Alla Garbatella il Presepe meccanico artigianale di Nonno Dante

Una rappresentazione artigiana da salvare  alla Garbatella: il Presepe meccanico di Nonno Dante attende adulti e bambini fino al 9 Gennaio “Le radici di quel che siamo e pensiamo reggono la terra su cui camminiamo”. Nel credo del Comitato di quartiere per la cura e la salvaguardia de La Garbatella c’è tutto il senso dell’importanza delle nostre tradizioni, della memoria storica come base per sostenere e garantire ogni inclusione futura. Un senso di continuità e dialogo tra le generazioni, perfettamente espresso da un evento natalizio di grande significato per l’affascinante quartiere romano e non solo: il presepe artigianale di Nonno Dante. Tradizione italiana delle festività natalizie per eccellenza, con le sue mille forme il presepio  stimola da sempre la creatività di artigiani di mestiere o per passione. Il presepe di Nonno Dante fa parte della forma forse più amata dai bambini, quella dei presepi meccanici, le cui statuine in movimento sbalordiscono gli occhi dei più piccoli. E proprio per divertire la nipotina Nonno Dante iniziò oltre dieci anni fa ad intagliare artigianalmente le sue statuine, dando vita a quello che è ormai un appuntamento fisso del Dicembre alla Garbatella. Al primissimo “arrotino” seguirono “il fabbro”, “il falegname”, e tutte le altre statuine, che ora compongono un ricchissimo presepe meccanico formato da quasi duecento pezzi intagliati a mano e meccanizzati da Nonno Dante. Contadino ed operaio appassionato di artigianato e meccanica, per le sue animazioni Nonno Dante si ispira alla vita quotidiana, realizzando piccole riproduzioni di personaggi e mestieri ancora familiari o quasi scomparsi. Sono tanti i visitatori che apprezzano ogni anno la laboriosità artigiana di Nonno Dante e la fattura del suo presepe, ma la mancanza di uno spazio dedicato dove allestire in modo permanente un laboratorio artigianale e museale obbliga durante l’anno le composizioni in scatoloni ormai insufficienti e rischia di impedire future esposizioni, cancellando di fatto un’eccellenza artigianale carica significati. Per salvare il presepe di Nonno Dante non è solo auspicabile un coinvolgimento di enti e istituzioni che possano accoglierlo, ma anche continuare a far sentire il proprio sostegno e apprezzamento per il presepio, visitandolo gratuitamente fino al 9 Gennaio. Ai visitatori grandi e piccini Nonno Dante racconterà come si realizza un personaggio meccanico e la storia dei personaggi del presepe. Quest’anno la mostra sarà accompagnata dall’esposizione di foto d’epoca legata al progetto di Storia Orale “I Ricordi nel Cassetto” dell’Associazione I.T.A.C.A., una raccolta composta dai contributi delle famiglie e dalla congregazione di San Filippo Neri di Garbatella,  con alcune foto risalenti agli anni che hanno accompagnato la fondazione del quartiere. Il presepe di Nonno Dante è aperto tutti i giorni, dalle 15.30 fino alle 19.00 (nei Festivi anche dalle...

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Storia dei Piatti Tipici Romani

I tipici primi piatti della cucina romana: la storia Per una panoramica della storia dei tipici piatti della cucina romana non possiamo non accennare qualcosa sulla storia della cucina romana in generale. Partendo dalla Roma repubblicana ed imperiale, sappiamo che la giornata si divideva in tre pasti, più o meno come oggi: la colazione (“ientaculum”) a base di focacce, miele e vino; il secondo pasto (“prandium”) abbastanza frugale che comprendeva una ciotola di legumi, olive, fichi, alici in salamoia, formaggi di pecora o di capra, spiedini di carne o pesce alla griglia e, ovviamente, vino. Infine la cena, che poteva durare anche sei o sette ore e che prevedeva, oltre all’antipasto (“gustus” o “gustatio”), ben sei portate. La cucina romana odierna, maturata dal Medioevo ai giorni nostri, è ben diversa da quella dell’antica Roma ed ha assorbito molte specialità culinarie di culture differenti e delle regioni confinanti oltre ad avere la particolarità di aver difeso la sua genuinità dalle intromissioni e dalle mode esterne, mantenendo la semplicità di una cucina popolare. La cucina romana tradizionale è fondata su ingredienti di derivazione rurale e contadina ed è costituita da piatti particolarmente nutrienti e serviti in porzioni abbondanti, proprio perché destinati a sfamare una popolazione impegnata nel lavoro nei campi.   I piatti tipici romani Sebbene nella cucina romana sia ampiamente impiegata la carne, soprattutto vaccina e ovina, possiamo dire che i capisaldi di questa cucina sono i primi piatti. I primi piatti tipici della cucina romana sono la amatriciana, il cacio e pepe, la gricia e la carbonara. Quella conosciuta come “amatriciana” (o matriciana come viene spesso pronunciata in dialetto romanesco) ha origine in un piccolo paesino del Lazio chiamato Amatrice e, secondo alcuni, è una versione più moderna della “gricia” conosciuta come l’amatriciana priva di pomodoro che sarebbe stato aggiunto solo successivamente alla fine del diciottesimo secolo. La preparazione originale prevede che dei listelli di guanciale siano fatto soffriggere in olio di oliva in una padella di ferro, quindi si aggiunge del peperoncino e del vino bianco che, evaporato, si unisce al sugo portandolo lentamente alla cottura, il tutto condito con sale e pepe macinato. La gricia ha la stessa provenienza ed è un piatto ideato dai pastori matriciani che la consumavano abitualmente per i suoi ingredienti facilmente reperibili vale a dire spaghetti, guanciale, pecorino di Amatrice, strutto, pepe nero e sale. Il sugo “cacio e pepe” è costituito da soli tre ingredienti cioè pasta, cacio e pepe e il trucco per la sua buona riuscita sta solamente nel dosarli e mantecarli bene. Infine la “carbonara”, così chiamata perché pare fosse il piatto tipico dei carbonai, nata intorno al...

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I muri degli ex voto | Roma

I muri degli ex voto, tra tradizione e religiosità popolare Simbolo di una Roma legata al passato e alle tradizioni popolari, negli angoli più impensabili e seminascosti, ma anche in mezzo al traffico cittadino, troviamo ancora oggi  muri, ed edicole su cui nel corso dei decenni sono stati attaccati i cosiddetti “ex voto”. Delle piccole mattonelle quasi tutte con su scritto l’acronimo“PGR”, per grazia ricevuta, ringraziamenti per lo più rivolti alla Madonna o al Divino in generale a cui si attribuiscono miracoli, salvezze o guarigioni di persone care. Questi luoghi si trovano per lo più nelle vie del centro storico, fatta eccezione per il più celebre e antico sito nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina, leggermente più esterno, a duecento metri dalla chiesetta che nel Settecento fu teatro di alcuni miracoli. All’incrocio tra Largo Preneste e via di Portonaccio si trova il muro degli ex voto di Largo Preneste, uno dei più noti nella Capitale, arricchito nel corso del tempo, da centinaia di queste piccole “lapidi” votive che partono da una doppia edicola della Madonna del Perpetuo Soccorso, una fatta a mosaico e un’altra su lastra. Questi ex voto hanno tutti forme diverse, molti sono a cuore, su alcuni sono appesi catenine, braccialetti, rosari, croci. E poi tantissimi fiori, rose, orchidee o margherite, alcuni evidentemente freschi e molti lumini accesi, ad evidenziare il fatto che questa tradizione è tuttora vivissima tra i romani. Sopra, incise nella pietra, si possono leggere frasi come “Grazie per…”, “Merci S. te Vierge”, “Ti ringrazio Vergine Immacolata sede della sapienza ti ho pregato con fede e tu mi hai aiutato (1978)” e così via o, semplicemente, “Per grazia ricevuta”. L’origine del muro degli ex voto di Largo Preneste non è chiaro, c’è chi dice che i “per grazia ricevuta” venivano messi qui ai tempi dei bombardamenti della seconda guerra mondiale per ringraziare dello scampato pericolo, altri sostengono che siano antecedenti, forse del 1910. La tesi della seconda guerra mondiale è plausibile perché, quando Pio XII nel 1944 proclamò la Madonna “salvatrice dell’urbe”, la devozione popolare nei confronti della Vergine aumentò notevolmente. Questo spaccato di religiosità popolare è davvero suggestivo e perfino commovente ; il muro degli ex voto a Largo Preneste e gli altri luoghi simili, rappresentano una insolita ed affascinante “bacheca” di scritture anonime su cui lasciare traccia della propria esistenza, della propria fede e delle proprie...

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Cosa vuol dire SPQR?

Cosa vuol dire SPQR? Si è protratto nel tempo, come uno dei giochi più antichi probabilmente, quello che riguarda la spiegazione di una delle insegne, delle targhe, delle lettere più importanti della Capitale: SPQR. Ma cosa vuol dire realmente vuol dire SPQR? Quando si studia la storia romana è di certo la domanda che ogni bambino pone. E forse l’unico momento in cui una risposta seria può essere donata. Eppure, anche in questo caso, esistono teorici e storici che hanno messo in dubbio un significato largamente riconosciuto. Secondo i Sabini, antico popolo laziale, voleva significare “Sabinis Populis Quis Resistet?”. Ma alla domanda posta, vale a dire “Chi potrà resistere ai popoli Sabini?”, la risposta non sarebbe piaciuta ai Sabini stessi, poiché essi furono facilmente sconfitti ed assimilati dal più grande popolo dei Romani. La storia tuttavia, per ogni epoca quasi, sembra avere una propria interpretazione di queste quattro lettere. E’ del 1833 il sonetto di Gioacchino Belli, dove un significato del tutto nuovo viene loro donato. SPQR vuole significare “ Soli Preti Qui Regneno”. In onore del pontefice Gregorio XVI e del potere del Vaticano che, come quello dell’impero romano un tempo, era riuscito a surclassare ogni altro potere ed a prendere il controllo di un vasto territorio nell’Italia centrale per tutto il periodo medievale e rinascimentale. Ed è di questo periodo che il significato di SPQR prende sempre più spesso sfumature ironiche riguardanti il potere e la figura del Papa. Si dice che alla morte di un Papa, qualcuno lesse le lettere SPQR come “Sublato Papa Quietum Regnum” cioè “Morto un Papa Quieto il Regno”. Ed il nuovo pontefice, a tale interpretazione sorrise, tanto che uno dei presenti gli chiese: “Sancte Pater Quare Rides?” (Santo Padre Perché Ridi) e lui rispose: “Rideo Quia Papa Sum” cioè “Rido Perché Papa Sono”. Nel corso della storia quindi spiegare che vuol dire SPQR non è sempre stato spunto per discussioni storiche, anzi, talvolta, in periodi politici molto più recenti, è stato motivo d’offesa al popolo romano; tanto che, chiedersi che vuol dire SPQR oggigiorno, porta come prima e più immediata risposta ironizzare su una società, una città storica che molto offre a chi la vive, ma che non sempre viene compresa affondo o apprezzata. Il tempo ha certamente cambiato il popolo romano, così come ha cambiato la politica che gestisce un’eredità tanto meravigliosa dal passato. La Res Publica di un tempo, con i suoi fasti, i suoi valori e di certo la gloria che possedeva, oggi più non esiste. Ma per quanto miti e leggende più o meno veritiere possano cercare di dare altro significato a queste lettere, esse rappresentano la storia e le...

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Lucrezia Borgia

Lucrezia Borgia  Una donna  fatale e dissoluta, appartenente ad una delle famiglie più importanti del Rinascimento romano Affascinante ed enigmatica, nel panorama del Rinascimento, la figura di Lucrezia Borgia spicca per la sua storia che spesso si intreccia alla leggenda, delineando il quadro di una figura traditrice e dedita al potere che, forse, non la rispecchia realmente. Figlia di Rodrigo Borgia, arcivescovo di Valencia, diventato Papa nel 1492 con il nome di Alessandro VI e di Vannozza Cattanei , Lucrezia Borgia fa il suo ingresso nella storia nell’anno 1480 all’interno di un contesto sociale che vedeva il territorio italiano pullulare di figli illegittimi nati da illustri nomi e prostituzione. Figlia del Papa, educata dalle suore del convento di San Sisto, famose per il loro rigore e disciplina, Lucrezia Borgia non giunge tuttavia a noi come il più alto esempio di donna devota, bensì per due caratteristiche che saranno probabilmente la sua condanna nel corso di tutta la vita: la bellezza ed il suo cognome. I capelli d’oro, gli occhi chiari, il volto da bambina, l’intelligenza con cui padroneggiava le lingue e la musica, l’eleganza nel portamento, fecero della figura di Lucrezia Borgia, uno strumento perfetto per le brame di conquista del Padre. Appena dodicenne, infatti, fu condotta nel palazzo di Santa Maria in Popolo, perché fosse vicina a Rodrigo Borgia e perché vi attendesse l’arrivo, per ben tre volte, dei suoi tre mariti. Il primo Giovanni Sforza, la prese in moglie quando ella aveva solo tredici anni. Nel 1497, grazie ad una bolla papale, il matrimonio venne annullato e l’interesse del Papa si spostò verso il regno di Napoli. Il secondo matrimonio, quello con Alfondo D’Aragona, portò Lucrezia a vivere un periodo felice che brutalmente terminò quando, appena ventenne, suo fratello Cesare Borgia pugnalò suo marito per agevolare un’alleanza con la Francia. Le terze nozze la videro sposare Alfonso D’Este, che la pianse sul suo letto di morte, nel 1519. Ma di questi anni che la vedranno sposa per tre volte, ciò che alla storia resta la figura di Lucrezia Borgia è la possibile complicità nell’omicidio del suo secondo marito. La presunta relazione con suo fratello e con suo padre. La sua abilità nella gestione del potere, che le valse l’appellativo di Papessa, quando, nell’estate del 1501, il Papa suo padre, la nominò sua vicaria, durante una sua assenza. A donare questo volto di lei alla storia saranno soprattutto le parole di Victor Hugo e di Doninzetti, che la descriveranno come una donna fatale e dissoluta, dimenticando quanto, nella storia, Lucrezia Borgia fu importante. Sia per la diplomazia e l’abilità politica che dimostrò nella corte del ducato di Ferrara quando suo marito,...

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I busti del Pincio

Scoprire le bellezze della nostra città: i busti del Pincio 228 volti che ci accompagnano nella nostra passeggiata lungo il colle dei giardini Fra tutti i giardini di Roma, quelli del Pincio sono senza alcun dubbio i più conosciuti e di certo tra i più belli. Situato tra piazza del Popolo, Villa Medici e il Muro Torto, attraverso via delle Magnolie il Pincio, ci conduce direttamente a Villa Borghese. I giardini, su questo colle, vennero concepiti dall’amministrazione napoleonica, intorno al 1810, ma ciò che al suo interno si trova possiede una storia differente e, di certo, più difficile. Parliamo dei busti del Pincio. 228 volti che da oltre un secolo si ergono nei viali del giardino, accompagnandoci in una passeggiata di cultura, ricca di storia…malgrado gli atti di vandalismo ed i successivi restauri che cercano di porre rimedio al danno commesso. Ma le loro vicissitudini travagliate hanno origine ancor più antica. I busti del Pincio, infatti, furono ideati da Giuseppe Mazzini, Triunviro della Repubblica Romana, al fine di ornare i viali del colle di tutte quelle figure che avrebbero mostrato ai visitatori i volti più illustri degli italiani, nel corso della storia. Una simile idea patriottica fu subito approvata e vide un fondo di oltre 10.000 lire per la realizzazione di tali opere. Il lavoro sui busti del Pincio, tuttavia, terminò troppo tardi, quando la Repubblica ormai finita, aveva ceduto il posto al potere del Vaticano. E fu proprio la chiesa a rinchiudere in un magazzino tutti gli illustri volti realizzati in marmo, giustificando il proprio gesto con la volontà di non voler mostrare molti di quei nomi che un tempo crearono scompiglio nella nazione. Fu così che solo fra il 1851 ed il 1852 alcuni dei busti del Pincio fecero la loro apparizione. Alfieri, Canova, Tiziano, Palladio, erano fra di essi. Ma occorsero diversi anni prima che i volti di Savonarola, Caio Gracco o Pietro Colletta poterono essere prelevati e disposti sulle vie del Pincio. Eppure, anche in quest’occasione, alcuni di essi subirono cambiamenti a dir poco radicali. Grazie all’intervento dello scultore Sarrocchi il Gattamelata divenne Orazio, Leopardi divenne Zeusi, così come Macchiavelli divenne Archimede, affinché i sentimenti di ‘ribellione’ che un tempo quei nomi potevano suscitare, così mutati, sarebbero stati accolti differentemente. E si mostrano ancora a noi, nella loro storia difficile, i busti del Pincio così concepiti. Alcuni illustri e riconoscibili, altri mutati nell’aspetto, altri ancora, come quello di Alfieri, realizzati appositamente in un periodo successivo rispetto agli altri. Eppure, ancora oggi, sembrano essere vittime dei pensieri delle persone. Con i loro nasi rotti, la vernice scura sul loro marmo bianco, i busti del Pincio si mostrano sfigurati. Neanche...

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La Fontana dei Libri | Roma

Trait d’union di arte, leggenda e cultura: la Fontana dei Libri Se vi state chiedendo, quale può essere un monumento che unisce arte, leggenda e cultura, noi vi diamo la risposta. E’ la Fontana dei Libri del rione Sant’Eustachio a Roma. Sin dal Medioevo, per indicare le varie zone del centro storico di Roma, si è utilizzata una suddivisione, modificata più volte nel corso dei secoli: i rioni. Dagli anni ’20 del Novecento i rioni, che avevano sempre avuto un valore simbolico nelle vicende del popolo romano, sono diventati in totale ventidue, ognuno identificato con un diverso nome e un numero romano. Proprio in quegli anni, più precisamente nel 1927, l’amministrazione comunale commissionò al giovane architetto Pietro Lombardi, già vincitore del concorso per la fontana di Monte Testaccio, la realizzazione di una serie di fontane moderne, aventi per soggetto alcuni rioni di Roma. Poiché ogni rione ha un simbolo che lo rappresenta, raffigurato anche sulle bandiere rionali, è proprio a questi simboli o stemmi che si ispirò il Lombardi nella progettazione delle fontane. Nel rione VIII di Sant’Eustachio, che ha come simbolo un cervo, l’architetto romano fece costruire la Fontana dei Libri che si trova in via degli Staderari, (già via dell’Università, grazie alla vicinanza con l’università La Sapienza), nome che ricorda gli antichi fabbricanti di stadere e bilance un tempo esistenti in questa zona e che racchiude gli elementi più simbolici del rione. La Fontana dei Libri, costituita interamente in travertino, è situata dentro una nicchia incorniciata da un arco a tutto sesto con l’iscrizione S.P.Q.R. e presenta una testa di cervo fra quattro libri antichi, due per ciascun lato e collocati su due mensole laterali di marmo, mentre l’acqua fuoriesce da due cannelle a forma di segnalibro e cade in parte nella sottostante vasca semicircolare ed in parte direttamente sul selciato. Simbolicamente, tutti gli elementi presenti nella Fontana dei Libri hanno un significato ben preciso nella storia del rione. Il cervo, ad esempio, si trova anche sul timpano della Chiesa di Sant’Eustachio e ricorda l’evento della conversione al Cristianesimo di Eustachio, generale romano, a cui apparve un cervo con una croce luminosa fra le corna. I libri, d’altro canto, rappresentano l’antica Università della Sapienza che si trova nel palazzo a cui è addossata la fontanella. Una piccola curiosità che noterete osservando il centro della fontana: in verticale vi è incisa l’indicazione del nome del rione e, in orizzontale, il relativo riferimento numerico ma con un errore, infatti Sant’Eustachio corrisponde al Rione VIII mentre nel travertino risulta chiaramente indicato come Rione IV. Tips: Se decidete di proseguire il giro di tutte le originalissime fontane progettate da Lombardi negli altri rioni, vi segnaliamo: la Fontana...

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Acquedotto dell’Acqua Vergine

Acquedotto dell’Acqua Vergine A Roma lungo un percorso sotterraneo, di quasi 14.105 passi, si estende l’acquedotto dell’Acqua Vergine. Voluto da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, che lo inaugurò il 9 giugno del 19 a.C. per alimentare la nuova zona di Campo Marzio, esso ancora oggi alimenta quasi tutte le più imponenti fontane del centro di Roma: Piazza Navona, Barcaccia, Terrina e, ovviamente , la Fontana di Trevi. Per tale motivo l’acquedotto dell’Acqua Vergine è conosciuto oggigiorno come l’unico acquedotto romano ad essere funzionante, ancora dopo venti secoli. Secondo Frontino il nome sarebbe stato dato dallo stesso Agrippa in ricordo di una fanciulla (virgo) che avrebbe indicato ai suoi soldati assetati le sorgenti. Largo circa 1,50 metri e supportato da opere in cemento e reticolato di sostegno nei punti ritenuti più critici, il tracciato d’acqua dell’Acquedotto Acqua Vergine è percorribile in barca, soprattutto per le ispezioni ed i controlli relativi al suo funzionamento. Composto da una serie di cunicoli scavati trasversalmente su di un terreno calcareo che ne permetteva una maggior purezza e freschezza senza troppi interventi di manutenzione, i rivoli di acque sorgive, attraverso il terreno poroso ed impermeabile, venivano convogliati verso un canale principale. Confluite in un bacino artificiale in calcestruzzo, oggi interrato, l’ acquedotto dell’Acqua Vergine possiede una portata pari a 1.202 litri al secondo. Tale quantità consentiva per la maggior parte, nell’epoca in cui fu costruito, l’erogazione e l’approvvigionamento idrico della parte settentrionale della città e dei punti più distanti dal centro. Una restante parte veniva riversata per alimentare le opere pubbliche ed un’ultima veniva convogliata all’indirizzo della casa imperiale e di altri utenti privati. Vicino al Pantheon, infatti, l’ acquedotto dell’Acqua Vergine terminava il proprio corso, distribuendo l’acqua ai numerosi monumenti creati da Agrippa, non ultime le Terme che portavano il suo nome. Gli interventi nel tempo Nel corso del tempo l’ acquedotto dell’Acqua Vergine ha subito numerosi interventi di manutenzione, di restauro e di parziale rifacimento. I primi lavori furono svolti fra il 37 ed il 46 d.C. da parte di Tiberio prima e Claudio poi, andando a ripristinare i mattoni componenti gli archi di travertino nell’area urbana, e di Costantino. Malgrado la distruzione subita da parte dei Goti di alcune delle sue parti acquedotto dell’Acqua Vergine non perse mai la sua importanza e venne spesso fatto ripristinare proprio per il valore che possedeva per l’alimentazione idrica della città. Lavori di consolidamento importanti furono infine portati avanti da Papa Adriano I, che intorno al 700, lo restaurò nuovamente e ne arricchì lo splendore, andando ad aggiungere, nell’attuale via del Corso, un’ulteriore...

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Migliori Ristoranti Bio a Roma

Migliori Ristoranti Bio a Roma Cosa si intende quando si parla di Bio? Strano a dirsi ma quelli che dovrebbero essere i prodotti provenienti dalla terra, naturali e genuini, che un tempo trovavamo “normalmente” in qualsiasi mercato o supermercato, oggi costituiscono una categoria a parte, quella dei prodotti Bio. Frutta, verdura, carne, pesce o qualunque altro prodotto non OGM (Organismo Geneticamente Modificato) che sia stato coltivato o allevato senza l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi, come fertilizzanti ed insetticidi, oggi, oltre ad essere diventato di difficile reperibilità, costa anche leggermente di più. Per accontentare quindi la sempre più frequente domanda dei prodotti biologici o Kilometro 0, tantissimi locali hanno ampliato l’offerta di loro menù; noi abbiamo scelto per voi alcuni dei migliori Ristoranti Bio a Roma! Tra i migliori ristoranti bio a Roma potete provare Arancia Blu, che offre cibi stagionali vegetariani e vegani di produzione propria, incluse le birre artigianali, oppure Il Geco Biondo, locale bio-vegetariano che presenta un menù composto da piatti semplici con prodotti di provenienza italiana acquistati da aziende agricole locali di fiducia. Fa parte dei migliori ristoranti bio a Roma anche Zenzero, che predilige prodotti locali, soprattutto di mare, con particolare attenzione agli alimenti senza glutine per celiaci, incluse le creative ed originali pizze-bio, oppure Hostaria Luce dove il menù promette piatti mediterranei e regionali basati su materia prima attentamente selezionata. Potete provare il ristorante Gaia Bio che offre una cucina fatta esclusivamente di prodotti naturali e biologici, con piatti vegetariani, vegani, etnici e crudisti ma anche pizza preparata con farina di kamut e di farro. Da Biogusto potete assaggiare piatti a base di pesce fresco a prezzi concorrenziali e menù dedicati anche ai più piccoli, se invece cercate tra i ristoranti bio a Roma un posto che prepari i piatti tipici della tradizione culinaria romana, potete recarvi da Biosteria Saltatempo. Al contrario, per i più raffinati, a pochi passi da Piazza Navona, si trova La Baguetterie de les Affiches, bistrot ispirato alla Parigi degli anni ’30 che propone pane fatto in casa, dolci ed una vasta scelta di bevande biologiche. Ora non vi resta che scegliere dove andare a mangiare...

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Meridiana di Augusto | Roma

Cos’è la Meridiana di Augusto? Sin dall’antichità le persone hanno avuto bisogno di calcolare il tempo ed il suo scorrere. Il metodo più comune risulta quindi essere quello degli orologi solari, più comunemente chiamate meridiane. Strumenti semplici da cui si desume l’ora e non solo, riescono a funzionare grazie ad un’ asta che ha lo scopo di generare un’ombra, la quale si proietta su uno sfondo, chiamato quadrante, possiede delle linee distinte da cui si ricava l’ora. Questi due strumenti una volta tracciate le linee sul quadrante e uniti con calcoli precisi danno vita alla meridiana. La più grande meridiana del mondo antico si trovava in Campo Marzio e prese nome dall’imperatore che la fece edificare: Orologio di Augusto, conosciuto anche come Horologium Augusti, o, appunto Meridiana di Augusto. Meridiana di Augusto, la storia Ciò che rende unica la Meridiana di Augusto, rispetto al altri orologi pur presenti a Roma, oltre alla sua dimensione, era la precisione che possedeva. Tre anni prima della sua realizzazione, Augusto aveva ereditato da Lepido la carica di Pontefice Massimo e tra i compiti di questo magistrato c’era quello di sovrintendere al calendario. Nell’espletamento di questo incarico Ottaviano corresse la riforma del calendario attuata da Giulio Cesare e che era stata applicata in maniera erronea (un anno bisestile ogni tre, invece che ogni quattro anni). In ricordo della riforma gli venne dedicato un mese, Sestilius, che divenne Augustus, e la sua lunghezza fu portata a 31 giorni, determinando la irregolare distribuzione di mesi lunghi e brevi che ancora abbiamo. L’obelisco della Meridiana di Augusto, realizzato originariamente all’epoca del faraone Psammetico II (595-589 a.C.), era collocato nella città di Heliopolis in Egitto e fu condotto a Roma nel 10 d.C. da Augusto e collocato come gnomone in Campo Marzio. La Meridiana di Augusto, costituita da una linea di bronzo incastonata su delle lastre di travertino e lunga circa 75 metri, possedeva ai lati iscrizioni bronzee in greco e segni zodiacali, realizzando così un preciso calendario solare sfruttando la diversa altezza del sole nelle varie stagioni. Rovinata al suolo in un periodo imprecisato nell’alto medioevo, la Meridiana di Augusto venne suddivisa in più tronconi all’inizio del ‘500. Fu solo nel 1792, per volere di Pio VI, che la Meridiana di Augusto venne restaurata ed eretta nel luogo in cui è attualmente. Venne anche realizzata una linea meridiana che però, costruita in maniera inadeguata, forniva un’ora errata. La linea attualmente presente, di grande precisione, è stata realizzata nel 1998, in occasione del rifacimento della pavimentazione della...

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Le migliori paninoteche di Roma

In pausa pranzo il vostro panino vi guarda con aria triste? Lo spizzicate controvoglia sognando un piatto di pasta? No, non è il lavoro che vi priva del gusto di un buon pranzo, è il panino che è sbagliato! Pane fragrante, salume fresco o pomodori rossi e freschi…avete fame? Ed allora perché non gustare in una delle migliori paninoteche di Roma un panino gustoso ed appetitoso? Il primo passo è riuscire a districarsi nella giungla dei venditori e trovare quelli che davvero possono soddisfare il nostro palato. Ecco perché di seguito vengono elencati dieci nomi per riconoscere subito le migliori paninoteche di Roma . Le migliori paninoteche di Roma Tra le migliori paninoteche a Roma la Pro Loco consiglia Borgo 139 in Via Borgo Pio 139, dove il pane viene prodotto appositamente da un forno che ne cura la lavorazione preliminare e la cottura. Borgo 139 offre panini dal gusto italiano e vendita di prodotti locali regionali. Un locale sicuramente da provare per mangiare e gustare i veri sapori Made in Italy. Situato nel centro della Capitale, a pochi passi da San Pietro e Castel Sant’Angelo. Da segnalare:  Tricolore. Rinomata panetteria-laboratorio di via Urbana, dove poter trovare pane al nero di seppia con salsiccia di tonno, pane di patate e polpo ma anche hamburger e hot dog preparati con pane a lievitazione naturale. Pianeta del Panino: una vera istituzione a Roma. Qui, infatti, non è solo possibile personalizzare gli ingredienti di ogni panino, ma deciderne anche le dimensioni attraverso i tre formati disponibili: standard da 20 cm, medio da 40 cm , extra large grande ben 89 cm. Capitan Paninok, aperto fino alle 5 del mattino Aristocampo, dislocato in sei diverse zone di Roma, ideale per chi desidera mangiare un panino gustoso senza spendere troppo. Opulentia con i suoi panini d’asporto che vi raggiungono a casa, in ufficio o anche al parco, basta chiamare e ordinare. Ino il Panino panini ideati dallo chef Alessandro Frassica, preparati espressi con pane del forno a legna di Eataly Roma. Sesto Girone, che con il suo ricco banco di salumi e formaggi, propone rare e ricercate delizie da tutta Italia: mozzarella di bufala campana, formaggi freschi e stagionati, nonché un’ampia selezione di affettati; e ci consentirà di gustare finalmente un panino con il sorriso sulle...

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Technotown Roma | Villa Torlonia

Technotown a Roma: Passato e futuro Technotown: dove scienza e tecnologia si incontrano, qui nasce un’esperienza unica per bambini, teenager ed adulti. Nel bellissimo sfondo di Villa Torlonia, all’interno di un villino medioevale restaurato negli anni ’90 troviamo lo scenario di questo incontro, dove le operazioni di restauro hanno seguito due obiettivi precisi: la conservazione e la integrazione dell’esistente. Gli interventi di risanamento della Technotown, infatti, sono stati rivolti al miglioramento della distribuzione degli ambienti e dei percorsi. E’ stata privilegiata l’eliminazione delle barriere architettoniche con la costruzione di rampe di accesso ai locali e di un ascensore che garantisce l’accessibilità a tutti i piani del complesso. Al contempo gli apparati decorativi interni e gli elementi di arredo architettonico d’epoca sono stati restaurati, affinchè fosse presente sempre il concetto di coesistenza fra “ ciò che era e ci che è”. All’interno della Technotown, a metà fra il passato ed il futuro, i visitatori possono provare molteplici esperienze diverse, dal 3D, al gioco con la musica o ai viaggi nel tempo attraverso la realtà virtuale e molto altro, grazie agli eventi speciali e laboratori nei quali la didattica si mescola al gioco. Nove sale quindi, con nove esperienze diverse, all’interno delle quali i giovani ospiti impareranno ad interagire con tecnologie sofisticate e ad utilizzare i “media” in modo divertente e creativo a seconda della propria età. Technotown infatti possiede in se tre percorsi: Junior, per bambini dai 4 anni ai 6, Basic rivolto ai bambini dai 6 agli 8 anni, Educational dagli 8 anni in su e infine il percorso Adult dedicato ai grandi over 18. Technotown: Il Planetario Gonfiabile Fra le esperienze più importanti che la Technotown fornisce c’è il Planetario Gonfiabile Si tratta di una cupola di 6 metri di diametro con un sistema di proiezione simile a quello già disponibile nella grande cupola (14 metri) del Planetario di Roma. Una sorta di finestra sul cielo della capitale. In questa stanza della Technotown opera una vera e propria macchina dello spazio e del tempo dotata di un proiettore ottico in grado di riprodurre le 1500 stelle più luminose del cielo boreale e australe, il Sole, la Luna, i pianeti, la Via Lattea e gli astri del cielo profondo. Il pubblico viene condotto in questo viaggio astronomico non solo a livello visivo, ma inglobando anche altri sensi grazie alla riproduzione di suggestioni audio e video. La capienza del planetario è di circa 30 persone e dal 2010 è disponibile un piccolo “parco telescopi”, a disposizione per eventi e osservazioni straordinarie, composto da sei strumenti che vengono utilizzati per svolgere attività di osservazioni guidate del cielo stellato con il pubblico...

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La Casa dei Pupazzi

La Casa dei Pupazzi – Palazzo Crivelli Siamo in Via di Banchi Vecchi, zona Campo dei Fiori, precisamente al numero civico 22 e qualcosa cattura la nostra attenzione. E’ la facciata della Casa dei Pupazzi, abitazione di un orefice milanese. L’orefice in questione era Gian Pietro Crivelli, un membro dell’università degli Orefici e più volte console e camerlengo. Decide lui stesso di far costruire l’intera palazzina intorno al 1538 e la commissiona ad un architetto di cui non si è mai scoperto il nome. Palazzo Crivelli rappresenta con Palazzo Spada un “unicum” dato che, insieme, sono gli unici due edifici di Roma a possedere una facciata decorata a stucchi. La particolare facciata è realizzata interamente in stucco con intenti auto celebrativi. Le decorazioni sono diverse e suddivise nei vari piani dell’edificio. Al pianterreno una porta rettangolare con un architrave su mensole riporta l’iscrizione: “Io. Petrus. Cribellus. mediolanen.(sis.) sibi. ac. suis a. fundamentis. erexit.” ovvero “Gian Pietro Crivelli milanese eresse dalla fondamenta per sé e i suoi familiari”. Il primo piano comincia ad essere più decorato. Quattro finestre rettangolari, si dividono coperte da stucchi con trofei di scudi e corazze. Alcuni grotteschi mascheroni e delle teste leonine sormontano le decorazioni. Un’altra incisione è dedicata agli stemmi di alcuni pontefici; gli stemmi non sono ben definiti a seguito di abrasioni, ma l’incisione ci fa capire a chi appartenevano: Giulio II della Rovere, Paolo III Farnese, e Urbano III nonché antenato del proprietario. Al secondo piano le decorazioni si arricchiscono, le finestre sono sormontate da timpani curvi e triangolari e dei puttini sorreggono alte candeliere. Sopra i timpani curvi, coppie di satiri sollevano lunghi festoni. Il terzo ed ultimo piano è strutturato come una loggia, dove le paraste sono state erette con capitelli corinzi; le quattro finestre sono due curve e due rettangolari. Sopra le finestre rettangolari, sono stati raffigurati due importanti episodi accaduti durante il pontificato di Paolo III. In uno è rappresentato Carlo V che bacia il piede al papa e nell’altro, Paolo III si riconcilia con Carlo V e Francesco I da Nizza. E’ un peccato non poter attribuire il merito per le bellissime decorazioni che avvolgono Palazzo Crivelli o Casa dei Pupazzi. Alcuni studiosi avevano ipotizzato che il lavoro fosse opera di Giulio Mazzoni, autore degli stucchi di palazzo Spada, ma studi recenti hanno invalidato la seguente ipotesi. Fonte: “Roma da Scoprire” – Ludovico...

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Immagine Acheropita del Redentore a San Giovanni in Laterano

Immagine Acheropita del Redentore a San Giovanni in Laterano Roma è una città con una storia a dir poco straordinaria e piena di sovrapposizioni, questo mix di eventi ha creato talmente tanta arte e curiosità che è umanamente impossibile conoscerle tutte, uno degli scopi della Pro Loco di Roma è proprio quello di proteggere, conservare la storia della città, per esempio quanti di voi conoscono la storia della reliquia dell’Immagine Acheropita del Redentore che si può ammirare nel Sancta Sanctorum del santuario della Scala Santa? Acheropita? Già il nome tradisce il fascino ed il mistero di questa reliquia, la parola deriva dal greco, anche se le fonti sono contrastanti e significa letteralmente non fatto da mano umana, la storia/leggenda ci racconta che Maria e i discepoli chiesero a Luca un ritratto di Cristo, il loro maestro, naturalmente Luca era molto lusingato dalla richiesta e non vedeva l’ora di iniziare il suo lavoro, visto anche l’affetto sincero che provava per il suo maestro ma la storia continua raccontandoci che il futuro santo non fece in tempo ad iniziare il dipinto poiché lo trovò già finito per mano degli angeli. Questi elementi sarebbero già sufficienti per far nascere una leggenda ma la storia non finisce qui, infatti anche l’arrivo a Roma della reliquia è prodigioso secondo la tradizione, infatti l’Immagine Acheropita del Redentore era conservata a Gerusalemme almeno fino al 700, poi con l’inizio della persecuzione degli Iconoclasti costringe il patriarca della città Germano a fuggire con l’icona ma i persecutori non mollano ed inseguono senza sosta Germano e l’icona, il patriarca sentendosi ormai perso decide che è meglio gettare in mare il dipinto piuttosto che farlo cadere nelle mani dei suoi inseguitori ma una volta in acqua il quadro invece di farsi trasportare dalle correnti marine si dirige verso Roma, riuscendo persino a risalire il Tevere per poter letteralmente volare nelle mani di S. Gregorio II che aveva fatto un sogno premonitore sull’arrivo della reliquia a Roma nel 726 ca. Nei secoli l’icona è stata usata dai pontefici come strumento di persuasione facendo credere ai fedeli che il suo potere poteva essere usato per prevenire o far finire catastrofi e carestie, questo potere poteva essere sprigionato attraverso una processione solenne, oggi invece l’icona viene ammirata “solo” per il suo valore storico/artistico da migliaia di turisti ogni anno. La reliquia può essere ammirata nei sotterranei di San Giovanni in Laterano, l’aspetto attuale dell’icona è la conseguenza di un restauro del XII secolo , la versione originale invece viene datata V-VI secolo dopo Cristo, tra l’altro data non compatibile con la prima parte della...

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Citazioni su Roma

Citazioni su Roma Di Roma se ne dicono tante, ma ci sono alcune descrizioni che hanno lasciato il segno più di altre, eccone alcune : Possis nihil Urbe Roma visere maius | Che tu possa vedere nulla di più grande della città di Roma Quinto Orazio Flacco «Sì, sono arrivato finalmente in questa capitale del mondo!… Attraverso le Alpi tirolesi son passato quasi di volo… L’ansia di arrivare a Roma era così grande ed aumentava talmente ad ogni istante, che non potevo più star fermo, e a Firenze non mi son trattenuto che tre ore. Eccomi ora a Roma, tranquillo, e, a quanto sembra, acquietato per tutta la vita… Tutti i sogni della mia giovinezza ora li vedo vivi; le prime incisioni di cui mi ricordo (mio padre aveva collocato in un’anticamera le vedute di Roma), ora le vedo nella realtà e tutto ciò che da tempo conoscevo, di quadri e disegni, di rami o di incisioni in legno, di gessi o di sugheri, tutto ora mi sta raccolto innanzi agli occhi, e dovunque io vada, trovo un’antica conoscenza in un mondo forestiero. Tutto è come lo immaginavo e tutto è nuovo. Non c’è che una Roma al mondo ed io mi trovo qui come un pesce nell’acqua e vi nuoto e galleggio come la bollicina galleggia sopra il mercurio, mentre affonderebbe in qualsiasi altro fluido. Non ci deve abbattere il pensiero che la grandezza è passeggera; ma piuttosto, riflettendo che il passato è stato grande, dobbiamo acquistar coraggio per produrre anche noi qualcosa di notevole, che a sua volta, anche quando sarà caduto in rovina, ecciti i posteri a una nobile attività, come non hanno mai mancato di fare i nostri predecessori» Goethe I pedanti, che trovavano nella Roma moderna l’occasione di sfoggiare il loro latino, ci hanno persuaso che essa è bella: ecco il segreto della reputazione della Città Eterna… Regna per le strade di Roma un tanfo di cavoli marci. Attraverso le belle finestre dei palazzi del Corso si scorge la povertà degli interni. Roma in realtà è un agglomerato di sublimi rovine e di brutte chiese e case moderne; sarebbe stato meglio se non fosse sopravvissuta alla fine dell’età antica, se si fosse trasformata in un deserto popolato solo dai resti dei suoi monumenti, come avvenne ad altre grandi capitali; la conversione al cristianesimo ha segnato l’inizio della sua decadenza. Della patria di Cicerone, Cesare e Virgilio rimangono solo le spoglie esteriori; il suo spirito è morto per sempre e sono i preti e le superstizioni cristiane che l’hanno ucciso… Stendhal Ci si annoia talvolta a Roma il secondo mese di soggiorno, ma giammai il sesto,...

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Er Più e la Roma postunitaria

Er Più e la Roma postunitaria C’era una volta la Roma Papalina che aveva resistito per secoli alle grandi trasformazioni europee, una Roma che era ancora caratterizzata dal suo popolo e da i suoi Rioni, proprio i Rioni erano il teatro per dei personaggi che oggi verrebbero definiti dei delinquenti : I Più, questi personaggi sarebbe scomparsi con l’arrivo dei Savoia, naturalmente le cose non cambiarono dalla sera alla mattina ma già negli anni 20 del XX secolo queste figure erano quasi del tutto sparite, sicuramente il ritratto più famoso di questi personaggi la possiamo trovare nel film: Er più – Storia d’amore e di coltello, di Sergio Corbucci con Adriano Celentano e Claudia Mori, che racconta la storia di Nino Patroni Er Più di Borgo, il rione che prima sorgeva intorno a San Pietro e demolito durante il ventennio. Er Più e la Roma postunitaria : realtà o invenzione? Sicuramente i Più esistevano ed erano un punto di riferimento nei rioni romani, il loro ruolo era quello di migliorare e regolare la vita di quartiere, alle volte ricorrendo anche alla violenza, sappiamo per esempio che il Nino Patroni interpretato da Adriano Celentano è ispirato ad un Più realmente esistito : Romeo Ottaviani, Più di Trastevere sul finire del 1800, ci viene raccontato da diverse fonti storiche che ci dicono che la vita di questo bullo deve la sua fama per un litigio con un importante malvivente dell’epoca raggiunse una fama tale da farlo diventare il punto di riferimento dei Più di tutta la città ma non solo ricevette anche attestati di stima dalle autorità locali tra cui sicuramente il delegato di Trastevere dell’epoca : Francesco Ripandelli. I Più comunque non erano dei semplici criminali, Ottaviani detto er Tinea, era un noto buttafuori ed era molto stimato anche dalle autorità locali per la sua capacità di far mantenere l’ordine anche nelle zone più calde della...

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Pizza e Mortazza, l’aperitivo amato dai romani

Pizza e Mortazza, l’aperitivo amato dai romani Cos’è Piazza e Mortazza: Siete in giro per Roma? Sentite un odorino di mortadella diffondersi nell’aria? Aprite gli occhi e scrutate gli angoli vicino a voi, troverete un’ape rosa a pois bianche… l’odore che sentite viene proprio da la. È un’ape-Piaggio che vende pizza e mortadella, molto amata da romani! Pizza e Mortazza è una proposta alternativa, lontana dalla consuetudine, apprezzata da grandi e piccini. Con Pizza e Mortazza si unisce il concetto di Street Food, ai sapori appartenenti alla tradizione romana, infatti nasce dall’idea di mangiare qualcosa di tipico ma spendendo poco. Pizza e Mortazza, per noi solo mortadella Bologna!: La mortadella usata dalle api di Pizza e Mortazza è la Mortadella Bologna. Perché è l’unica e originale che può essere prodotta solo nelle zone dell’Italia centro-settentrionale. Uno dei prodotti gastronomici più importanti della zona che rappresenta il marchio di riconoscimento di Pizza e Mortazza. La mortadella è nata a Bologna nel 1661, anno in cui, a seguito di un bando varato dal cardinale Farnese, venne codificata la produzione di questo salume, di cui, ancora oggi, si parla nella letteratura italiana.  Pizza e Mortazza. Segni particolari: pizza e mortadella! L’idea dell’ape rosa a pois bianche è venuta all’imprenditore Adriano Antonioli e ai suoi soci. Quest’ape che scorrazza per le vie della città capitolina con a bordo solo pizza bianca e affettatrice per la Mortadella Bologna IGP, percorre le strade del centro storico ed è considerato uno dei primi food truck alternativo romano. Spesso è possibile avvistarla a Trastevere o dovunque ci sia gente affamata. Da bere è possibile scegliere bevande semplici come il chinotto e la cedrata tassoni. Questa scelta è stata fatta dagli imprenditori di Pizza e Mortazza perché l’idea è quella di riproporre un sapore autentico del passato. Il suo successo è dovuto anche alla velocità con cui si è sparsa la voce sui social network. Noi l’abbiamo già assaggiata…voi cosa aspettate? Per seguire e scovare dove si trova Pizza e Mortazza, tenetevi aggiornati sul...

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Abbacchio alla romana con patate arrosto

Abbacchio alla romana con patate arrosto L’abbacchio alla romana è uno dei piatti tipici della tradizione culinaria romana. L’abbacchio è il nome dell’agnello da macello, da cui prende il nome il piatto. Ci sono molti pareri discordanti sul nome dell’abbacchio, c’è chi dice che derivi semplicemente dal latino ovis che significa pecora. C’è chi sostiene che derivi dal termine ad baculum che significa vicino al bastone, un modo di indicare l’agnello non ancora svezzato che si lega a un bastone piantato a terra (per l’appunto ad baculum) per non fare allontanare la madre. E, infine, secondo la versione popolana il termine abbacchio deriva dal termine dialettale abbacchiare che significa abbattere, uccidere con il bastone. Il termine abbacchiare è usato ancora oggi in dialetto romanesco e, in realtà, è diventato un termine tipico della lingua italiana usato anche per le persone, infatti si dice “oggi mi sento abbacchiato”, quando siamo affranti o fortemente dispiaciuti per qualcosa. È risaputo che l’Italia, soprattutto la parte centrale, vivesse grazie agli allevamenti di animali. Venivano allevati come carne da macello i montoni e le pecore adulte. L’agnello poteva essere mangiato solo a Pasqua e fino a fine giugno. Gli agnelli o abbacchi all’inizio erano destinati a giudei e persone meno abbienti perché la carne era considerata di poco pregio, adesso non è più così. È un piatto di carne succulenta, che è possibile trovare in tutti i ristoranti e locali romani e che spesso ritroviamo come piatto del periodo pasquale o ancora per le festività natalizie. L’abbacchio può essere cucinato in diversi modi, alla cacciatora con aglio, salvia e rosmarino e poi innaffiato di pasta d’acciughe fino a fine cottura. Può essere cotto sulla brace e mangiato con le mani appena grigliato, da qui il nome scottadito e, ultimo ma non ultimo, è l’abbacchio alla romana con olio e prosciutto a pezzetti, unito a rosmarino, aceto, sale e pepe. Di solito si serve con patate...

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Leggende: I Fantasmi infestano la città di Roma?

Alcune leggende narrano che Roma sia infestata da fantasmi… Sono in pochi a crederlo, è veramente così? Noi vogliamo raccontarvi ciò che ci è stato tramandato per tantissimo tempo dalle generazioni romane… Si racconta che fantasmi di personaggi illustri vaghino per le strade o si specchino nei vetri di antichi palazzi…. Il più illustre si aggirerebbe sulla Via Nomentana, ed è quello di Nerone; il quale si suicidò con l’aiuto del liberto Epafrodito. La storia narra che qualcuno l’avrebbe visto anche vicino a Porta del Popolo, dove venne sepolto. Il fantasma di Mastro Titta, il penultimo boia di Roma famoso per aver compiuto ben 516 esecuzioni, girerebbe invece per Castel Sant’Angelo. Il suo mantello e la sua tabacchiera (nella foto di copertina) si trovano al Museo Criminologico. Il fantasma di sangue reale, Umberto I apparve al Pantheon, dove è sepolto. I due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, dovrebbero aggirarsi con le loro teste in mano, intorno a Muro Torto, dando i numeri del lotto a chi sostiene il loro sguardo. Berenice, sorella di Erode Agrippe e amante dell’imperatore Tito, si dice appaia al Portico di Ottavia, con la speranza di ritrovare il suo amato Tito. Quest’ultimo, infatti, benché l’amasse, la spedì in Oriente per accontentare il popolo. Sul Ponte Sisto, a bordo di una carrozza nera, dovrebbe passeggiare Donna Olimpia, detta Pimpaccia. Di umili origini, in seguito ad un matrimonio, divenne la consigliera e cognata del Papa Innocenzo X. Lorenza Feliciani, moglie di Cagliostro, se ne andrebbe camminando, nei pressi di Piazza di Spagna. Il fantasma di Lorenza è solita ripercorrere la strada che fece quando andò a denunciare il marito all’Inquisizione. Poco distante da Lorenza Feliciani, nel giardino di Villa dei Medici, si sente la presenza dell’imperatrice Messalina, uccisa dal tribuno Narciso, per ordine del marito che aveva scoperto di essere tradito. Si dice che Messalina appaia anche sul Colle Oppio, cercando ancora probabili amanti. Al palazzo di famiglia di Piazza Navona, nelle notti di luna piena, dovrebbe apparire l’ombra, della mano di Costanza de Cupis,  che le era stata amputata per un’infezione. Lasciamo l’ultimo racconto, ma non meno importante, per Beatrice Cenci, eletta dal popolo di Roma come simbolo della resistenza contro l’arroganza del clero e dell’aristocrazia. Si narra che ogni 11 settembre, anniversario della sua morte, si aggiri nei pressi di Ponte Sant’Angelo con la sua testa in...

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La Statua di Pasquino e le Pasquinate romane

La Statua di Pasquino, “voce anonima” dei Romani  La  satira moderna nasce a Roma agli inizi del cinquecento. In quello che è un ambiente colto e intellettuale, si sviluppano le cosiddette poesie satiriche che vengono popolarmente chiamate Pasquinate; il loro nome deriva dalla statua di Pasquino che si trova su un lato di Palazzo Braschi a Roma, vicino a Piazza Navona. Pasquino, tra le più celebri statue della città, rappresenta probabilmente un eroe dell’antica Grecia. Qualcuno suppone Menelao, Aiace o Ercole. Purtroppo non si può affermare con certezza, perché la statua risale al III secolo d.C. e ad oggi non ci sono né le braccia, né le gambe e in più il volto è danneggiato. Il busto si trova nella Piazza di Pasquino, adiacente a Piazza Navona. Fu ritrovata nel 1500 durante alcuni lavori di ristrutturazione, della pavimentazione stradale del Palazzo Orsini, (oggi Palazzo Braschi). Divenne celebre tra il XVI e il XIX secolo grazie alla sua storia di statua “parlante”. Benché si pensi che la statua rappresenti un eroe greco, si è deciso di chiamarla Pasquino dal nome di un maestro di una scuola, che sorgeva nelle vicinanze, per la sua somiglianza con la statua. Altri raccontano che Pasquino era il nome di un bravo compositore di versi satirici ed altri ancora, dicono che deriva dal nome di uno dei personaggi del Bocaccio. Nella Roma di un tempo il popolo esprimeva il suo malcontento affiggendo dei manifesti con versi satirici contro i politici dell’epoca sulle statue, in modo che al mattino tutti potessero leggerli, soprattutto i politici. Pasquino era la statua che per eccellenza mostrava il malcontento del popolo, così le insoddisfazioni popolane vennero chiamate Pasquinate. In seguito, Pasquino fu utilizzato dagli stessi politici per calunniare gli avversari e, durante le elezioni del Papa, si combatteva a Pasquinate per conquistare il favore del popolo di Roma. I Papi non erano contenti di tale presenza “scomoda” e cercarono di eliminare la statua senza mai riuscirci. Ci provò per primo Adriano VI, ma fu fermato dai suoi cardinali. A seguire,  Sisto V e Clemente VIII ed infine Benedetto XIII, ma anche lui non ottenne risultati. I versi satirici di Pasquino riguardavano soprattutto la “prostituzione di lusso” dei pontefici e le accuse diminuirono solo quando, con la breccia di Porta Pia, il potere temporale dei pontefici finì. Si disse così che Pasquino non parlò più, finché con l’arrivo di Hitler, dovette parlare per denunciare le spese dello sfarzo delle scenografie allestite per l’arrivo del dittatore tedesco. Nell’arco dei secoli, verso dopo verso, questa forma di esprimersi silenziosa, ha simboleggiato per i romani che punteggiavano con i loro commenti, gli eccessi di un sistema col quale si conviveva con sufficienza. Dopo il restauro della statua nel 2009, sebbene non sia...

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La Festa de Noantri a Trastevere

La Festa de Noantri a Trastevere  I Noantri sono i trasteverini, così qualificati per distinguersi dagli altri rioni di Roma, ovvero i Voantri. Come un etichetta, coniata, a quanto si tramanda, da un trasteverino che una volta si rivolse così ad un romano estraneo al Rione che, approfittando del giorno della festa, infastidiva una Trasteverina “Che ne diressivo voantri si noantri quando venissimo alle festa de voantri ce comportassimo come ve comportate voantri alla festa de noantri?! Uno scioglilingua che ha fatto epoca, qualificando l’antica festa legata alla Madonna del Carmine, che cade il 16 Luglio. Il culto della Vergine risale a metà del 1500 quando fu ritrovata alla foce del Tevere una statua di legno della Madonna. La statua fu consegnata dai marinai ai frati carmelitani della basilica di San Crisogono, che riconobbero in essa la vergine del loro ordine. La Madonna “fiumarola” divenne in questo modo protettrice dei trasteverini. Dopo vari spostamenti la Madonna fu collocata nella Chiesa di Sant’ Agata dove ancora si trova. Da qui la vergine esce soltanto una volta l’anno, il sabato successivo al 16 Luglio; rivestita di preziosi abiti e gioielli donati dai fedeli, la statua è portata in processione da San’Agata a San Crisogono, dove rimarrà otto giorni per adorazione, e l’intero Rione Trastevere è in Festa. Fin dall’inizio del secolo i trasteverini venivano avvisati dell’inizio della festa dai mandatari delle confraternite che percorrevano il quartiere accompagnati da tamburini dei granatieri, La statua portata in spalle da robusti “cicoriari” veniva accolta ovunque con rispetto e devozione. Passando in Via San Francesco a Ripa, riceveva gli onori militari dallo stato maggiore del reggimento di bersaglieri di stanza a Trastevere fin dal 1870. Il popolo che aveva seguito la processione si riversava nelle piazze e nei vicoli, dove venivano sistemati tavolini all’aperto per la mescita del vino, mentre i cocomerari, fusajari, grattacheccari e altri venditori esponevano la propria merce. Fonte:  “Alla Scoperta di Roma” Claudio Renina Sito Festa de...

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Lupanari Romani

La Storia dei Lupanari Romani Nell’ antica Roma la prostituzione, come lo sfruttamento, erano considerati atti legali. Chi si occupava delle ragazze era direttamente lo Stato, che regolarizzava il “lavoro” attraverso una tassazione, l’obbligo di iscrizione ad un registro (anche con nome fittizio o d’arte) ed il vincolo di praticare la professione nelle ore notturne e non di giorno. I luoghi operativi, i postriboli, erano chiamati “Lupanari”, dal nome “Lupa” famosa levatrice di Romolo e Remo chiamata così per le sue libere manifestazioni amorose. Diverse zone preposte alla prostituzione rappresentavano veri e propri quartieri a lui rosse, si dice che molti lupanari erano nella zona del Celio accanto alle caserme degli equites singulares, corpo militare dell’impero romano. L’alta frequentazione avveniva anche in seguito ai prezzi bassi che le prostitute chiedevano e nella cultura maschile degli antichi romani, il frequentare un lupanare era comunque una tappa obbligatoria a cui tutti i ragazzi dovevano sottostare attraverso un rito di iniziazione, segno di virilità. Dagli scavi di Pompei gli archeologi hanno trovato rappresentazioni pittoriche e vere stanze che rappresentavano i postriboli. I luoghi adibiti al sesso, stanze di pietra senza finestre, erano ambienti poco confortevoli con scarse condizioni igieniche. Le donne che svolgevano il lavoro nei lupanari, non sempre, erano provenienti da un basso ceto sociale. E’ risaputa la storia di Messalina, moglie dell’Imperatore Claudio. Conosciuta come una donna spavalda e senza scrupoli che a 12 anni era già una delle donne più desiderate di Roma per la sua bellezza. Si racconta tutt’ora che la moglie dell’imperatore fosse una delle ragazze più appetibili del bordello dove lavorava. In realtà il caso Messalina non era l’unico dato che, negli ambienti aristocratici della Roma imperiale, era molto diffusa la pratica di organizzare dei bordelli in ambienti raffinati gestiti dalle matrone. Qui era “legale” l’omosessualità e il trasgressivo, considerate come pratiche del tutto naturali. Inottemperanti erano gli imperatori stessi, come Caligola ed Eliogabalo, sorpresi ad andare in giro con occhi truccati e gioielli femminili. D’altronde se comportamenti del genere oggi fanno gridare allo scandalo per gli antichi romani l’ostentazione del sesso e la libertà di praticarlo era del tutto normale tanto che era posto sotto la protezione di due divinità: Venere e Priaopo. Fonte: Adriano Angelini “101 Cose da Fare a...

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I Sampietrini di Roma

I Sampietrini di Roma I sampietrini (detti anche anche sanpietrini) sono i più piccoli testimoni della monumentalità di Roma. Detti alla romana i “serci” che tradotto all’italiana starebbe per selci. Quasi tutti sanno che i sampietrini sono blocchetti di pietra, tagliati a forma di piramide tronca (come un cubetto) usati per la pavimentazione delle strade di Roma dal XVI secolo. Noti con il nome  “sampietrini” perché divennero simboli emblematici di Piazza San Pietro, con una caratteristica pavimentazione decorativa, i cubetti sono stati ritagliati dall’ antico basolato che si può ancora vedere a lastre su alcune delle vie consolari. Squadrato di 12 cm con una base molto rastremata, non è più alto di 17 cm e pesa oltre 3 chili. I sampietrini furono messi in opera per ottenere un selciato uniforme e compatto, in grado di essere levigato dall’attrito soprattutto dei carri e venne usato in maniera radicale dal Papa Sisto V nella grande sistemazione da lui compiuta tra il 1585 e il 159, tanto che arrivò a selciare ben 120 strade. E ci fu anche chi scrisse un manuale su questa tecnica di pavimentazione “Il discorso sul mattonato e selciato di Roma”, autore Guido Blado Foglietta. Sulla sua scia nel Seicento i sampietrini vennero utilizzati in tutta la città; la diffusione delle carrozze, con l’attrito logorante delle ruote, ne determinò il trionfo con una messa in opera che generò un vero e proprio artigianato. Nacque così l’arte dei “serciaroli”, artigiani dal grosso fisico, armati di “un martellone di legno, mazzapicchio, detto pilone” e diventato in romanesco il “mazzabecco”. I serciaroli venivano perlopiù dalla provincia dell’ Aquila e lavoravano a Roma da giugno a ottobre. Tra loro si chiamavano con un soprannome romanesco, in riferimento al loro aspetto: Asso de coppe, Tripicchia, er Gallo, Mandrella, er Vaccaretto. Quest’ultimo, il più famoso, è rimasto nella storia per la sua capacità di allineare sul suolo di una strada anche 6000 selci in un giorno, così da coprire 60 metri quadri. I sampietrini sono arrivati ai giorni nostri resistendo per quanto possibile al banale asfalto, preferito oggi perché più velocemente lavorato e più facilmente riparabile. A testimonianza della bellezza artigianale della pavimentazione con il sampietrino resta straordinaria quella di Piazza del Campidoglio, realizzata nel 1940 dall’ ingegner Silvio Sensi. E così è stato anche per Piazza Navona e Piazza del Quirinale. Un artigianato che è un’immagine di Roma, tanto che il “sercio” ha finito per entrare nella tradizione di un modo di dire, offrendo un’immagine poetica della città “Allustra li serci” che vale per: camminare oziosamente, andare serenamente a zonzo. Fonte: “Alla scoperta di Roma” di Claudio...

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Moving Shop : Un’idea geniale anti crisi

Moving Shop : Un’idea geniale anti crisi!! In questo periodo di “crisi” riesce a fare successo chi, sfruttando il proprio ingegno, attua progetti innovativi: basta pensare al Moving Shop. E’ ciò che è riuscita a fare l’ imprenditrice  milanese Valeria Ferlini, artefice del Moving Shop. Non avendo la possibilità di comprare altri negozi e volendo ampliare il suo giro d’ affari, ha deciso di inventare un modo alternativo di commerciare. Il grande successo dell’ iniziativa sta proprio nell’ aver creato un negozio itinerante con “un ape 50 della Piaggio”, allestito come un punto vendita. L’idea  rappresenta un grande vantaggio per il venditore che si troverà a far fronte a minori spese per quello che sarebbe stato il mantenimento del negozio e in più si da la possibilità al compratore di non fare lunghe file per poter comprare ciò che desidera. Certo, non ci sarà il camerino ma possiamo affermare che ci ritroviamo proprio difronte ad una trovata geniale ed anti-crisi!! L’ Ape allestita a negozio, non ha un’ ubicazione fissa, spesso però si prediligono luoghi conosciuti e molto turistici, in modo da poter avere una clientela varia. In alcuni comuni Italiani dove sosta il Moving Shop si è stabilito un accordo che prevede la concessione del 5% degli introiti ai servizi sociali. Il successo dell’ iniziativa ha spinto l’ imprenditrice milanese a dare vita ad un sistema di affiliazione che oggi conta più di ventuno Ape 50 in giro per l’ italia , di cui 4 a roma . Molto presto il Moving shop arriverà anche a Barcellona. I prodotti trattati sono prevalentemente di abbigliamento e accessori. L’ idea di creare questo nuovo modo di fare commercio è stato così apprezzato che  l’ Ape è stata sfruttata anche  per altre iniziative commerciali, ed esistono vere e proprie realtà specializzate nell’ allestimento delle tre ruote come : Cool Carts o Street Food Mobile. Per scoprire la collezione di abbigliamento di Valeria Ferlini, visualizzare le riviste che hanno trattato della moda, ed avere la possibilità di creare il proprio Moving shop potete visitare il sito internet dell’imprenditrice...

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Artisti di Strada: Spettacolo d’ Intrattenimento in Città

Artisti di Strada Camminando per il centro di Roma non è difficile imbattersi in numerosi artisti di strada. In cambio di pochi spiccioli o gratuitamente rappresentano dei veri e propri intrattenitori, tanto che spesso attorno a loro si va a creare un vero e proprio pubblico. Ogni artista di strada ha una sua specialità: chi tenta di rappresentare statue di personaggi illustri della storia, i clown, i giocolieri, ballerini di break dance, ragazzi che praticano calcio freestyle e moltissimi pittori. Ultimamente molto in voga nella capitale era la rappresentazione artistica di due indiani vestiti da lunghe tuniche arancioni, la quale prevedeva che un indiano seduto in terra con le gambe incrociate sostenesse un bastone di circa un metro dove all’estremità nella stessa posizione si trova l’ altro indiano. Il risultato è che l’ uomo sopra al bastone sembra seduto nell’aria. Dall’antichità ad oggi: Grazie ad alcune fonti sappiamo che la prima legge di regolamentazione degli artisti di strada risale all’antica Roma, specificatamente al 462 a.C. In questo periodo gli artisti non erano ben visti, ed eseguire pubblicamente parodie o canti diffamatori nei confronti di qualcuno era punibile con la morte. Oggi nel Regno Unito alcune città regolano attraverso una specifica normativa, l’ attività degli artisti.Vi è il divieto di esibirsi dopo una certa ora ed è severamente vietato mettere in scena spettacoli che possano offendere la morale pubblica. In Italia si prevede l’ iscrizione degli artisti presso gli albi pubblici, l’ esposizione di un tesserino da esporre durante la performance , l’ obbligo di rispettare le zone inaccessibili e possedere un registro dove si stabiliscano i turni per esibirsi. Artisti di Strada: Curiosità A Ferrara si svolge ogni anno negli ultimi giorni di Agosto il “Ferrara Buskers Festival” dove artisti provenienti da tutto il mondo si esibiscono con i loro strumenti musicali. Altre rappresentazioni di artisti di strada avvengono a : Tolfa (RM)dove si svolge TolfArte  il 2-3-4 Agosto, Mercantia di Certaldo(FI)dal 16 al 20 Luglio,Artisti in Piazza di Pennabilli (RN) il 7...

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Primi piatti romani

Primi piatti romani: tradizioni culinarie romane Per conoscere la vera essenza di una popolazione bisogna conoscere le sue tradizioni culinarie, e da sempre cucinare e consumare è visto come un momento di piacere, come disse Enrico IV : “Buona cucina e buon vino, è il paradiso sulla terra”. A Roma tra i molti piatti tipici che hanno segnato la tradizione culinaria ritroviamo : la amatriciana, cacio e pepe , la gricia e la carbonara . Primi piatti romani: la tradizione che viene da Amatrice. Quella che noi tutti conosciamo come amatriciana (o matriciana nome datogli a causa dell’ aferesi tipica del dialetto romanesco) ha origine in un paesino del Lazio, Amatrice. Secondo alcuni è una versione più moderna della gricia conosciuta come l’amatriciana priva di pomodoro. Il pomodoro sarebbe stato inserito solo successivamente alla fine del diciottesimo secolo. La preparazione del sugo originale prevede che il guanciale, tagliato in listelli dello spessore di circa 1 cm, sia fatto soffriggere in olio di oliva in una padella di ferro, con aggiunga del peperoncino. Una volta rosolato e stemperato con del vino bianco, evaporato quest’ultimo si aggiunga il sugo portandolo lentamente alla cottura. Si aggiunga quindi sale e pepe macinato. Ogni piatto preparato con procedure differenti da questa è da ritenersi un piatto differente, come gusto e sapore. Gli ingredienti principali della ricetta prevedono: il guanciale, pecorino e formaggio. Solitamente la pasta utilizzata con questo condimento può variare da  spaghetti, bucatini e rigatoni. Primi piatti romani:  il piatto dei pastori. La gricia ha la stessa provenienza della amatriciana. Nasce come un piatto ideato dai pastori matriciani che la consumavano abitualmente per i suoi ingredienti facilmente reperibili. La ricetta prevedeva pochi ingredienti: gli spaghetti,guanciale, pecorino di Amatrice, strutto, pepe nero e sale. Per 4 persone: si taglia a striscioline il guanciale 250 g, si gratta il pecorino 150 g , si versa 1 cucchiaio di strutto su una  padella e quando lo strutto si sarà sciolto si unisce il guanciale e il pepe. Si mescola fino a quando il guanciale assume un colorito dorato, poi si prende la pasta già cotta e si unisce al condimento. Solo successivamente poco a poco si unisce il pecorino. Primi piatti romani: la cucina contadina. Cacio e pepe è una delle ricette più conosciute e orgoglio delle cucine testaccine DOC. Di origine contadina riduce i suoi ingredienti a 3: pasta , cacio e pepe. Solitamente questo condimento è accompagnato dai tonnarelli. L’ importante, per la buona riuscita del piatto sta tutto nella quantità giusta degli ingredienti e nella loro mantecatura. Primi piatti romani: La pasta dei carbonai. Sebbene vi siano diverse ipotesi sulla derivazione di questo...

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Canzoni Romane

Canzoni Romane   In questa pagina sono contenuti i testi di alcune canzoni romane che hanno fatto la storia della città di Roma   Tanto pe’ cantà di Petrolini-Simeoni (1932)   Roma nun fà la stupida stasera (Garinei-Giovannini-Trovajoli, 1962)   Te c’hanno mai mannnato a quer paese (Mattone-Migliacci, 1981)   La società dei magnaccioni (anonimo) Grazie Roma (Antonello Venditti, 1983) Nannì gita a li Castelli (Lando Fiorini)  Roma Capoccia (Antonello Venditti) Quanto sei bella Roma (Lando Fiorini) C’é un cuore che batte (Antonello Venditti) Arrivederci Roma (Renato Rascel) E’ una canzone senza titolo tanto pe’ canta`, pe’ fa` quarche cosa… non e` gnente de straordinario e` robba der paese nostro che se po` canta` pure senza voce… basta ‘a salute… quanno c’e` ‘a salute c’e` tutto… basta ‘a salute e un par de scarpe nove poi gira` tutto er monno… e m’a accompagno da me…   Pe’ fa` la vita meno amara me so’ comprato ‘sta chitara e quanno er sole scenne e more me sento ‘n core cantatore. La voce e` poca ma ‘ntonata, nun serve a fa’ ‘na serenata ma solamente a fa` ‘n maniera de famme ‘n sogno a prima sera…   Tanto pe’ canta` perche` me sento un friccico ner core tanto pe’ sogna` perche` ner petto me ce naschi ‘n fiore fiore de lilla` che m’ariporti verso er primo amore che sospirava le canzoni mie e m’aritontoniva de bucie.   Canzoni belle e appassionate che Roma mia m’aricordate, cantate solo pe’ dispetto, ma co’ ‘na smania dentro ar petto, io nun ve canto a voce piena, ma tutta l’anima e` serena e quanno er cielo se scolora de me nessuna se ‘nnamora…   Tanto pe’ canta` perche` me sento un friccico ner core tanto pe’ sogna` perche` ner petto me ce naschi un fiore fiore de lilla` che m’ariporti verso er primo amore che sospirava le canzoni mie e m’aritontoniva de bucie. (2 volte) Roma nun fà la stupida stasera damme ‘na mano a faje di de si   Sceji tutte le stelle più brillarelle che poi e un friccico de luna tutta pe’ noi   Faje sentì ch’è quasi primavera manna li mejo grilli pe’ fa cri cri   Prestame er ponentino più malandrino che ciai   Roma nun fa la stupida stasera Roma nun fa la stupida stasera   Damme ‘na mano a faje di de si   Sceji tutte le stelle più brillarelle che poi e un friccico de luna tutta pe’ noi   Faje sentì ch’è quasi primavera manna li mejo grilli pe’ fa cri cri   Prestame er ponentino più malandrino che ciai   Roma reggeme er moccolo stasera....

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Proverbi e Detti Romani

Proverbi e Detti Romani Da sempre nella nostra città si è soliti chiacchierare attraverso proverbi e detti che ci sono stati tramandati da i nostri nonni. Scopriamoli Insieme!! A B C D E F G I L M N O P Q R S T V Accosta er pane ar dente che la fame s’arisente A chi jé rode er culo jé puzza er dito de merda A chi tocca nun se ‘ngrugna Acqua passata nun macina più A fija de vorpe nu’ je s’ensegna la tana A la prima se perdona, la seconda se bbastona, a la terza se minaccia, a la quarta se sculaccia A ggocia a ggoccia s’incava la pietra A l’omo da poco faje accenne er foco Amico de tutti e de gnisuno è tutt’uno Andove c’è stato er foco ciarimane la puzza d’abbruciaticcio Anni e bbicchieri de vino nun se conteno mai! Ar marito prudenza, a la moje pazienza A Roma Iddio nun è trino, ma quatrino A Roma pe’ fa fortuna ce vonno tre d, donne, denari e diavolo A sapé’ fa’ ‘a scena, quarcosa se ruspa A ttutto c’è arimedio fora ch’a la morte A uno a uno se n’annamo tutti Beato quell’arbero che se pô ricoprì cco’ le su’ foje Bevo, pecché ho da magnà l’ovo e bevo pecchè ho magnato l’ovo Basta esse donna pe’ avé’ er segreto de falli beve e cojonalli tutti Bon’incudine nun ha ppaura der martello Bonomo vordì cazzaccio Bruno bbruno, tanto per uno Can che abbaia… incomincia a corre che si tte pija te se magna Ccarta bbuttata è ccarta ggiocata Cent’anni de pianti, nun pagheno un sordo de debiti C’entra perché ce cape Chi alleva un fijo l’alleva matto, chi alleva un porco l’alleva grasso Chi a Roma vvò gode s’ha da ffa frate (o prete) Chi arriccia appiccia, e chi appiccia se spiccia Chi bazzica cor zoppo ‘mpara a zzoppica’ Chi caca su la neve poi se scopre Chi ccarezze te fa o tte l’ha ffatta o tte l’ha dda fa’ Chi ccià er pane nun cià li denti, e cchi ccià li denti nun cià er pane Chi ccià le corna è ll’urtim’a ssapello Chi ccià quatrini nun va mmai carcerato Chi ccià er pane, nun c’ha li denti e chi c’ha li denti nun c’ha er pane Chi ddà e ppoi richiede, San Martino je taja er piede Chi de speranza vive, disperato more Chi disse donna disse danno. Je dimo noi a lloro e lloro a nnoi Chi disse omo disse malannoi Chi è bella se vede, chi è bona se sa Chi è in difetto è in sospetto Chi...

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Cucina Romana – Piatti Tipici

Piatti Tipici Romani Scopriamo insieme le curiosità e i segreti dell’antica cucina romana! Un pò di storia culinaria: Gli antichi romani assumevano cibo in tre momenti della giornata. Al mattino consumavano una colazione frugale a base di pane e formaggio, preceduta da un bicchiere d’acqua. A mezzogiorno consumavano un leggero pranzo con pane, carne fredda, frutta e vino, spesso in piedi. Il pasto principale era la cena, che iniziava fra le 15 e le 16 e poteva potrarsi fino all’alba del giorno dopo. La cena era preparata nei triclini, stanze così chiamate perchè ammobiliate con tre divani, su ciascuno dei quali si accomodavano, sdraiate, tre persone. Le donne saranno ammesse ai pranzi solo in età imperiale. I ragazzi stavano seduti  su degli scranni. Gli schiavi di fiducia sedevano per terra, ai piedi del divano. Si mangiavano semisdraiati sul fianco, appoggiandosi sul braccio sinistro e attingendo col destro i cibi e il vino dalla tavola. Generalmente si mangiava con le mani, e anzi era considerato elegante portare il cibo alla bocca con la punta delle dita. Si usava solo il cucchiaio, la forchetta sarà introdotta abbastanza tardi e il coltello non serviva perchè i servi provvedevano a ridurre il cibo in bocconcini. Un’altra abitudine che potrebbe sembrarci segno di maleducazione era quella di gettare gli avanzi del cibo mangiato per terra, ma per loro si trattava di un segno di apprezzamento e una dimostrazione d’abbondanza. La cucina romana attuale è una cucina che rispecchia la storia di Roma racchiudendo in sé gli elementi più significativi di una cucina genuina ed essenziale, fatta di pochi elementi semplici e spesso poveri.   “Fior de Corona Questa è la nota de’ ogni settimana… Sarà na nota , caro mio, a la bona Ma senza ciafruje’: tutta romana! Er Lunedì facioli co’ le codiche Nostra specialità: ‘na cosa rara, Martedì stufatino insiem’ar sellero La coda er Mercredì a la vaccinara  Er giovedì se Dio vorrà li gnocchi Zuppa de pesce fosse er Venerdì Sabbito trippa ar sugo co’ li fiocchi E la Santa Domenica supplì!” (Anonimo del XVI secolo)   Antipasti Panzanella Fave fresche col pecorino Pizza alla Romana Crostini con Alici e Mozzarella Pizza con gli sfrizzoli Supplì al Telefono (o alla Romana) Ingredienti: 4 fette di pane casereccio 4 pomodori rotondi grossi maturi Mezzo cucchiaio di aceto 1 dl. olio extra vergine di oliva sale Preparazione: Bagnate con acqua le fette di pane, tagliate a metà i pomodori e strofinateli sul pane fino a quando avrà assorbito tutto il sugo. Condite con sale, qualche goccia di aceto, olio abbondante e foglioline di basilico. Ingredienti: 2 Kg fave fresche con baccello Pecorino vecchio...

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Miti & Leggende

Miti & Leggende I Miti e le leggende dell’antica Roma sono racconti antichi tramandati da padre in figlio, un vero e proprio patrimonio culturale che è parte integrante di un popolo. Colosseo La Pietra del Diavolo La Bocca della Verità La Porta Magica di Piazza Vittorio La leggenda della Fornarina La gravidanza di Nerone L’Obelisco di Piazza San Pietro Il Museo degli Scheletri Le Oche del Campidoglio Il Ratto delle Sabine e il tradimento di Tarpea La Papessa I Versi di Pasquino Il Colosseo Il termine “Colosseo” non è da attribuire alla maestosità colossale della struttura, il cui nome originale era “Anfiteatro Flavio”, bensì alla maestosità di una statua che Nerone aveva fatto erigere, in sui onore, vicino all’anfiteatro stesso. Nel Medioevo, il Colosseo era ritenuto una porta per gli inferi dove gli spiriti degli schiavi e dei gladiatori morti sacrificati per il piacere degli imperatori vagavano (e tuttora vagherebbero) al giungere della notte incapaci di trovare il riposo eterno. Gli imperatori, tramite un gesto, decidevano le sorti dei combattenti: pollice in giù la morte, pollice in su la salvezza. La curiosità è che il pollice, in realtà, non veniva rivolto “verso il basso” ma verso la gola: questo gesto imitava il rituale con il quale veniva ucciso il perdente, ovvero trafiggendo il cuore con la spada dalla base della gola. All’interno del Colosseo, oltre ai tradizionali scontri con gladiatori ed animali feroci, venivano organizzate anche le “naumachie”: tutta l’arena veniva riempita d’acqua e vi si svolgevano delle vere e proprie battaglie navali simulate! La Pietra del Diavolo Entrando nella basilica di Santa Sabina a piazza Pietro d’Illiria, al centro del colle Aventino, subito dietro l’osservatore, nell’angolo sinistro della basilica c’è una piccola colonnina tortile. Sopra di essa, di vede una pietra nera tondeggiante, con grosse incisioni, dei buchi, come di un enorme artiglio… ecco a voi la “lapis diaboli”. Si narra che il diavolo, a San Sabina, tentò più volte San Domenico che, in estasi, pregava all’ingresso della chiesa ma, incapace di indurlo al peccato, seccato, gli scagliò contro un pesante blocco di basalto nero senza, peraltro, ferirlo. Sulla pietra sono ancora visibili i segni delle dita incandescenti del demonio. La Bocca della Verità Il celebre mascherone di marmo è conosciuto in tutto il mondo per la leggenda, secondo cui, se si giura il falso tenendo la mano nella bocca del mascherone, questa verrebbe tranciata in un solo colpo. E’ una leggenda che, ormai, tutti conoscono… ma forse non sapete che, nel Medioevo, la mano di chi raccontava troppe bugie, veniva realmente tagliata da un boia strategicamente posizionato dietro il mascherone! In particolare, si racconta, che al giudizio...

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La Maschera – Carnevale di Roma

La Maschera  Le maschere sono sempre state utilizzate con varie funzioni: nei riti religiosi, per creare terrore nel nemico, per arricchire l’espressività del volto di un attore; si pensi alla tragedia greca ed alle maschere tragiche che gli attori usavano indossare. Il carnevale di Roma, è ricco di caratteri e maschere (Cassandrino, Don Pasquale, il generale Mannaggia La Rocca e altri), non sempre conosciuti quanto i più noti Pulcinella, Arlecchino, Pantalone, ecc. Queste maschere sono un’ottima caratterizzazione dello stereotipo del popolano o del nobile e ne interpretano pienamente vizi e virtù. La maschera più famosa di Roma è Rugantino.  Questa maschera impersona un tipico personaggio romanesco, er bullo de Trastevere, svelto co’ le parole e cor cortello, il giovane arrogante e strafottente ma in fondo buono e amabile. La caratteristica principale di Rugantino è sicuramente l’arroganza. Il suo nome, infatti, deriva proprio dal termine “ruganza” ovvero arroganza. Questo giovane vanaglorioso è protagonista di una delle più romantiche e tragiche storie d’amore che si ricordino all’ombra del Colosseo. Il suo amore per la bella Rosetta lo trasformerà da briccone a eroe, capace di addossarsi la colpa dell’omicidio del marito di lei. Rugantino morirà giustiziato sulla forca. Il primo Rugantino doveva essere la caricatura del gendarme, e per converso veniva identificato anche col capo dei briganti. Nel corso degli anni questa prima immagine si trasformò nel giovane bullo di quartiere che assumeva gli atteggiamenti del duro, ma che era in realtà uno spaccone pronto a parole ma pavido nei fatti. La maschera tipica quindi lo vede vestito in due maniere: da sgherro, in modo appariscente vestito di rosso col cappello a due punte, oppure da povero popolano, con calzoncini logori, fascia intorno alla vita, camicia con casacca e fazzoletto al collo. Altra maschera del carnevale romano è Meo Patacca, soprannome derivato dalla patacca, ossia dalla misera paga del soldato, corrispondente a 5 carlini. Meo Patacca veste i panni di un popolano, uno sempre pronto a raccontare bravate e a fare lo “spaccone”, spesso attaccabrighe, uno molto facile allo scontro ma di certo non un vigliacco, anzi rappresenta il coraggio e la spavalderia in persona e quando ci scappa la rissa è il primo a buttarsi nella mischia. Rappresenta inoltre Trastevere, il quartiere più popolare di Roma. Porta calzoni stretti fino al ginocchio fermati da legacci, ha una sciarpa colorata per cintura dove nasconde il suo coltello da “bravo” e sopra una giacca di velluto; i capelli sono raccolti in una retina e fuoriesce solo il ciuffo sulla fronte. La sua donna è Nina…. ecco come uno stornello che la descrive brevemente: “Io so’ trasteverina e lo sapete; nun serve, bbello mio,...

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