Miti & Leggende

Miti & Leggende

I Miti e le leggende dell’antica Roma sono racconti antichi tramandati da padre in figlio, un vero e proprio patrimonio culturale che è parte integrante di un popolo.

Il termine “colosseo” non è da attribuire alla maestosità colossale della struttura, il cui nome originale era “Anfiteatro Flavio”, bensì alla maestosità di una statua che Nerone aveva fatto erigere, in sui onore, vicino all’anfiteatro stesso. Nel Medioevo, il Colosseo era ritenuto una porta per gli inferi dove gli spiriti degli schiavi e dei gladiatori morti sacrificati per il piacere degli imperatori vagavano (e tuttora vagherebbero) al giungere della notte incapaci di trovare il riposo eterno. Gli imperatori, tramite un gesto, decidevano le sorti dei combattenti: pollice in giù la morte, pollice in su la salvezza. La curiosità è che il pollice, in realtà, non veniva rivolto “verso il basso” ma verso la gola: questo gesto imitava il rituale con il quale veniva ucciso il perdente, ovvero trafiggendo il cuore con la spada dalla base della gola. All’interno del Colosseo, oltre ai tradizionali scontri con gladiatori ed animali feroci, venivano organizzate anche le “naumachie”: tutta l’arena veniva riempita d’acqua e vi si svolgevano delle vere e proprie battaglie navali simulate!

Entrando nella basilica di Santa Sabina a piazza Pietro d’Illiria, al centro del colle Aventino, subito dietro l’osservatore, nell’angolo sinistro della basilica c’è una piccola colonnina tortile. Sopra di essa, di vede una pietra nera tondeggiante, con grosse incisioni, dei buchi, come di un enorme artiglio…ecco a voi la “lapis diaboli”. Si narra che il diavolo, a San Sabina, tentò più volte San Domenico che, in estasi, pregava all’ingresso della chiesa ma, incapace di indurlo al peccato, seccato, gli scagliò contro un pesante blocco di basalto nero senza, peraltro, ferirlo. Sulla pietra sono ancora visibili i segni delle dita incandescenti del demonio.

Il celebre mascherone di marmo è conosciuto in tutto il mondo per la leggenda, secondo cui, se si giura il falso tenendo la mano nella bocca del mascherone, questa verrebbe tranciata in un solo colpo. E’ una leggenda che, ormai, tutti conoscono ma forse non sapete che, nel Medioevo, la mano di chi raccontava troppe bugie, veniva realmente tagliata da un boia strategicamente posizionato dietro il mascherone! In particolare, si racconta, che al giudizio della bocca della verità fu sottoposta una nobildonna accusata d’adulterio dal marito. Accadde che mentre ella avvicinava tra due ali di folla al mascherone di pietra, d’improvviso un ragazzo le si lanciò contro baciandola caldamente. Di fronte all’indignazione generale, lui si giustificò dicendo di non aver resistito dal porgere cristianamente un tributo ad una povera fanciulla sicuramente innocente; la donna, dal canto suo, infilata la mano nella fessura della roccia, dichiarò: “Giuro che nessun uomo, tranne mio marito ed il giovane che or ora mi ha baciato, mi ha mai toccato!”. Riconosciuta innocente per aver avuto la mano salva venne quindi scagionata. Furbezza e malizia della donna romana che davanti a tutti era stata baciata dal suo amante!

Siamo nel 1680. In questo periodo, l’odierna Piazza Vittorio Emanuele II era un semplice tratto di campagna fuori le mura della città, occupato per buona parte dalla tenuta della villa del marchese Massimiliano Palombara dei principi Rosacroce. Il marchese era famoso in Roma come appassionato di occultismo e di esoterismo. La leggenda racconta che uno degli ospiti del marchese, nel corso dei suoi studi, riuscì a trasformare il piombo in oro. Lo studioso fece presto perdere le sue tracce, ma lasciò la “ricetta” in alcuni suoi appunti che, però, risultarono incomprensibili al marchese, essendo scritti utilizzando, come era consuetudine fra gli alchimisti, arcane metafore e rebus difficili da decifrare. Il marchese pensò bene che ciò che per lui era stato incomprensibile, poteva essere facilmente interpretato da qualcun altro. Per questo motivo egli decise di “pubblicare la ricetta” sulla porta di ingresso del giardino della sua villa, cioè sulla cosidetta “porta magica”, o “porta alchemica”. Ora la villa e il giardino non esistono più, ma la porta magica è ancora là, incastonata in un muro dei giardini di Piazza Vittorio.

All’inizio del 1500 il giovane Raffaello Sanzio era stato incaricato di affrescare la villa di Agostino Chigi a via della Lungara (zona Trastevere), quella che oggi è nota come “Villa Farnesina”. Da quel periodo in poi, nei vari dipinti e affreschi che Raffaello produce, la figura femminile è rappresentata sempre nello stesso modo. Si vedano ad esempio la “Madonna Sistina” (Dresda, Gemaldegalerie), la “Donna velata” (vedi foto a destra) e la “Madonna della seggiola” (Firenze, Palazzo Pitti). Una romantica leggenda romana dà una spiegazione a questo fatto: si racconta infatti che Raffaello, durante una pausa nei lavori di Villa Farnesina, si trovasse lì vicino, a via di S. Dorotea e, volgendo lo sguardo verso l’alto, notasse una bellissima ragazza affacciata ad una finestra, intenta a pettinarsi i capelli. Egli, vedendola, se ne innamorò, e da quel momento in poi pretese sempre quella ragazza come modella per le sue opere. La ragazza, che la tradizione vuole chiamata Margherita Luti, era la semplice figlia di un fornaio, e per questo era soprannominata da tutti “la fornarina”. Esiste un quadro molto famoso di Raffaello, recentemente restaurato, che si intitola appunto “la Fornarina”, ed è visibile a Roma presso la galleria Barberini. Il quadro nasconde molte informazioni intriganti. Ad esempio in questo dipinto, come in altri quadri simili, la Fornarina compare con un gioiello alquanto inconsueto per il tempo e per la sua collocazione, cioè una perla sulla fronte. Beh…Raffaello, come Michelangelo, come Leonardo, come pure faceva il Petrarca (il suo poeta preferito) nel campo della poesia, sta nascondendo il nome della sua amata…e lo sta collocando proprio sulla fronte…in latino infatti “perla” è “margarita”! L’identificazione con Margherita Luti trova ulteriore conferma in occasione della pubblicazione nel 1897 di un documento scoperto dallo studioso Antonio Valeri, che attestò, pochi mesi dopo la morte di Raffaello, il ritiro nel convento di Sant’Apollonia a Trastevere di Margherita Luti detta la Fornarina.

Si narra che Nerone volesse a tutti i costi partorire un figlio, tanto da minacciare di morte i migliore medici di Roma se non avessero provveduto ad ingravidarlo. Per evitare una brutta fine, i medici si misero d’accordo prepararono un beverone vagamente soporifero e lo fecero ingerire all’imperatore assieme ad una piccolissima rana. La bestiola, rimanendo viva ancora per un poco e movendosi all’interno della pancia di Nerone, gli diede una sensazione simile a quella delle gestanti in avanzata gravidanza. Coscienti tuttavia della brevissima durata del trucco i due medici non attesero di ricevere i ringraziamenti e fuggirono a gambe levate per non cadere vittima dell’ira dell’imperatore folle.

Il grandioso obelisco (25 metri di altezza per 350 tonnellate di peso) proviene dall’antico Egitto e fu fatto trasportare a Roma nel 37 d.C da una nave che fu fatta costruire appositamente, per poi posizionarlo nel circo di Caligola. Nel 1586, Papa Sisto V con l’aiuto dell’architetto Domenico Fontana riuscì con fatica ad innalzarlo al centro della piazza . Il Fontana eresse una vasta e robusta impalcatura intorno al monolite ed un “castello” attorno a quella che sarebbe stata la finale collocazione. Il tutto con un ardito sistema di argani e carrucole. L’operazione si rivelò delicata e molto complessa, e andò avanti da aprile a settembre 1586, con l’impiego simultaneo di 44 argani, 900 operai e 140 cavalli. Nella previsione delle difficoltà e dei pericoli dell’impresa, l’architetto aveva ottenuto che nel corso dei lavori piazza S.Pietro fosse completamente sbarrata, e che alla folla di curiosi fosse vietato di emettere qualsivoglia rumore e di pronunciare anche una sola parola. La pena di morte attendeva i contravventori. Racconta un cronista dell’epoca che per rendere più efficace lo strano editto fu innalzata nella piazza una forca, presidiata dal carnefice e dai suoi aiutanti. Il 10 settembre 1586 arrivò il momento di issare l’obelisco sopra il basamento. Si era riusciti a porlo verticalmente e a sollevarlo sulla base, quando ad un tratto gli operai si accorsero che, a causa dell’attrito, le corde minacciavano di rompersi. L’obelisco arrestò la sua ascesa. L’architetto, sgomento, non sapeva che fare. Fu allora che si levò l’urlo di un uomo tra folla, incurante dell’editto del papa: «Acqua alle corde!!!». Era l’urlo di un capitano di nave, di nome Bresca che, data la sua lunga pratica con l’uso delle corde, sapeva che esse sotto l’azione dell’acqua si restringono resistendo meglio al cedimento. Grazie al suo consiglio l’obelisco potè essere raddrizzato completamente e l’opera fu compiuta. Bresca, invece di essere ucciso, fu chiamato davanti a Sisto V ed invitato a chiedere una grazia. L’uomo, originario di Sanremo, domandò di avere il privilegio, per sè, per la sua famiglia e per i suoi discendenti, di fornire al Vaticano le palme per la cerimonia della domenica delle Palme. Il monopolio fu accordato. Sarà anche una leggenda quella del capitano sanremese, ma è un fatto ormai assodato che il Vaticano tiene tuttora fede all’antico patto, per cui, ancora oggi, i discendenti del capitan Bresca sono i fornitori ufficiali delle tradizionali palme intrecciate (i cosiddetti “Parmureli”) per il Vaticano.

A via Veneto, a pochi metri da due celebri fontane di Gian Lorenzo Bernini, c’è la chiesa seicentesca di S. Maria della Concezione, da sempre chiamata “I Cappuccini”, in cui è possibile ammirare alcune bellissime opere d’arte del barocco romano. Scendendo poi nei sotterranei della chiesa si trova la cripta, dove si assiste a uno spettacolo incredibile: una sorta di mostra della dissoluzione corporale. Il corridoio attraverso cui si accede ai quattro ambienti del cimitero presenta all’ingresso la scritta “Noi eravamo come voi e voi sarete come noi”. In ognuna delle stanze sono raccolte le ossa di circa quattromila frati morti a Roma in un periodo che va dal Cinquecento al 1870. Le ossa sono posizionate in modo da formare ghirlande ed elementi decorativi mentre alcuni scheletri sono vestiti con i sai dei frati e collocati in nicchie anche esse composte da ossa. Si pensa che la realizzazione di queste cripte sia dovuta ad un francese scappato dal periodo del Terrore nel XVIII secolo e che una volta giunto a Roma abbia voluto in questo modo esorcizzare e porre simbolicamente fine all’Ancien Regime. Alcuni invece vi vedono una traccia di tipo massonico, mentre è possibile che sia solo un’opera dei cappuccini come monito riguardo la brevità della vita e del corpo. Si dice inoltre che la terra che si trova sul pavimento delle stanze provenga dalla Terra Santa.

Una delle leggende più famose è legata all’assedio di Roma da parte dei Galli. La vicenda si svolge sul Campidoglio, all’incirca verso il 390 a.C., là dove sorgeva il tempio di Giunone e dove si trovavano le oche sacre alla dea. I Romani, ormai sotto assedio da molti giorni iniziavano a soffrire la fame, per questo erano fortemente tentati di uccidere le oche che si aggiravano liberamente sul campidoglio, tuttavia non ne ebbero il coraggio, essendo queste consacrate alla dea. Una notte i galli tentarono un attacco notturno contro la rocca del Campidoglio, e stavano già scalando le mura quando con grandi strepiti le oche, ben sveglie, destarono il guardiano Marco Manlio. Allora Manlio chiamò i soldati romani, che combattendo con grande energia respinsero i Galli: così il Campidoglio fu liberato dal pericolo dei barbari, e Roma fu salvata dagli strepiti delle oche.

Secondo la leggenda, Romolo, il primo re di Roma, si occupò di fortificare ed espandere la città, raccogliendo i pastori dalle zone circostanti ma, per la mancanza di donne, la sua grandezza sarebbe durata una sola generazione poiché non avendo connubi con i vicini non c’era in patria speranza di prole. Così Romolo organizzò ad arte solenni ludi in onore di Nettuno equestre (Consuali) e ordinò poi di annunziare lo spettacolo ai popoli vicini. Accorse molta gente, anche per la curiosità di vedere la nuova città, tra cui i Sabini. Durante lo svolgimento della festa fra canti e danze, ad un segnale convenuto, i giovani Romani rapirono le donne Sabine e armati di pugnali, misero in fuga gli uomini. I Sabini ovviamente non gradirono l’affronto e guidati da Tito Tazio marciarono verso Roma decisi a riprendersi le proprie figlie. Nel racconto di Tito Livio i sabini riescono a penetrare nella città fortificata grazie al tradimento di una giovane fanciulla romana, Tarpea che aveva il compito di sorvegliare una porta sul Campidoglio. In cambio del tradimento la fanciulla chiese ai Sabini oro e gioielli, ma la ripagarono lanciandole contro i propri pesanti scudi: in seguito la ragazza venne condannata a morte per tradimento e lanciata dalla rupe che per tradizione tuttora porta il suo nome a Roma. Penetrati a Roma, i Sabini si lanciarono contro i nemici; ma non appena la battaglia ha inizio, le donne intervennero per ottenere un armistizio: molte fanciulle infatti, già affezionate agli sposi romani, non tollerarono la vista di quella sanguinosa battaglia nella quale erano coinvolti i loro padri e i loro mariti. La vicenda ebbe così una pacifica conclusione: Romolo e Tito Tazio regnarono in comune sulla città e i Sabini si fusero con i Romani in un unico popolo.

Tra le figure nate dalla fervida fantasia popolare romana, quella della papessa Giovanna, identificata da alcuni con la Papessa dei Tarocchi, è una delle più celebri e singolari. Secondo la leggenda il vero nome della donna era Giovanna Angelica, una giovane tanto desiderosa di studiare che si vestì da maschio e seguì un monaco che partiva per l’Oriente. Ma il monaco morì e lei, intenzionata a non tornare alla grama vita riservata alle donne della sua epoca, decise di correre il rischio e vestì gli abiti monacali del maestro. Ben presto si distinse fra gli altri monaci per sapienza e cultura teologica, tanto che in occasione del conclave per l’elezione del nuovo pontefice la scelta cadde proprio su di lei, ritenuta un pio e sapiente monaco. Le fu assegnato per segretario un giovane prete, colto e raffinato. Costui, che per dovere d’ufficio le era sempre vicino, non tardò a scoprire il vero sesso del pontefice. La cosa rimase comunque un dolce segreto fra i due. Ma la verità venne fuori durante una processione quando accadde l’imprevedibile: giunto il corteo davanti alla chiesa di San Clemente la papessa, che era rimasta in cinta, fu colta dalle doglie e partorì per strada. A quel punto la folla inferocita linciò donna e neonato, l’una come usurpatrice, l’altro come frutto di oscena unione. Da quel giorno il Vaticano corse ai ripari, disponendo che i pontefici appena eletti, prima dell’investitura ufficiale, sedessero in successione su tre sedie dette “stercorarie”, che avevano sul sedile un taglio a forma di mezzaluna. La motivazione ufficiale era naturalmente teologica e “trinitaria”, ma in realtà lo scopo era altro: durante la cerimonia un cardinale era incaricato di inserire una mano nel taglio delle sedie per constatare senza ombra di dubbio il sesso del successore di Pietro. Delle tre sedie – che in realtà erano probabilmente sedie da parto, a significare la Chiesa madre di tutti i credenti – due sono ancora visibili: una è ai Musei Vaticani, l’altra al Louvre di Parigi.

Fra le leggende più colorite di Roma non mancano certo le statue parlanti: la più, famosa è Pasquino, divenuta celebre fra il XVI e il XIX secolo. La statua in realtà è quello che resta di una delle sculture del III secolo a.C. che decoravano lo Stadio di Domiziano (che sorgeva nel punto esatto e con la stessa forma di Piazza Navona), ha il volto danneggiato e non ha né braccia né gambe. Difficile stabilire quale personaggio rappresenti: molto probabilmente un eroe dell’antica Grecia: Menelao, Aiace, oppure Ercole. La statua fu ritrovata nel 1501 nella piazza in cui si trova ancora oggi (prima piazza di Parione e ora piazza Pasquino), durante i lavori di pavimentazione stradale e di ristrutturazione di palazzo Braschi. Fu il Cardinale Carafa, che si occupava della ristrutturazione, a insistere perché la statua fosse salvata nonostante molti la ritenessero di scarso valore; così la fece sistemare dove si trova ancora oggi, aggiungendo lo stemma della sua famiglia e un’iscrizione celebrativa. Ma perché la statua fu chiamata Pasquino? Secondo i numerosi racconti popolari questo nome potrebbe derivare da un artigiano del quartiere particolarmente bravo a comporre versi satirici, oppure un maestro di una vicina scuola, del quale gli alunni avevano notato la somiglianza con la statua, appendendo i primi foglietti di scherno; ma non è escluso che il nome sia stato ispirato da un personaggio di una novella di Boccaccio. Questa statua di così scarso valore riuscì a diventare così celebre, e allo stesso tempo odiata, per una serie di coincidenze, a Roma era un uso già consolidato, quello di affidare il malcontento del popolo alle statue. Nottetempo, cartelli con satire in versi che colpivano i personaggi pubblici più in vista, venivano appesi al collo delle statue nei punti più frequentati della città, in modo che al mattino potessero essere visti e letti da tutti, prima di essere rimossi dai tutori dell’ordine. Queste invettive pungenti vennero chiamate “Pasquinate”, proprio dal nome della statua che meglio manifestava il malcontento del popolo per la corruzione e gli abusi dei potenti. Ma non solo: gli stessi potenti molto spesso usarono Pasquino per diffondere maldicenze contro gli avversari politici: naturalmente retribuendo in maniera adeguata gli autoriLa stessa elezione del pontefice si combatteva a colpi di Pasquinate, che puntavano a ottenere il favore del popolo.I personaggi più in vista, bersagliati dalle satire, iniziarono ben presto a detestare la statua e le sue rime. Quelli presi di mira più di ogni altro erano i papi che iniziarono a pensare di eliminare la statua. Adriano VI, pontefice controverso, cercò di gettarla nel Tevere, ma fu fermato dai sui cardinali che lo misero in guardia contro le possibili ritorsioni del popolo romano a colpi di satira. Dopo di lui, ci provarono papa Sisto V e Clemente VIII, entrambi con scarso successo. Quando poi, Benedetto XIII decise di mettere delle guardie per sorvegliare nottetempo la statua, allora le pasquinate si moltiplicarono in maniera esponenziale, così lo stesso papa emanò un editto che prevedeva la pena di morte, la confisca e l’infamia per chi fosse stato sorpreso ad affiggerle. Fu così che col tempo Pasquino divenne il vero oppositore degli eccessi della Corte papale e le invettive andarono scemando solo con la fine del potere temporale dei papi, con la breccia di Porta Pia. Pasquino tornò a parlare più di rado: durante il fascismo, in occasione della visita di Hitler a Roma, sferrò una dura critica contro le ingenti spese per le pompose scenografie che erano state allestite per l’arrivo del dittatore nazista. Ancora oggi la statua non manca di esprimersi in maniera pungente, nonostante i ripetuti tentativi di metterlo a tacere.

Author: Turismo Roma

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