbana: 64 tombe fanno parte di uno dei più grandi complessi di sepolcri rupestri, appartenenti all’età romana. E’ la necropoli urbana di Sutri, situata lungo il rilievo roccioso che costeggia via Cassia. Dai rilevamenti, è stato possibile affermare che la necropoli fu utilizzata dal I sec a.C. fino al III-IV sec. d. C. E’ possibile ancora oggi riconoscere le diverse tipologie di tomba, anche se numerosi saccheggi nel corso dei secoli, hanno reso più difficile la lettura dei reperti.  Fonte: Touring Club Italiano  ...

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Escher al Chiostro del Bramante, Roma

Escher al Chiostro del Bramante, Roma Escher in mostra presso le sale del Chiostro del Bramante Dal 20 Settembre 2014 al 22 Febbraio 2015 Maurits Cornelis Escher è stato un importante grafico ed incisore di origini olandesi. Scomparso nel 1972, è ricordato come uno dei maestri dell’arte paradossale ed enigmatica. Le sue costruzioni impossibili, le sue litografie ed i suoi giochi prospettici contengono una forte componente matematica, che ha reso unico il suo genere. E’ stato fonte d’ispirazione per moltissime opere e strutture architettoniche: alcune sue stampe e litografie hanno ispirato registi come Christopher Nolan e Jim Henson, dal 1985 un asteroide porta il suo nome e un palazzo per le vie di Madrid è decorato esattamente secondo i suoi schemi. Il Chiostro del Bramante lo celebra con cinque mesi dedicati interamente alle sue opere. Una mostra interattiva, in cui il suo aspetto di vedere la realtà, così fuori dal normale, coinvolge tutti i visitatori. 150 opere tra cui alcuni dei suoi più importanti capolavori, come la Mano con sfera riflettente e la Casa di scale. La Mostra è prodotta da DART Chiostro del Bramante e Arthemisia Group, in collaborazione con la Fondazione Escher, grazie ai prestiti provenienti dalla Collezione Federico Giudiceandrea, curata da Marco Bussagli, con il patrocinio di Roma Capitale. Consulta la pagine del Chiostro del Bramante per...

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Il Castello di Giulio II ad Ostia Antica

Il Castello di Giulio II ad Ostia Antica Il castello di Giulio II si trova ad Ostia Antica, presso la zona suburbana della Ostia romana. La fortezza fu per un lungo periodo sede della dogana pontificia; qui avvenivano i pagamenti per le merci che arrivavano a Roma via mare. Il Castello fu fatto realizzare dal cardinale Giuliano della Rovere nel 1483, su disegno del Pontelli. I lavori terminarono non appena tre anni dopo, con papa Innocenzo VIII. Nella fortezza fu inclusa anche l’antica torre circolare, edificata da papa Martino V Colonna. La struttura, a pianta triangolare con cortile trapezoidale, unisce ai ritrovati difensivi tipici dell’epoca, forme ed elementi innovativi: le due torri circolari ed il torrione pentagonale per un’ultima difesa, anticipano soluzioni divenute comuni nel ‘500. Lo scalone interno è decorato dal Peruzzi, da Cesare da Sesto e Michele del Becca. Durante l’ascesa al soglio pontificio, Giulio II, ordinò dei lavori di ampliamento della rocca, i quali includevano la costruzione di nuovi appartamenti papali. Vennero ristrutturati così alcuni ambienti di epoca borgiana sul lato occidentale del cortile, e collegati dallo scalone decorato dal Peruzzi. La funzione di dogana pontificia terminò nel 1557, quando una piena del Tevere cambiò completamente il corso del fiume, e costrinse il papato a spostare l’attività prima a Tor Boaccciana e poi a Tor San Michele. A partire dal XVI secolo, le sorti del castello cambiarono decisamente. La struttura venne danneggiata a seguito del conflitto tra la Spagna e la Francia e utilizzata come fienile nel periodo successivo. Nel XIV secolo, assunse la funzione di prigione per i condannati ai lavori forzati che presero parte agli scavi di Ostia Antica. Restauri: Per far risplendere l’antico castello di Giulio II, alla fine degli anni ’80, sono stati commissionati dei lavori terminati nel 1991 e nel 2003, in alcune di quelli che erano gli appartamenti papali, sono stati realizzati degli allestimenti museali. Fonte: Touring Club Italiano e Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma...

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Il Quartiere San Pellegrino a Viterbo

Il Quartiere San Pellegrino a Viterbo Il quartiere San Pellegrino, tra i vicoli medievali della città di Viterbo, ha ispirato la nostra gita fuori porta. Prende il nome dalla omonima Piazza principale e dall’antichissima chiesa di San Pellegrino. La cittadina di Viterbo presenta oggi, malgrado le numerose distruzioni alle quali le guerre l’hanno esposta, una singolare concentrazione di monumenti insigni in un’area relativamente ridotta. I monumenti medievali della città, risalenti al ‘200, epoca in cui la città fu più popolosa di Roma, sono stati salvaguardati anche grazie alla separazione tra la parte storica, prevalentemente racchiusa nella cinta muraria merlata, e la parte moderna. Il cuore antico della città è infatti chiuso al traffico automobilistico. Il quartiere San Pellegrino, si trova all’interno della cinta muraria. Questa piccola zona della città è rimasta integra nel corso dei secoli, tant’è vero che, una passeggiata tra i vicoli di San Pellegrino, ci fa rivivere l’atmosfera medievale. Il quartiere è un’isola di edifici dal tono urbanistico uniforme, l’architettura civile medievale è rimasta integra, non solo nei caratteri esteriori, ma anche grazie alla continuità insediativa. Le torri e le case, spesso unite da cavalcavia e ingentilite da bifore, hanno per asse e cuore la via di San Pellegrino e la Piazzetta omonima sulla quale si affaccia il palazzo degli Alessandri, residenza signorile duecentesca con balcone che continua sotto un arco ripassato, e portico da due campate su colonne massicce dietro alla quale svettano due torri. Come attesta un documento storico, l’antica chiesa di San Pellegrino fu costruita probabilmente già prima del 1045. Dipendente dai monaci dell’Abbazia di Farfa, il suo aspetto attuale è anche frutto di un restauro avvenuto nel XVIII secolo e di un successivo a seguito dei bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Tip: Se decidete di fare una sosta, all’interno del quartiere medievale, e nei dintorni, ci sono degli ottimi ristoranti! Fonte: Touring Club Italiano...

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Natale all’Auditorium 2014

Natale all’Auditorium, eventi al Parco della Musica Per i mesi di Dicembre 2014 e Gennaio 2015, l’Auditorium apre le porte del Parco della Musica in occasione della rassegna di eventi “Natale all’Auditorium”. Il clima natalizio dilaga all’interno del villaggio, organizzato con numerosi allestimenti per intrattenere il pubblico di tutte le età. Dal “bosco natalizio” realizzato nell’area pedonale con 150 tipi di piante del comune di Roma, alla Pista di Pattinaggio installata a partire dal 20 Dicembre nella Cavea dell’Auditorium. Quest’anno resterà aperta fino al 25 Gennaio 2015 e sarà possibile pattinare fino alle 02:00 di notte nella splendida cornice del Parco della Musica. Per informazioni su biglietti e orari, consultate il sito dell’Auditorium. Natale all’Auditorium, Eventi:  Un mese interno di spettacoli e di letture per ragazzi con la rassegna “Biennale Teatro Ragazzi” dal 6 Dicembre al 6 Gennaio, grazie alla produzione dell’Associazione Culturale PlayTown Roma. “Insieme al talento di alcune delle compagnie più sorprendenti del panorama italiano e internazionale, scopriremo il teatro affrontato da tanti punti di vista diversi: con la parola, le immagini, la musica, il movimento, i sensi, dandoci la possibilità di intraprendere un viaggio speciale dedicato a tutte le diverse età della crescita di un bambino partecipando a performance in cui gli artisti creano per i nostri figli spettacoli che possono diventare un regalo bello e importante e che ci aiuti a guardare il mondo con occhi nuovi e forse a dare una scintilla in più per costruire il loro futuro. ” Inoltre per i ragazzi saranno proiettati all’interno delle Sale dell’Auditorium i film di Alice nella città.  Dal 20 al 31 Dicembre, appuntamento imperdibile per il Natale all’Auditorium è il Roma Gospel Festival, che ospiterà durante tutta la rassegna le migliori voci spiritual e gospel provenienti dagli Stati Uniti d’America. Giunto quest’anno alla sua 19° edizione, il Festival propone come di consueto un appuntamento anche l’ultimo dell’anno.  Rimanendo in tema musicale, l’Auditorium presenta il 26 Dicembre il ritorno di Giovanni Allevi con un progetto orchestrale legato alle canzoni di Natale e ad alcuni dei suoi celebri brani. L’Orchestra Popolare Italiana con il concerto “ChiaraStella”, ci regala due giorni dedicati ai canti natalizi della tradizione italiana, il 5 ed il 6 Gennaio 2015. Tutti i pezzi verranno eseguiti conservandone lo spirito originario con cui queste antiche preghiere popolari cantate furono composte. Il progetto di Ambrogio Sparagna è giunto quest’anno alla ottava edizione. Ad accompagnarci durante l’ultimo dell’anno, oltre alle voci gospel, ci saranno anche Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana, la compagnia italiana fondata dallo stesso cantautore. Più che un concerto sarà una grande festa per festeggiare in maniera esclusiva il Capodanno 2015. Moltissimi altri eventi accompagnano il “Natale all’Auditorium” come gli appuntamenti con Cartoon Heroes,...

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Una passeggiata lungo Via Giulia

Una passeggiata lungo Via Giulia Ci troviamo nel rione Regola e la celebre via Giulia è la strada di circa 1 km, che costeggia la sponda destra di Lungotevere dei Sangallo. Con il tempo è diventata una delle vie più belle e signorili di Roma, complici sia le eleganti residenze,  le bellissime chiese ed i negozi d’antiquariato. Via Giulia fu realizzata dal Bramante agli inizi del ‘500, durante il periodo in cui l’architetto eseguiva i lavori per la Basilica di San Pietro. Il progetto fu commissionato al Bramante da papa Giulio II, da cui prende nome, che in un periodo di crescita della monarchia papale, immaginava Via Giulia come un luogo in cui erigere gli edifici più importanti dello Stato Pontificio. Purtroppo, il progetto papale non andò mai in porto. Alla morte di papa Giulio II, infatti, via Giulia diventò una strada in cui si snodavano modeste abitazioni private, residenze per confraternite, ed alcuni palazzi più ambiziosi. Camminando lungo Via Giulia noterete la numerazione civica tipica di molte vie storiche della capitale: crescente sul lato sinistro, e decrescente dall’altro. Numerose sono le chiese ed i luoghi d’interesse che si trovano lungo la passeggiata del Bramante. Il primo scorcio caratteristico è senza dubbio, l’Arco Farnese, con edera e rampicanti che ne accrescono la bellezza. Fu realizzato nel 1603, per collegare il romitorio del Cardinale Odoardo con le terrazze di palazzo Farnese. A poca distanza dall’Arco Farnese vi è la Chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte, un oratorio del XV secolo realizzato dalla confraternita di S. Maria dell’Orazione, con uno scopo preciso: offrire una degna tumulazione a chi non aveva potuto usufruire di tale riguardo. L’interno della chiesa vi stupirà per i sui elementi decorativi del tutto particolari. Un simbolo di Via Giulia è la fontana del Mascherone, ideata nel 1570, ma resa attiva solamente nel 1626, quando Paolo V fece arrivare qui l’acqua Paola, a causa dell’insufficienza dell’acquedotto Vergine che alimentava la zona. Era ancora sotto il forte influsso di Bramante, Raffaello, al momento di disegnare la Chiesa di Santa Maria degli Orefici, edificata nel 1509-1575, con l’intervento di Baldassarre Peruzzi nella realizzazione della cupola emisferica e la lanterna che insieme chiudono la pianta a croce greca; gli affreschi sono di Matteo lecce e Taddeo Zuccari. Un altro gioiello di Via Giulia, è la Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani, realizzata come chiesa nazionale del Regno delle due Sicilie. Fu chiamata così dopo che, nel 1574, la Confraternita dei Napoletani acquistò quella che era la chiesa di Sant’ Aurea. L’aspetto attuale è il risultato di molteplici restauri subiti nel tempo. Quando la confraternita scoprì che gli spazi della chiesa erano insufficienti, decise di abbatterla per costruirne una...

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Una gita nella medievale Vitorchiano

Una gita nella medievale Vitorchiano La nostra gita fuori porta, in questo week-end ci conduce nella medievale Vitorchiano. Situata a 100 km da Roma, in provincia di Viterbo. Ai piedi dei monti Cimini, in un territorio prevalentemente collinare, Vitorchiano adombra l’antica origine etrusca nel nome romano “Vicus Orchianus” da Orcia o Orcla poi Norchia, dalla quale forse l’insediamento derivava o dipendeva. La cittadina racchiude la parte più antica in una cinta di mura merlate unite di torri quadrilatere trecentesche. Sorge su un rilievo alla confluenza di due corsi d’acqua, offrendo viste d’inaspettata suggestione, sia per la posizione, sia per l’ottimo stato di conservazione del tessuto edilizio. Le lupe che ritornano come elementi ornamentali degli edifici, e lo stesso stemma comunale, che si fregia della sigla S.P.Q.R., sono i riconoscimenti che Roma le concesse per la sua fedeltà nelle sue numerose contese medievali, che insanguinarono gran parte del viterbese. Poco fuori dalla cinta difensiva, la Chiesa della Madonna di San Nicola, consacrata nel XVI secolo mostra notevoli affreschi, alcuni di ingenua mano popolare del XVI e XVII secolo. Subito dopo la porta romana, vi è la rinascimentale Chiesa di Sant’Amanzio, il cui campanile è di fine 1600; l’interno custodisce l’urna seicentesca, con angeli in legno dorato ed argentato, contenente il corpo di S. Amanzio e alcuni cicli di affreschi tra i quali un’annunciazione del 1514 sulla parete destra. Il Palazzo comunale è stato edificato su resti di edifici del XII / XVI secolo. Attraverso la porta alla sinistra di questo, si accede al quartiere medievale, che ha per cuore la Chiesa di Santa Maria, dal pregevole campanile e con all’interno un fonte battesimale e un’acquasantiera rinascimentali. Dal belvedere, si gode una splendida vista della gola sul fosso dell’Acqua Fredda. Al di fuori del centro abitato, su un colle, vi è la Chiesa di San Michele Arcangelo, raggiungibile attraverso la Porta Tiberina. Ad edificare il santuario su un terreno di proprietà di Feneguerra, è stato Nicolò Biagio da Vitorchiano. Il parroco decise di intitolare la chiesa a San Michele, a seguito di viaggio avvenuto nel 1319, in Puglia sul Gargano, nei luoghi dedicati al santo. Poco distante da Vitorchiano vi è Grotte Santo Stefano, probabilmente uno degli abitati sorti dopo la distruzione di Ferento, sito in una zona ricca di resti romani e più antichi; in sepolcri etruschi venivano ricavate, sino all’inizio del XX secolo le abitazioni. La vicina valle del fosso Infernaccio, con bella cascata, presenta alcuni dei fenomeni di erosione più interessanti del Lazio. Fonte: Touring Club...

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Scuderie del Quirinale: Rinascimento fiammingo

Il Rinascimento Fiammingo in mostra alle Scuderie del Quirinale Memling. Rinascimento fiammingo dal 11 Ottobre 2014 al 18 Gennaio 2015 Con la mostra “Memling. Rinascimento fiammingo” le Scuderie del Quirinale decidono di offrire al pubblico l’occasione di una grande rassegna dedicata ad Hans Memling, importante esponente dell’arte fiamminga. Un’esposizione dedicata esclusivamente all’artista tedesco, protagonista assoluto del Rinascimento fiammingo. La mostra prende in esame ogni aspetto della sua opera, dalle pale monumentali d’altare ai piccoli trittici portatili, oltre ai celeberrimi ritratti. La mostra si propone inoltre di approfondire le forme di mecenatismo che fecero da propulsore per la carriera dell’artista. Più di tutti i suoi contemporanei, Memling divenne il pittore preferito della potente comunità di mercanti e agenti commerciali italiani a Bruges, diventando l’erede dei venerati maestri fiamminghi ormai scomparsi, Jan Van Eyck e Rogier van der Weyden. Fin dall’inizio della sua attività indipendente come pittore di tavole, Memling riuscì a creare una sintesi dei notevoli risultati di entrambi quei maestri, già tenuti nella più alta considerazione dalla nobiltà italiana e dalle élite urbane che ne fecero il loro pittore di riferimento. Oltre a capolavori di arte religiosa provenienti dai più importanti musei del mondo, tra cui dittici e trittici ricomposti per la prima volta in occasione della mostra come il Trittico Pagagnotti (Firenze, Uffizi; Londra, National Gallery), il Trittico di Jan Crabbe(Vicenza, Museo civico; New York, Morgan Library; Bruges, Groeningemuseum) o il monumentale Trittico della famiglia Moreel(Bruges, Groeningemuseum) che spettacolare fondale del percorso espositivo al primo piano, la mostra presenterà una magnifica serie di ritratti tra cui Ritratto di giovane dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Ritratto di uomo dalla Royal Collection di Londra – prestito eccezionale della Regina Elisabetta II -, il celeberrimo Ritratto di uomo della Frick Collection di New York nonché il magnifico Ritratto di uomo con moneta romana (ritenuto l’effigie dell’umanista Bernardo Bembo) proveniente da Anversa. Biglietti: Intero € 12,00 Ridotto € 9,50 Ridotto 7-18 anni € 6 Ingresso gratuito fino ai 6...

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La Chiesa di San Pietro in Montorio

La Chiesa di San Pietro in Montorio L’antico nome del Gianicolo si conserva nella chiesa di San Pietro in Montorio, fondata nel IX secolo dai monaci dell’ordine di Celestino V. Appena un secolo dopo la fondazione, i Benedettini presero possesso della chiesa fino alla fine del Quattrocento, quando passò sotto il controllo di papa Sisto IV che la affidò ai Francescani. Durante il periodo dei Frati Francescani la chiesa subì i primi cambiamenti: la leggenda per cui nella chiesa avvenne il martirio di San Pietro era un fardello troppo grande da portare, così la chiesa fu abbattuta e costruita di nuovo, sul disegno di Baccio Pontelli. Nel 1849, a seguito dei bombardamenti a difesa della Repubblica Romana, il campanile quattrocentesco, l’abside ed il tetto furono seriamente danneggiati. Il campanile fu in seguito interamente ricostruito. All’interno, San Pietro in Montorio, è realizzata in un unica navata che termina in un’abside poligonale. Sono presenti tre campate: le prime due coperte da volte a crociera, corrispondenti a due cappelle semicircolari; la terza con volta a vela, fiancheggiata da due nicchioni che ripropongono l’andamento di un transetto. La Flagellazione di Gesù nella prima cappella a destra è di Sebastiano del Piombo, la Conversione di San Paolo, nella quarta di Giorgio Vasari, ritrattosi nella figura in nero sul margine sinistro; la seconda a sinistra è opera di Gian Lorenzo Bernini. Secondo una tradizione, priva di fondamento storico, la croce di San Pietro sarebbe stata piantata là dove erge il Tempietto del Bramante (1502 – 1507), la più compiuta realizzazione della ricerca rinascimentale sulla pianta centrale. Posto al centro del chiostro a destra della chiesa , il monumento a cella circolare, circondata da un ambulacro con sedici colonne tuscaniche in granito, e chiusa da una lieve ed elegante nuvola nervata (che è retta da un tamburo con nicchie e conchiglie) è considerato tra le massime espressioni della cultura rinascimentale, nella città eterna. Nonché un punto di riferimento imprescindibile per l’architettura del primo ‘500 romano, anche per l’uso degli elementi classici (è in questo edificio che per la prima volta vengono correttamente affiancati gli stili dorico e tuscanico) e per il valore...

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Il borgo di Sermoneta

Il borgo di Sermoneta Oggi la nostra gita fuori porta ci conduce presso il borgo di Sermoneta, in provincia di Latina. Una cittadina di insediamento preistorico, che con i suoi 257 metri sopra il livello del mare, guarda dall’alto l’Agro Pontino. Luoghi di interesse: La Chiesa di San Giuseppe, dedicata al patrono di Sermoneta, ci da il benvenuto all’ingresso della città. Sorge nel 1520 ed all’interno è possibile visitare la Cappella Caetani, con affreschi di Girolamo Siciolante. La facciata con la ripida gradinata viene realizzata due secoli dopo, nel 1733. Il Castello Caetani, domina all’interno del borgo. Le origini della rocca risalgono al XIII° secolo, quando la famiglia Annibaldi ne commissiona la costruzione. Fu Papa Bonifacio VIII, Benedetto Caetani, ad acquistare la proprietà insieme alle terre di Ninfa agli inizi del 1200. La presenza dei Caetani, da quel momento in poi segna radicalmente il cambiamento del territorio, da lì a sette secoli. La struttura attuale è in parte frutto dei restauri di inizio ‘900 e di quelli successivi alle distruzioni dell’ultima guerra mondiale. Della costruzione duecentesca degli Annibaldi rimane solamente il maschio con una controtorre e il maschietto. Il complesso viene riedificato nel primo 1500 da Antonio da Sangallo il Vecchio, per Alessandro VI, periodo nel quale sono stati ospiti del castello il Valentino e Lucrezia Borgia. Si penetra nella fortezza attraverso un ponte e si giunge ai piedi del maschio alto 42 metri nei pressi del quale vi è l’accesso alle prigioni. Lungo il lato sud-orientale del cortile si dispongono ambienti dipinti nel 1470, nei modi del Pinturicchio e nel fondo del cortile vi è la residenza degli ospiti d’onore, detta casa del Cardinale. Nel salone centrale della casa sono visibili una cinquecentesca Madonna in trono e Santi, alcuni affreschi provenienti da Ninfa, del XII° secolo. Il castello custodisce anche una natività che si attribuisce a Pietro Cavallini. Ampio e bellissimo il panorama della pianura pontina, fino al Circeo che si gode dagli spalti. Oltre al Castello Caetani, passeggiando per le strade di Sermoneta, non si può non far visita alla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Il duomo sorge nel XII° secolo, sui resti di un’antico tempio dedicato alla dea Cibele. E’ realizzato a cinque piani di bifore ed ornata da scodelle in maiolica. Le forme romanico gotiche, come testimoniano il campanile ed il portale, risalgono invece al XIII° secolo per opera degli architetti monaci cistercensi di Fossanova. L’interno della cattedrale è a tre navate, separate da pilastri, con un abside quadrata. Sulla parete d’ingressso sopra la porta, vi è un affresco quattrocentesco che rappresenta il Giudizio Universale, ma l’aspetto attuale ci fa dedurre che in tutti questi anni sia...

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National Geographic Italia. Food, il futuro del cibo

National Geographic Italia. Food, il futuro del cibo Palazzo delle Esposizioni 18 Novembre 2014 / 1 Marzo 2015 Ci stupisce la National Geographic con la mostra intitolata “Food, il futuro del cibo” al Palazzo delle Esposizioni fino al 1 Marzo 2015. Se l’anno precedente “Un ponte sul Mondo” ci aveva sopraffatto con foto scattate in luoghi diversi e inimmaginabili, “Food, il futuro del cibo” sarà la celebrazione di qualcosa per noi fondamentale: il cibo. Come l’aria, come l’acqua, il cibo è vita. Il cibo è connessione, il cibo è celebrazione, sostentamento. Ma soprattutto, nel 21° Secolo, il cibo è una sfida globale. Una sfida che entro il 2050 riguarderà 9 miliardi di persone. Come nutrire tutti in modo sostenibile per il pianeta? “Oggi centinaia di milioni di persone soffrono di malnutrizione e di “insicurezza alimentare”, mentre quasi 1 miliardo e mezzo di persone sono obese o sovrappeso. National Geographic esplora e analizza tutti gli aspetti di questa grande, e immane, sfida con una serie di articoli e con una grande mostra“  le parole di Marina Conti, capo redattore National Geographic Italia, alla presentazione della Mostra. 90 foto scattate in giro per il mondo, legate a problematiche internazionali sul cibo come “l’impatto dell’agricoltura e dell’allevamento di bestiame sulle acque, sul clima, sul territorio, sulle foreste, l’incremento esponenziale dell’acquacoltura, ma anche lo spreco alimentare e il nuovo volto della fame, così come la prossima rivoluzione verde.“ Biglietti: Intero 12.50 € – Ridotto 10.00 € Età compresa tra i 7/18 anni  6.00 € Gratis fino a 6 anni E’ obbligatoria la prenotazione per scuole e gruppi organizzati. Il prezzo riservato per le scuole è da intendere per studente dal martedì al venerdì (esclusi i festivi) – minimo 10 massimo 25 studenti. Gli studenti, ricercatori, dottorandi degli atenei romani (sia pubblici che privati), il venerdì e il sabato, dalle ore 19,00 fino alla chiusura della biglietteria, hanno diritto ad acquistare il biglietto di ingresso alle mostre al prezzo di € 4,00....

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Il Carcere Mamertino al Foro Romano

Carcere Mamertino, il Tullianum dell’antica Roma Il carcere Mamertino, situato nella zona del Foro Romano, è considerato la prima prigione dell’antica Roma. In principio era chiamato “Tullianum“, probabilmente da “Tullus“, sorgente d’acqua, o da Servio Tullio e Tullio Ostilio. Il nome odierno, gli fu attribuito solamente nel medioevo, quando al di sopra del carcere fu eretta la Chiesa di S.Giuseppe dei Falegnami. Mamertinum ha origine, probabilmente, dal dio sabinop Mamers, Marte, di cui esisteva un tempio nelle vicinanze. Il luogo è ciò che sopraggiunge a noi della parte più segreta delle prigioni romane. Ma le restanti carceri, le Lautumiae, occupavano un area molto più estesa all’interno della zona del Campidoglio. La facciata è in travertino, risalente al 40 a.C. e preceduta da un portico. In realtà la struttura ne cela una più antica in tufo; materiale utilizzato anche per l’ambiente interno, datato al II secolo a.C. La struttura, oggi, presenta quattro livelli suddivisi tra la chiesa, la cappella del Crocifisso, il Carcere Mamertino ed il Tullianum. In questa prigione romana i condannati a morte venivano fatti precipitare, attraverso una botola, presente nel Carcere Mamertino. Una volta atterrati nel piano a pianta circolare, venivano in seguito strangolati. Qui erano rinchiusi principalmente i prigionieri di stato, i rivoltosi e i capi di popolazioni nemiche. Nel 1726 il Carcere Mamertino fu consacrato a SS. Pietro e Paolo a seguito di un’antica tradizione popolare che affermava la reclusione degli apostoli all’interno del Tullianum. Qui furono uccisi, ad esempio, Giugurta, Vercingetorige, Ponzio e i partecipanti alle rivolte di Caio Gracco e di...

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Bolsena, la città dei miracoli

Bolsena, la città dei miracoli Oggi la nostra gita fuori porta ci conduce presso Bolsena, un piccolo comune a circa 30 Km da Viterbo. Dalla tradizione popolare, Bolsena, è stata soprannominata la “Città dei Miracoli”, il motivo? Siamo venuti a scoprirlo. Un po’ di storia: L’attuale Bolsena sorge sui resti di “Volsinii“, un’importante cittadina di origine etrusche, che divenne un fiorente “municipium” romano grazie alla posizione sulla consolare Cassia. Sono state le esplorazioni condotte da una missione archeologica francese, poco fuori dell’abitato, lungo la strada per Orvieto, ad aver portato alla scoperta dei resti della città etrusca di Velzna e della romana Volsinii. Nella seconda metà del VI secolo d.C., le incursioni dei Goti e dei Longobardi rasero al suolo la cittadina romana, costringendo i cittadini bolsenesi ad abbandonare la zona e a costruire un nuovo borgo sulla rupe, che ancora oggi ospita il quartiere medievale. Finito il predominio dei Longobardi, Bolsena divenne proprietà della diocesi di Orvieto, almeno fino al 1398, quando papa Bonifacio IX la concesse in vicariato ai Monaldeschi della Cervara, che ne ebbero il possesso fino alla metà del XV secolo. Durante il periodo del Rinascimento, la storia di Bolsena rimase legata alle vicende del Papato. Vennero a visitare la cittadina in quell’epoca, esponenti di nobili famiglie italiane, come Tiberio Crispo, il pontefice Pio II Piccolomini, Giovanni de’ Medici e Paolo III Farnese. A due di loro si devono importanti opere architettoniche bolsenesi: Giovanni de’ Medici commissionò la facciata della Chiesa di Santa Cristina e il cardinale Crispo fece erigere, invece, il palazzo che porta il suo nome. I misteri di Bolsena: Sono due gli eventi sovrannaturali a cui la cittadina di Bolsena deve parte della propria fama. Il primo, che ha per protagonista S. Cristina, patrona con San Giorgio dell’abitato, risale al 292, agli albori del cristianesimo. La fanciulla fu gettata nel lago per ordine del padre, con una pietra al collo. Ma fu la pietra, che miracolosamente galleggiava, a riportarla in salvo a riva. E fu presso questa pietra, segnata indelebilmente dell’impronta dei piedi della fanciulla, e per questo devotamente adibita a mensa d’altare, che si produsse nel 1263 il secondo prodigio. Il miracolo eucaristico, consistente nell’apparizione di gocce di sangue da un’ostia spezzata durante una mensa. Il protagonista fu Pietro di Praga, prete boemo, che nutriva dubbi sul dogma della transustanziazione. Questo secondo miracolo provocò l’istituzione, da parte di Urbano IV, della festa del Corpus Domini, nel 1264. Un giro per Bolsena: Sulla centrale Piazza Matteotti si apre la facciata, con bel portale gotico, della Chiesa di San Francesco. Risalente al  XIII secolo, la chiesa presenta una navata unica e presbiterio quadrato, coperto da un tetto a capriate. Oggi sede di attività culturali, porta estese testimonianze di affreschi del XV e...

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Roma: Eventi 8 Dicembre 2014

Roma: Eventi 8 Dicembre Siete a Roma nel giorno dell’ Immacolata? Vi consigliamo cosa fare nella giornata che dà il via alle feste natalizie! Piazza di Spagna: Come di consuetudine la festa dell’ Immacolata prevede festeggiamenti in Piazza Mignanelli alle ore 7.30 della mattina con l’omaggio ai Vigili del Fuoco, il concerto della Banda Musicale della Polizia in Piazza di Spagna ore 10.30. La festa durerà fino alle ore 16:00. Musei e Mostre: Alcuni Musei di Roma seguiranno orari di apertura differenti, per tenervi aggiornati sui cambiamenti, potete consultare il sito del comune di Roma. Passeggiata a Piazza Navona: Per gli amanti del Natale, degli addobbi e dello zucchero filato, Piazza Navona vi aspetta come ogni anno per farvi vivere a pieno la magia del Natale della nostra città. Henri Cartier Bresson al Museo dell’Ara Pacis: Chi non vuole farsi sfuggire l’ occasione di andare a vedere una Mostra durante un giorno di vacanza, può fermarsi all’ Ara Pacis, per la retrospettiva dedicata al precursore del foto-giornalismo: Henri Cartier Bresson. Mostra dei 100 Presepi: Classico Appuntamento Natalizio, ormai alla 39°edizione. Per Info e Orari visita la pagina dedicata: 100 Presepi Natale all’ Auditorium: In occasione del Natale all’Auditorium il Parco della Musica apre le porte a ogni tipo di pubblico. Dal villaggio natalizio, allo chapiteau del teatro-circo, alla pista di pattinaggio, fuori dalle sale è possibile incontrarsi in un clima di festa. . All’interno dell’Auditorium, invece, attrazioni di ogni tipo: concerti, spettacoli, mostre. Per maggiori info visita il sito. Musei in Comune: I Musei in Comune di Roma promuovono l’iniziativa Vivi i Musei. 3 giorni di eventi, aperture straordinarie ed ingressi gratuiti. Scopri come sul sito del comune di Roma. Mercato contadino a Capannelle: Il Mercato Contadino Capannelle raddoppia a dicembre e vi aspetta non soltanto tutte le domeniche – come al solito – ma anche l’8, 13, 14, 20, 21 dicembre,  e presenta un calendario natalizio con un programma fitto fitto di eventi, laboratori, degustazioni e artigianato di qualità, artistico e del riuso a km O dentro l’Ippodromo. Per maggiori info potete consultare il programma. Auditorium Conciliazione: Dal 2 all’8 dicembre 2014 l’Auditorium Conciliazione in Roma presenta una settimana di eventi in occasione dei 40 anni dal debutto della commedia musicale “Aggiungi un posto a tavola” di Garinei e Giovannini, scritta con Iaia Fiastri, con le musiche di Armando Trovaioli. Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria: Ritorna anche quest’anno l’iniziativa “Più libri, più liberi” dal 4 all’ 8 Dicembre presso il  il Palazzo dei Congressi all’ Eur. 13ª edizione della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria.  400 editori, oltre 300 eventi e 5 giorni di esposizione ti aspettano al Palazzo dei Congressi dell’Eur. È tempo di leggere. È  di nuovo tempo di...

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La Chiesa di Santa Maria in Grottapinta

La Chiesa di Santa Maria in Grottapinta Siamo nella zona di Campo de’ Fiori, quando un pomeriggio scopriamo la Chiesa di Santa Maria in Grottapinta. Abbandonata e sconsacrata, oggi, dello spirito di una chiesa rimane bene poco. In origine era la chiesa di “S. Salvatore in Arco”; il nome Grottapinta gli fu attribuito dopo, per via dall’arco limitrofo affrescato con la “Vergine di Grottapinta”, opera risalente al XII secolo, che oggi troviamo ella chiesa di S.Lorenzo in Damaso. Le origini di Santa Maria in Grottapinta risalgono al XII secolo, ma la facciata attuale è il lavoro che Virginio Orsini commissionò durante il XVI secolo. La Chiesa fu sconsacrata nel 1343, ed affidata ad un confraternita con lo scopo di dare aiuto ai poveri e ai bisognosi. A fine 800′ fu integrata con il complesso di Palazzo Orsini Pio Righetti, ed affidata all’istituto “Tata Giovanni”, un orfanotrofio. Quando nel 1926, l’istituto si trasferì, la struttura di Santa Maria in Grottapinta, fu abbandonata e ridotta ad un magazzino. Al suo interno, tre altari sono posti in risalto da dipinti. Sull’altare maggiore è rappresentata la Vergine Maria, il cui autore rimane ignoto. Nell’altare verso sinistra, troviamo un Crocifisso di Giovanni Antonio Valtellina, e l’altare di destra è decorato da un’opera di Francesco Alessandrini che rappresenta S. Giovanni Battista....

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Il Sacro Bosco di Bomarzo

Il Sacro Bosco di Bomarzo “Tu ch’entri qua pon mente, parte a parte, et dimmi poi se tante, maraviglie, sien fatte per inganno, o pur per arte.” La fantasia popolare lo ha ribattezzato Parco dei Mostri, in realtà, il Sacro Bosco di Bomarzo, ha origine per via di un grande amore e per mano di uno dei più grandi architetti del XVI secolo, Pirro Ligorio. Oggi, la nostra Gita fuori Porta, ci conduce in provincia di Viterbo, in questo museo all’aperto che è il Sacro Bosco di Bomarzo. Era il 1552 quando Vicino Orsini decise di realizzare all’interno della “Villa delle Meraviglie” un giardino abbastanza insolito, che raffigurasse l’evoluzione dell’uomo. Non sappiamo con certezza, quali altre idee balenassero nella sua mente, ma il risultato fu qualcosa di surreale e travolgente allo stesso momento. I lavori furono commissionati a Pirro Ligorio, che creò un museo a cielo aperto di figure mitologiche. La particolarità di essere un parco dei mostri, perviene dalle sue statue. Sfingi, animali, draghi, figure mitologiche, tutte rappresentate in uno stile un pò grottesco: Ercole che combatte con Caco, una sirena, una sfinge e poi la figura di Nettuno, per arrivare alla rappresentazione di una miniatura del Castello Orsini, scolpita sopra la testa di un Orco per simboleggiare la potenza del casato. Il complesso monumentale del Sacro Bosco di Bomarzo è stato per anni, e lo è tutt’ora, un luogo d’ispirazione per intellettuali ed artisti desiderosi di ammirare le istallazioni volute da Orsini; le sette meraviglie del mondo, come le chiamò lui nell’incisione su di una sfinge all’entrata del Parco: “Chi con ciglia inarcate, et labbra strette, non va per questo loco, manco ammira, le famose del mondo moli sette”. Non sappiamo con certezza se davvero il Parco sia la trasfigurazione di un grande amore verso la moglie, o verso l’arte, visto il risultato, ma il mistero che riempie i sentieri e le statue del Bosco di Bomarzo, ci basta per travolgerci in questo percorso di arte manierista. Info: Il Parco di Bomarzo si trova in provincia di Viterbo, ed è facilmente raggiungibile, con l’autostrada A1, prendendo l’uscita di Orte ( da sud) o l’uscita Attigliano (da nord). Il prezzo del biglietto intero è di  10,00 €. I bambini tra i 4 e i 13 anni: 8,00 € I disabili non autosufficienti: Gratuito Accompagnatori...

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Il Cimitero di Guerra Francese a Roma

Il Cimitero di Guerra Francese a Roma Il Cimitero di Guerra Francese si trova all’interno del Parco di Monte Mario, nei pressi di Via della Camilluccia. Poco conosciuto a Roma è, in realtà, un oasi di pace a pochi passi dal frastuono della città. E’ sorprendente infatti come il tragitto quasi incontaminato che porta al cimitero, si trovi così vicino ad una strada trafficata. Fu costruito dal Governo Italiano per rendere omaggio ai militari francesi che combatterono negli anni 1943/1944 contro le truppe nazi-fasciste. Ogni anno, l’11 Novembre, si svolge qui una cerimonia di commemorazione. Nella Riserva Naturale di Monte Mario: Come vi accennavamo, per arrivare all’interno del Cimitero di Guerra Francese è possibile passare attraverso la Riserva Naturale di Montemario. Il sentiero è un oasi immersa nel verde, costeggiato da boschi di querce da sughero e lecci. Se volete scegliere invece il tragitto più “comodo” potete passare da Via dei Casali di Santo Spirito, ma è sicuramente meno suggestivo. La natura incontaminata vi regalerà una passeggiata totale tranquillità. Il Cimitero di Guerra Francese: Il cimitero è situato in un punto molto alto di Monte Mario. Un aspetto che salta subito all’occhio è l’eleganza con cui sono disposte le aiuole ed i viali. Tutto è raffinato e curato nei minimi dettagli, tanto da far dimenticare al visitatore di trovarsi all’interno di un cimitero. All’entrata un incisione ci dà in benvenuto ” Cimitière Militaire Français” – Campagne d’Italie 1943 – 1944″. Riposano qui solo 1888 soldati francesi, rispetto ai 7000 uccisi durante la battaglia della seconda guerra mondiale. La maggior parte dei caduti, tuttavia, non è di origine francese. Molte delle vittime i “Goumiers”, sono soldati di nazionalità marocchina, chiamati a combattere nelle truppe francesi per circa 50 anni. Lo capiamo anche dalla mezzaluna islamica incisa sulla lapide. Tutti i soldati sono stati seppelliti allo stesso modo, con una croce in marmo sovrastante e la scritta “mort pour la...

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La Chiesa dei Morti in Via Giulia

La Chiesa dei Morti in Via Giulia Quella che noi chiamiamo Chiesa dei Morti ha un nome specifico in realtà, ma non molto differente: Chiesa di Santa Maria Orazione e Morte. Si trova in Via Giulia a Roma, accanto all’Arco Farnese. Il nome che gli abbiamo dato, e con il quale ci è stata presentata, non è un caso. L’arciconfraternita di S. Maria Orazione, quando creò la chiesa durante il XV secolo, aveva un scopo preciso: offrire una degna tumulazione a chi non aveva potuto usufruire di tale riguardo. La Chiesa dei morti nasce quindi per dare sepoltura a tutti quei corpi senza identità che, trovati abbandonati nelle campagne, o addirittura nel Tevere, furono in seguito seppelliti qui. L’aspetto esteriore della Chiesa dei Morti non tradisce le sue origini. Le decorazioni sono macabre e per lo più rappresentano la morte; le colonne della  facciata sono ornate con dei teschi, così come le sculture ed i lampadari presenti nel cimitero. La Chiesa attuale è comunque il risultato di secoli di restauri, della struttura del XV è rimasto poco. I lavori apportati nel XVIII, furono quelli in cui si realizzò un vasto cimitero, che venne poi distrutto nel 1886. Le opere artistiche presenti si devono invece a Ferdinando Fuga, noto architetto toscano, che quando commissionò i lavori della chiesa, fece includere nella navata gli affreschi di Giovanni Lanfranco, appartenenti all’adiacente Romitorio del cardinale Odoardo Farnese. All’interno della Chiesa, oltre alle opere di Lanfranco, si può ammirare anche “Il San Michele Arcangelo” di Guido Reni. Per visitare il famoso cimitero, si può accedere da un varco presente accanto l’altare maggiore. Qui è il luogo dove la morte regna...

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Gita fuori Porta: Castel Gandolfo

Gita fuori Porta: Castel Gandolfo Castel Gandolfo è una provincia dei Castelli Romani, la zona di Roma Sud che racchiude tutti i paesi dei Colli Albani. Affaccia sul lago di Albano, di origine vulcanica e considerato il più profondo d’Italia. E’ piacevole trascorrere le giornate nella zona del Parco Ragionale dei Castelli Romani, sia per il buon cibo, dati i tantissimi ristoranti diffusi in tutta la zona, sia per la possibilità di rilassarsi lungo il lago di Albano, o il lago di Nemi. Castel Gandolfo, la storia: La storia racconta che in origine, l’attuale Castel Gandolfo, sorgeva con il nome di Albalonga. La città romana, sul monte Albano, fu costruita per mano di Ascanio, figlio di Enea, ma distrutta poco dopo dagli stessi romani. Furono sempre loro che durante l’età imperiale, scelsero il territorio dei Castelli Romani, come luogo adatto per le residenze estive. Come Domiziano che costruì qui la sua villa di cui ancora oggi possiamo ammirare i resti. Passarono gli anni e Castel Gandolfo si ritrovò nel Medioevo sotto il controllo di numerose famiglie nobili romane. Una di queste, la famiglia Savelli, che una volta avuto il controllo su numerosi possedimenti della zona, si indebitò, così da lasciare il Castello di Castel Gandolfo, nelle mani della Santa Sede. Questo passaggio segnò Castel Gandolfo, facendola diventare, almeno dal 1628, la residenza estiva del papa. Fu infatti Papa Urbano VIII, il primo che, in quella data, soggiornò qui. L’influenza della Santa Sede si interruppe con la breccia di Porta Pia, nel 1870, ma durò poco meno di un secolo. Quando nel 1929, Mussolini stipulò i patti Lateranensi, la Santa sede riacquistò i diritti su Castel Gandolfo. Passeggiando per Castel Gandolfo: Nelle vie del Centro storico, si può visitare la Chiesa Collegiata di San Tommaso Apostolo da Villanova. La chiesa fu progettata da Gian Lorenzo Bernini, su comando di papa Alessandro VII. L’inaugurazione avvenne nel 1661; all’interno della chiesa è possibile ammirare il quadro della Crocifissione, opera di Pietro da Cortona. Arte e Natura: La zona dei Castelli Romani, oltre a regalarci numerosi siti archeologici da visitare, ci permettere di trascorrere del tempo a contatto con la natura. All’interno del Parco Regionale dei Castelli Romani, vi è la possibilità di partecipare a dei percorsi attraverso i sentieri protetti del parco, a dei tour all’interno del lago, così da poter conoscere la varietà di piante e rare specie di animali che popolano la zona del Parco Regionale. Inoltre, per chi desidera conoscere le particolarità architettoniche e storiche rinvenute nella zona, sono organizzati degli itinerari culturali. Per maggiori info, potete consultare direttamente il sito. Mangiare: La zona dei Castelli Romani è conosciuta soprattutto per...

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Henri Cartier Bresson al Museo dell’Ara Pacis

Henri Cartier Bresson al Museo dell’Ara Pacis “Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira testa, occhio e cuore. È un modo di vivere” 4 Mesi di Fotografia all’Ara Pacis di Roma, con la retrospettiva dedicata al precursore del foto-giornalismo Henri Cartier Bresson. Dal 26 Settembre al 25 Gennaio, avremo l’occasione di visitare la mostra realizzata da Clément Chéroux, in occasione dei dieci anni dalla morte del fotografo francese. Henri Cartier Bresson: Henri Cartier Bresson, nasce in Francia a Chanteloup-en-Brie nel 1908. E’ circa verso l’età dei 23 anni che inizia ad interessarsi di fotografia. L’amicizia con alcuni dei fotografi più i importanti degli anni 30′, aiuterà Bresson nella sua scalata verso il foto – giornalismo. Ma non solo, le sue varie sfaccettature, porteranno Bresson a toccare vari generi fotografici. Prima della guerra, con la vicinanza al genere Surrealista, per diventare un militante documentarista durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Civile Spagnola, fino alla carriera di reporter negli anni 50′-60′. La Mostra: L’esposizione all’Ara Pacis propone 500 opere, tra cui foto, disegni, dipinti e documenti, che mettono in evidenza la carriera del fotografo, dagli albori fino al periodo della Guerra Fredda. L’ esposizione è realizzata dal Centre Pompidou di Parigi in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da Contrasto e Zètema Progetto Cultura. Info e Orari: Chiuso il Lunedì, Martedì-Mercoledì: 9.00-19.00, Giovedì-Domenica: 9.00-22.00. Dal giovedì alla domenica, per l’intera durata della mostra, prolungamento dell’orario di apertura, del solo spazio espositivo (Via di Ripetta), fino alle 22.00 (ultimo ingresso ore 21.00). Biglietto solo mostra “Henri Cartier Bresson” – Intero € 11,00 – Ridotto € 9,00 – Speciale Scuole € 4,00 ad alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni) – Speciale Famiglie € 22,00 (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)          ...

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Piazza Vittorio a Roma|La Porta Magica e il Ninfeo

Piazza Vittorio Emanuele e la sua Porta Magica Nei pressi di Piazza Vittorio Emanuele II si trovano due opere monumentali: la Porta Magica e il Ninfeo. La Porta Magica di Piazza Vittorio a Roma La Porta Alchemica, nota anche come Porta Magica, Porta Ermetica o Porta dei Cieli, è l’unico resto dell’antica villa Palombara edificata nella seconda metà del ‘600 dal Marchese di Pietraforte, Massimiliano Palombara (1614 -1680), appassionato d’esoterismo ed alchimia e frequentatore della corte di Cristina di Svezia. Il monumento originariamente era una dei 5 ingressi esterni della villa, che il marchese aveva fatto incidere con simboli alchemici al fine di attirare l’attenzione di chi potesse decifrarne i segreti. La leggenda narra di un pellegrino misterioso (probabilmente Francesco Giuseppe Borri), che, ospitato nella villa del marchese per diversi giorni, ha cercato di trasmutare una sostanza inerte in oro. L’ultimo giorno fu visto sparire attraverso la porta magica, lasciando dietro di sé una pagliuzza d’oro e delle formule alchemiche. Il marchese avrebbe deciso così di far incidere quegli sconosciuti simboli sui frontoni e sulle cornici delle porte della sua villa come istruzioni per la realizzazione della Pietra Filosofale. IL NINFEO Il Ninfeo invece è una struttura in laterizio edificata per volere dell’imperatore Alessandro Severo (inizi III secolo d.C.). Originariamente rivestito in marmo, quello che vediamo oggi è in realtà solo lo scheletro di una fontana decorata da numerose statue e che fungeva da castello di distribuzione dell’acqua proveniente dall’ odierna Porta Tiburtina. Fin dal Medioevo fu anche conosciuto come “Trofei di Mario”, a causa dei due trofei marmorei (risalenti all’età domizianea, fine I secolo d.C.), erroneamente attribuiti a Caio Mario, che si trovavano sotto gli archi laterali fino al 1590, quando furono trasportati sulla balaustra del Campidoglio dove tuttora si trovano. Successivamente il marchese Orazio Savelli chiese in regalo al popolo romano i resti dell’antico edificio nonché il permesso di edificarvi sopra: da questo momento in poi, tutti i disegni, le incisioni, gli acquerelli dell’epoca testimoniano la presenza sul lato destro delle rovine di una casa a due piani, la quale infine venne demolita all’ indomani dell’unità d’Italia per permettere la costruzione della piazza del nuovo quartiere Esquilino. Il Ninfeo fu risparmiato probabilmente per la sua mole e l’importanza storica, e fu inglobato nel progetto della piazza, la cui realizzazione permise comunque anche fondamentali scoperte riguardanti i primi secoli della storia di Roma, come la necropoli Esquilina (in uso dall’età del ferro fino all’età...

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